Harsh Times

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Sono due settimane che spulcio le liste per best action film su IMDB o Rotten Tomatoes nel tentativo di scovare un film d’azione cazzuto, di quelli con Statham che picchia la gente e tromba le fie (non ho ancora capito se Crank è un colpo di genio o una stronzata inguardabile, certo Amy Smart in quel film te la fa piglià male), queste liste sono spesso fatte da gente casuale o si autogenerano prendendo in considerazione le votazioni globali degli utenti, che come sappiamo sono sì boccaloni ma anche dei sentimentali pronti a commuoversi al primo dramma che guardano.

Per questo mi sto puppando un sacco di drammoni che però mi sono spacciati come action, maledetti! Ma io mi volevo divertire! Esplosioni, scazzotate, culi a giro, perizomi, Hans Zimmer.

Invece mi vengono dei magoni assurdi.

Nel delirio di roba che mi sono guardato in questo periodo e che mi è stata spacciata per action vai Ale ti stradiverti sono saltati fuori tanti bei film.

’71 del 2014 per la regia di Yann Demange al suo primo lungometraggio, filmone che racconta i fatti di sangue durante il conflitto nordirlandese ripresi dal punto di vista di una desolata e desolante notte in Belfast. Lungometraggio che per forza di cose ci ricorda Bloody Sunday di Greengrass sia per l’ambientazione e i temi trattati che per lo stile di ripresa con la camera a mano, sempre molto intimo nei confronti dello spettatore e dei suoi protagonisti.

HodeJegerne del 2011 di Morten Tyldum, che tre anni più tardi dirigerà il più famoso The Imitation Game. Interessante thriller drammatico ben girato e decentemente costruito, apprendo dall’internetto che è stato il film norvegese di maggior incasso al botteghino di sempre.

Fury, ancora del 2014, di David Ayer che ci mostra la seconda guerra mondiale dal punto di vista di chi non vuole viverla ma ne è costretto. Film molto claustrofobico come contenuti, quasi soffocante nel suo abitare l’interno di questo tank americano ospitato da insicurezze e paure. Molto ben girato, soprattutto nei due combattimenti tattici tra carri che devo dire ho trovato estremamente emozionanti. Film che mi ha ricordato Lebanon del 2009 di Samuel Maoz, molto simile come idea di struttura e temi, mi pare che questo abbia vinto il Leone d’Oro a Venezia in quell’anno.


E appunto sempre di Ayer, Harsh Times del 2005, suo esordio alla regia.

Harsh Times è un film drammatico che vede protagonista il solito Christian Bale neorealista pazzo qui veterano di guerra in cerca di un lavoro, che trascina nelle sue disavventure il suo miglior amico di sempre Freddy Rodriguez, ve lo ricordate per Planet Terror, anche lui in cerca di stabilità economica.

Il film ha una costruzione ampiamente utilizzata che vede i nostri due protagonisti saltare di situazione in situazione per poi innescare un’escalation di eventi che inevitabilmente porterà ad una risoluzione negativa, in questo caso più karmica che negativa ad essere onesti. la cosa che però mi ha colpito di questo film è il ragionamento sociale che ci propone.

Bale e Freddy sono in cerca di un lavoro, un lavoro stabile qualcosa che possa portare equilibrio alle loro vite che contrariamente da come ci vengono introdotte non sono poi così disastrate. Sono esistenze al limite, in bilico tra l’accettare la società e il ribellarsi a questa.

Bale è segnato mentalmente dalla guerra che ha vissuto in prima persona e che lo ha trasformato in un individuo pericoloso e instabile, tendenzialmente maschilista ed estremista repubblicano, con cattive amicizie e vizi in controtendenza con la sua ricerca del lavoro perfetto nelle forze dell’ordine.

Freddy ha una casa e una fidanzata, ma è vittima del suo passato tirandosi dietro Bale che lo spinge a uniformarsi al suo stile di vita senza apparenti regole, e le cattive abitudini che questo ovviamente comporta.

Qui il film ci mostra la cosa che più mi è piaciuta: entrambi possono sfuggire facilmente all’emarginazione sociale, possono trovare lavoro se solo lo cercassero e hanno un posto dove stare con una donna che li ama, ma questa felicità artefatta sembra non andar giù in primis a Bale che coglie ogni scusa per cercare guai e attaccar briga con vecchie ombre del passato, e alla fine nemmeno a Freddy che è quello più vicino ad una stabilità sociale ma è anche quello più restio ad accettarla.

