Star Trek Beyond

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Una delle cose più difficili del mondo è iniziare a parlare di Star Trek, un brand in giro dal 1966 che nelle decadi è mutato in mille modi e ha toccato ogni possibile strumento dello scibile umano: serie televisive, film, fumetti, libri, videogiochi, giochi da tavolo e di carte, musica (Leonard NimoyThe Ballad of Bilbo Baggins del 1968 parla da sola).

E una delle cose più difficili del mondo è parlare di Star Trek sapendo che questo nuovo reboot cinematografico che vede la luce nel 2009 non ha a che fare molto con Star Trek, ma visto che ormai mi sono seduto al PC con questa intenzione e che fuori c’è la temperatura del Monte Fato (per ricollegarsi alla hit canora del nostro ufficiale scientifico preferito), cosa che non mi invoglia ad uscire, ci provo.


E’ il lontano 1966 e in america un produttore e sceneggiatore televisivo dal fiuto fino sta lavorando, ormai da circa tre anni, ad una serie di fantascienza pensata per un pubblico adulto e che ribaltasse gli stereotipi e i pregiudizi razziali che affliggevano (e affliggono, purtroppo) gli U.S.A. in quella determinata decade. Ovviamente stiamo parlando di Gene Roddenberry.

Nasce quindi Star Trek che per il periodo in cui venne trasmesso era considerato un prodotto molto progressista, ricordiamoci che era il 1960 e che in america era molto forte la tensione razziale con gli afroamericani e gli asiatici, per non parlare delle tensioni con la Russia che ebbero la loro peggiore escalation nel 1962 con la crisi dei missili di Cuba. Quindi, per andare bene bene nel culo a tutte queste faccende che il buon vecchio Gene sapeva essere delle stronzate, ecco il nostro equipaggio preferito di una delle serie fantascientifiche più iconiche di sempre: donna afroamericana, russo, asiatico, alieno, dottore ateo e cinico, e William Shatner che fa testo a sé.

Possiamo dire cosa vogliamo su questa serie televisiva ma per il periodo Star Trek prese delle scelte coraggiose e dimostra una maturità negli intenti narrativi davvero lodevole. Difatti questo concetto assolutamente condivisibile di umanità unita, libertà di religione e cultura, diplomazia verso il diverso e interesse verso l’ignoto diventa un po’ il leitmotiv di tutto il brand e si riflette e rinnova nel tempo adattandosi alle problematiche del periodo corrente, per citarne alcuni abbiamo l’esempio dell’episodio Symbiosis del 1988 da Star Trek The Next Generation palesemente contro le droghe, Rejoined del 1995 da Star Trek Deep Space Nine che porta in televisione uno dei primi baci tra due individui del solito sesso, come poi era già stato il controverso bacio in Plato’s Stepchildren dalla serie originale che pare essere uno dei primi baci interrazziali televisivi, e tutta la terza stagione di Enterprise (2003/04) in cui si ragiona sugli effetti di un tremendo attacco terroristico e se ne analizzano le conseguenze dal punto di vista umano.

La splendida filosofia che c’è dietro a molti degli episodi televisivi e ad alcuni film (Star Trek IV The Voyage Home ad esempio è un film profondamente ecologista) si sposa al modo in cui Star Trek tratta ogni suo aspetto narrativo introducendo allo spettatore una fantascienza dove le tempistiche, l’uomo, l’ingegno e i rapporti sociali sono diplomatici tattici calmi e ponderati. Non siamo difronte alla fantascienza cinetica di Star Wars o di Battlestar Galattica (quello del ‘78), e anche quando il cinema diventa più movimentato come negli anni ‘90 Star Trek rimane dietro alla sua filosofia in cui dietro alla nave c’è l’uomo che fa la differenza, in cui la diplomazia è sempre la prima arma e in cui i protagonisti della serie sono tali non perché eroi action slanciati e atletici ma perché uomini carismatici e pensatori. Basti vedere le splendide battaglie spaziali cinematografiche di The Wrath of KhanThe Undiscovered CountryNemesis, dove le navi spaziali sono quasi dei sottomarini nel loro muoversi con lentezza, nel loro scegliere la posizione di vantaggio rispetto all’avversario, dove lo scontro non è determinato da chi spara di più o meglio ma da chi è più intelligente, da chi sfrutta una posizione tattica a suo favore o da chi riesce ad ingannare l’avversario.

Questo punto di vista è evidente nelle serie di The Next Generation e Deep Space Nine e si perde con il tempo, arrivando a sfumare sempre di più con gli ultimi film tratti da The Next Generation che poi porteranno alla chiusura delle porte del brand perché diventato troppo di nicchia e arrivato addirittura a scontentare perfino i fan.

Ma ecco che nel 2000 esplode la voglia dei remake e anche Star Trek cade vittima di questa infausta moda.

Da questo gran parlare dello Star Trek precedente all’era J.J.Abramsiana avrete dedotto due cose:

  1. Sì, mi piace Star Trek e ho visto praticamente tutto quello che c’è da vedere.
  2. No, non trombo da un po’ (diretta conseguenza del primo punto).

Ma vi chiederete anche: che cazzo ce ne frega a noi dello Star Trek prima di Beyond? E Sbagliate, perché per capire dove questi nuovi film ipercinetici e assurdamente veloci sbagliano c’è prima da comprendere la filosofia dietro al marchio, filosofia non solo narrativa ma che si riflette anche sulle scelte tecniche che poi costruiscono lo scheletro del film.

Perché Star Trek, almeno nelle sue rappresentazioni più classiche e conosciute, è sempre stato un prodotto d’attesa! In Star Trek il montaggio raramente è frenetico e veloce, i dialoghi raramente sono dei botta e risposta iper ironici e serrati, raramente la colonna sonora è pomposa e spedita. Spesso assistiamo a stalli tattici tra navi, a duelli di intenzioni tra due forze (su tutti Khan che frega Kirk e successivamente Kirk che frega Khan in Star Trek II), a precarie situazioni diplomatiche. E non fraintendiamoci, stiamo comunque parlando di azione SCIFI che però ha sempre fatto leva sulle attese e sulla tensione. Star Trek ha delle tempistiche da spaghetti western Leoniano che molti altri prodotti del genere si sognano, solo che invece del primo piano sugli occhi e poi il taglio sugli stivali c’è un piano ravvicinato sulla plancia che dopo stacca sulle gondole di curvatura, ma i duelli ci sono tutti, la tensione c’è tutta, il montaggio e le tempistiche sono sempre fatte in favore di questi padroni, si parla di un modus operandi che copre il brand dal ‘66 fino a Star Trek Generation del 1994 (dopo si è andato un po’ a perdere e i film con protagonista il cast di The Next Generation spesso sconvolgono la psicologia dei personaggi rispetto alla serie televisiva facendomi storcere il naso e finendo tra gli esperimenti startreccosi che secondo me sono meno riusciti), trent’anni di roba non possono essere così facilmente ignorati.


E infatti, come dicevo prima, 2009 J.J. Abrams e Star Trek rebootato.

Taglio corto sullo Star Trek del 2009 e su Star Trek Into Darkness altrimenti ci facciamo notte, ma comunque mi sento di doverci spendere due paroline, tanto per introdurre Beyond a modino.

Star Trek Il Futuro ha Inizio è il primo dei tre reboot che questo secondo decennio del 2000 ha regalato ai fan della serie, reboot coraggioso che appallottola tutta la timeline esistente e ne crea una nuova per permettere agli sceneggiatori di poter fare il cazzo che vogliono, se sposo l’idea del Format C: al vecchio Star Trek cinematografico che stava perdendo di fascino e idee, e appoggio assolutamente la voglia di svecchiare il prodotto per renderlo appetibile ad un pubblico più vasto, non appoggio invece quello che questi due intenti hanno portato: ad una banalizzazione del marchio rendendolo meno iconico e sempre più banalmente rivisto.

Premetto che secondo me il film del 2009, escluso per qualche inciampo, è uno dei meglio della serie cinematografica composta all’attuale da tredici film. Questo Futuro ha Inizio è un film estremamente giovanile, dove tutto l’equipaggio è composto da bambini petulanti che si affannano a destra e a manca per far funzionare la nave più avanzata della flotta, ma sono tutti sotto il comando del capitano Pike, un più che credibile Bruce Greenwood che con il suo carisma mette tutti in riga. Ed ecco che Star Trek 2009 giustifica il suo essere giovanile e ingenuo proponendoci un equipaggio di cadetti inesperti che forzati dalla situazione si troveranno a risolvere la solita magagna spaziale di turno. Quindi accettiamo le stronzate e l’irriverenza estenuante di certe situazioni per passare sopra alla non troppo fedele rivisitazione di alcuni personaggi, che ricordiamo sono i protagonisti della serie originale nelle loro vesti da adolescenti.