Alla fine il loro comportamento anche se ovviamente fuori dai canoni del perfetto cittadino, ma anche del normale cittadino, è una bandiera di libertà. Sono vivi nel loro delirio quotidiano in cui infastidiscono le ex fidanzate e fanno a botte con i loro nuovi uomini, si drogano, si svegliano quando cazzo vogliono, prendono in giro la gente, infastidiscono le forze dell’ordine.

Ma anche in questa esplosione estrema di libertà c’è qualcosa che non funziona, non è una libertà onesta e concorde con sé stessa, una libertà vivida ma crudele come potrebbe essere quella di Grizzly Man di Herzog o Into The Wild di Penn. O sentimentalmente catartica come quella di The Straight Story di Lynch o This Must be the Place di Sorrentino.

No, è una libertà malata e malsana. Allora più che libertà o prigionia dovremmo parlare di accettazione, accettazione di una società che a sua volta ci accetta?

Perché Bale accetta il suo essere associato ai massacri che ha perpetrato durante il suo periodo da militare, perché Freddy accetta il suo essere un cazzone mezzo briaco che racconta le panzane alla fidanzata per coprire il suo fancazzismo giornaliero.

Quello che però pare non vogliano accettare è avere un figlio, una casetta con il cane in giardino, un lavoro in un ufficio e una fidanzata (alla faccia della fidanzata, il personaggio di Freddy Rodiguez sta con Eva Longoria, 1 metro e 55 di pottone) perfetta.

Quindi spaventa di più la normalità conforme a sé stessa in un eterno uroboro che si ripete, che il caos. Il caos imprevedibile è a suo modo uno spirito libero da accogliere a braccia aperte.

Il punto è: quando la tua libertà intralcia quella degli altri? Che diritto ho di imporre la mia visione della società a chi mi sta accanto e a che punto supero il limite?

Bale è stato forgiato da un meccanismo che ci rende ingranaggi al servizio di enti e poteri, e questo suo volerne scappare tentando però di farne parte è il punto focale della vicenda di questi due beoti a bischero sciolto. Si parla di compromessi. Compromessi tra chi nella società vuole stare ma non vuole esserne inghiottito, il film ci mostra infatti tutti gli estremi:

Bale che fa di tutto per uscirne ma inganna sé stesso fingendo di volerne far parte.

Freddy che fa di tutto per farne parte ma inganna sé stesso fingendo di volerne uscire.

I manierismi artefatti delle istituzioni militariste, dei favori delle amicizie, della facciata sociale perbenista con la giacca e la cravatta ma che in realtà è crudele e di parte.

Harsh Times è un film di contrasti che stridono: le maniere servizievoli inculcate dal regime militarista a Bale stridono con la sua vera natura da criminale mancato, la ricerca dell’accettazione sociale di Freddy stride con il suo fingere di cercare lavoro mentre è a bere litri di birra, e come dicevo prima il culmine karmico di queste esistenze tormentate dalla normalità e alla ricerca di una libertà distorta frutto del loro malessere si ha alla fine, quando entrambi vengono finalmente ricompensati, quando la ricerca affannosa e drammatica ha la sua fine. Fine tragica ma paradossalmente distensiva.

A fronte della loro natura di quello che sono e di cosa cercano Bale e Freddy vengono finalmente ricompensati, hanno una scossa nelle loro vite, un punto di svolta da cui non sarà più possibile tornare indietro; la ricompensa finale che tutti e due agognavano inconsciamente ma che nessuno dei due avrebbe mai avuto il coraggio di prendere.


Bale muore e viene sollevato dal suo fardello, liberando Freddy da quel vincolo di insicurezza e apatia che lo inchiodava ad un sogno di libertà mal riposto. Solo un evento tragico, che però è un sollievo, poteva smuovere le vite dei nostri due personaggi che a loro modo sono finalmente in una dimensione esistenziale a loro più conforme.


Un bel confronto di realtà questo Harsh Times di Ayer che però poteva essere leggermente meno noioso nella sua costruzione che talvolta perde di ritmo e ci annoia un po, ma nulla di grave! Un bel filmetto che ho trovato molto intelligente e interessante e che spassionatamente consiglio, assieme a tutti gli altri che ho citato. Ovviamente.

Ma si vuole parlare di questo Warcraft di Ducan Jones? Dai sì! Ci penso e poi si fa due chiacchiere!

Addio!


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