E se questo gran pappone che di Star Trek mantiene ancora una certa lontana ombra, potrebbe farci storcere il naso in quanto fanboy rompicoglioni, la cosa che sicuramente ci fa apprezzare questo film è Eric Bana che ci porta in schermo il bellissimo Nero, secondo me il terzo cattivo più bello di tutto lo Star Trek al cinema (Volete la classifica personale? E’ quella classica: 1° Khan di Ricardo MontalbanGenerale Cheng di Christopher Plummer e come terzo appunto Eric Bana), Nero è incazzatissimo, urla in faccia alla gente è stra energetico, ha una motivazione valida e condivisibile e non lascia scampo! La sua nave ha un nome fighissimo, Narada, e questo design a mezzo tra un castello del male fantasy e un dio Lovercraftiano, che ingoia i mondi e gli uomini. Bellissimo.

Quindi un film più ingenuo, che purtroppo fa leva sul montaggio frenetico e su delle sparatorie iper veloci che si sposano meglio con altri brand e che ti fanno dimenticare che quello che stai vendendo è un film di Star Trek, ma un film che riesce e che spesso mette in campo tanti piccoli capisaldi startreccosi come il viaggio nel tempo, la vendetta, il coinvolgimento personale, la tattica vincente centro il nemico in palese vantaggio, la nave ammiraglia in panne o comandata da chi non è ancora in grado di farlo. Che devo dire, a me piace un sacco questo film e ne perdono certi scivoloni.


Dopo questo fortunato esperimento, almeno per il Box Office americano, J.J. ci riprova e nel 2013 sforna Star Trek Into Darkness, il secondo titolo del brand rebootato che stavolta si discosta da Star Trek in modo palese e deciso. Anche qui dovete prendere la filosofia startrecchiana e buttarla nel cestino facendoci una palla e tentando un tiro a palombella dalla distanza, ma se nel primo film di questa nuova serie cinematografica almeno la storia è apprezzabile e i rimandi al brand sono creati dagli incastri di trama, qui invece ci troviamo difronte a un pasticcio narrativo piuttosto sconnesso e una serie di fanservice forzati messi sotto forma di citazioni sconnesse dalla trama principale. Into Darkness ci prova e talvolta dimostra di saper elaborare delle scene concettualmente bellissime, come l’introduzione del Khan di Benedict Cumberbatch nella scena dell’ospedale londinese, l’inseguimento durante la curvatura o il montaggio che sfuma dall’urlo di Spok alla gigantesca USS Vengeance che sta precipitando, però spesso si ha la sensazione che queste siano completamente slegate dal plot che soffre di continui buchi di sceneggiatura e scelte forzate che strizzano l’occhio al fan tentando di soddisfarlo e finendo per indispettirlo.

Un film forzato e mal scritto, visivamente godibile anche se calca la mano su una fotografia fin troppo satura e un montaggio apprezzabile ma che non da tregua allo spettatore. Personalmente trovo Into Darkness di grande intrattenimento soprattutto perché adoro come Giacchino sottolinea le scene con una colonna sonora splendida, e mi piace il personaggio e l’attore Cumberbatch, obiettivamente però siamo distanti anni luce dallo Star Trek originale dimenticando del tutto filosofia, epica e tempistiche di narrazione, e il film cazzo… è narrativamente disastroso.

J.J. viene infilato dentro Star Wars e si ha bisogno di un nuovo regista che sappia girare la roba iperfrenetica e che non rompa tanto le palle alla produzione, ecco che viene chiamato Justin Lin direttore dei Fast & Furious dal tre al sei e di altri film che sinceramente non ho mai visto.


Star Trek Beyond

Star Trek Beyond è il terzo film della nuova rispolverata trilogia cinematografica di Star Trek, e parte dal presupposto che le stupide e gravose scelte narrative del precedente film non vengono prese in considerazione da questo nuovo lungometraggio: Quindi scordiamoci di un possibile coinvolgimento sentimentale tra Carol Marcus e Kirk, come invece il precedente film ci voleva velatamente suggerire ripercorrendo le orme di Star Trek II The Wrath of Khan di cui doveva essere il rip-off, o quella vaccata del teletrasporto planetario e del sangue che resuscita i morti. Ottima scelta anche perché queste buffonate messe in scena da Into Darkness per la maggior parte sono così invasive che avrebbero reso difficile il dover scrivere un nuovo film dovendole tenere in considerazione.

Beyond torna subito sui primi passi fatti da questa nuova saga e riporta il plot in un ambiente più classico per il brand, meno convoluto e intricato e più godibile.

La nave Enterprise, reduce da una missione diplomatica in cui recupera un artefatto alieno dai misteriosi poteri, viene mandata in aiuto di un vascello in panne all’intero di una nebula che nasconde un pianeta. Scopriremo che la chiamata di soccorso era fasulla, orchestrata da un certo Krall che ha intenzione di recuperare il suddetto artefatto e vendicarsi della Federazione, per una ragione imprecisata che ci sarà rivelata durante il film.

L’incipit funziona e il pretesto plausibile per il mondo di Star Trek ci fa da subito ben sperare che stavolta siano riusciti a tirare fuori dal cappello qualcosa di digeribile, si vede che dietro la scrittura c’è Simon Pegg che avendo lavorato tanto con Edgar Wright (Hot Fuzz, The World’s End, Shaun Of The Dead, Baby Driver) di sicuro è più capace di scrivere qualcosa di meno stupido rispetto a Orci e Lindelof, capace nel dare una forma al nuovo Star Trek; fare qualcosa a metà strada tra il nuovo e il vecchio, cercando un giusto equilibrio tra questi due mondi così distanti.

Il film tuttavia inizia e prosegue con una certa flemma e con pochi spunti innovativi per un’action SCIFI ma butta giù delle scene notevoli e mette Justin Lin dietro ad un prodotto che sicuramente gli si confà di più degli ultimi Fast & Furious che spesso e volentieri sfociano nel surreale. Qui si sfoga e può fare quello che vuole, tanto non è che ti lamenti se una cosa è assurda quando quello che vedi sono alieni con quattro braccia e artefatti arcani in grado di sprigionare poteri assurdi. E Il Signor Lin devo dire fa un lavoro più che buono: ricordandosi del suo passato da regista di motori tratta l’Enterprise come una Ford Mustang del ‘70, cosa che con questa voglia di rendere Star Trek un film d’azione a focobomba ci sta un casino: La riprende dal basso mentre schiva dei detriti spaziali, le si attacca al cofano mentre sta per salpare, la inquadra da sopra le gondole di curvatura, le sta attaccato quando vira e quando si capovolge. Lin è al suo massimo, lo hanno drogato e lui parte. Non sente seghe.

C’è Sofia Boutella che sgambetta da tutte le parti e mette al servizio dei calci nel muso le sue doti da ballerina, doti già ampiamente sfruttate in Kingsman: The Secret Service dove anche li ballava e ti sfaceva la faccia di pedate, e Lin che la riprende dal basso e dall’alto, ci si sbizzarrisce; le dedica una bella carrellata quando la troviamo per la prima volta, e lei urla arrabbiatissima a degli alieni casuali. Così. Perché sì. Ci ficcano le moto così si ha il tempo per qualche stunt, e si inventano degli espedienti fantasiosi per creare degli scontri fisici un po’ meno banali del solito.

E finalmente bilanciano la fotografia uscendo dal tunnel Abrams dei lens flare a dumila e tornando sul pianeta terra dove la gente non è arancione in faccia e dove i colori non sono ipersaturi.

Quindi penserete: ah vabbè, di Star Trek non c’è più un cazzo ma il film è divertente!

No.

Questo Star Trek Beyond è incomprensibilmente piatto e tremendamente rivisto, soffre degli stereotipi startrecchiani più sfruttati e non riesce a metterli sotto una nuova luce. C’è da dire che la scrittura ha un tono più classico e certe volte sembra di guardare una puntata degli anni ‘60, almeno come intenti non certo come ritmo o immaginifico, questo è un grosso passo avanti rispetto agli altri due capitoli ma propone tutti i suoi incastri narrativi nel modo più banale possibile veicolandoli con una ingenuità paradossale finendo per portarci in schermo un film prevedibile e dai toni costantemente affannati.

La cosa che più mi ha colpito negativamente della trama è il cattivo: questo Krall di Idris Elba non ha identità e si fa carico di una motivazione assolutamente non condivisibile cosa che lo rende distante antipatico e anonimo.

Nero del primo film cerca una vendetta motivata dalla distruzione del suo pianeta natale, una vendetta così agognata che lo porterà poi alla follia. Il Khan di Cumberbatch è un capitano e un leader che si fa carico delle vite dei suoi sottoposti e che grida giustizia verso la società che lo ha usato, per due volte di seguito. Il Krall di Elba è un fascista che prima faceva la guerra, adesso non la fa più e la vuole rifare perché: “meglio un giorno da leoni che cento da pecora” “era meglio quando si stava peggio” “quando c’era lui i treni arrivavano in orario”

Non ha frasi celebri, non ha un look accattivante, non ha una motivazione condivisibile, le linee di dialogo che lo supportano sono poche e banali, gli indizi per farci capire la sua storia sono palesi sin da subito, e finisce in un climax scialbo assolutamente dimenticabile. Che bello Nero che urla vendetta dall’interno del suo castello che si sta distruggendo o l’inseguimento di Khan e Spok sottolineato da Giacchino con la track  The San Fran Hustle che riprende anche un frangente dalla famosa composizione da combattimento della colonna sonora originale anni ‘60 (che ricordiamo sempre è l’inno nazionale del pianeta di Zoidberg in Futurama).

Un peccato perché questo Krall è molto vicino al Khan di Montalban come genesi e motivazioni, molto di più del nuovo Khan, e poteva avere quindi una forza paragonabile ad uno dei cattivi più iconici del brand, nulla lo vietava. Invece ce lo dimenticheremo tra qualche settimana e finirà anche lui nella cerchia dei grandi attori che si sono fatti carico di parti scritte a fava, ricordiamo: Christopher Lloyd in Star Trek The Search for SpockMurray Abraham in Star Trek Insurrection o l’insospettabile Ron Perlman a fianco di un giovane Tom Hardy in Nemesis (altro tentativo sprecato di mettere in pentola una versione alternativa di The Wrath of Khan. SMETTETE DI PROVARCI!).

E purtroppo questa scrittura dimenticabile del cattivo di turno si riflette su tutti gli altri personaggi, vecchi e nuovi, che in questo film più che negli altri sono delle macchiette caricaturali dei loro alter ego originali. E si torna sempre dietro alle solite meccaniche di trama che hanno rotto le palle: Kirk vuole lasciare il comando della nave ma poi non lo fa, Spock vuole lasciare il posto da vicecomandante ma non lo fa, Spok e Uhura si litigano e si lasciano ma poi non lo fanno. Tutte queste storie fini a loro stesse sono raccontate senza guizzo, senza idee. Vanno avanti per inerzia fino a quando non si risolvono, quasi per caso.

E tra qualche idea interessante che ci lega in mondo molto più velato dei fan service Abramsiani al brand originale (come l’Enterprise che viene distrutta in questo terzo film del nuovo brand come nel terzo film vecchio), e passando per un troppo esasperato ma dovuto e comprensibile omaggio alla morte di Leonard Nimoy, il film finisce. Così come è iniziato.

Cosa ci ricordiamo alla fine di questo nuovo installment della nuova saga startrecchiana?

  1. Una scena folle in cui usano Sabotage dei Beastie Boys per sabotare le trasmissioni telepatiche delle navi nemiche (che esplodono, ma non dovevano solo sabotare le trasmissioni? Non ho capito).
  2. La distruzione dell’Enterprise che obiettivamente ho trovato una figata.
  3. La scena iniziale orripilante, con i mostrini che sembrano grossi ma poi sono piccini! Ma levatevi di culo.
  4. Qualche scambio di battute che strappa un sorriso.
  5. Le locandine, guardate che belle le locandine. Che belle:

 

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Quindi Star Trek Beyond, come è? Innocuo. E’ un filmetto innocuo che talvolta riesce a regalarci cinque minuti di intrattenimento, spesso calca troppo la mano con questa ironia stile Marvel che sta un po’ dominando i film commerciali odierni ma che comunque talvolta strappa un sorriso, qualche stronzata evitabile, qualche scena ben fatta, di Star Trek nemmeno più il puzzo, forse qualche velata intenzione. Devo dire che due ore mi sono passate ma senza troppe emozioni.


Tornando al discorso iniziale su Star Trek: che fine ha fatto il montaggio ragionato e lento che si sposa con il concetto di vastità dello spazio? Che fine hanno fatto i combattimenti tattici in cui l’uomo fa la differenza e non la macchina? Dove sono i grandi diplomatici? L’interazione tra le razze? Che fine ha fatto la figura del capitano carismatico?

Perché continuare a chiamare Star Trek un prodotto che sta scadendo nell’anonimato e di cui comunque Star Trek è un’ombra?

L’intento del primo film poteva essere condivisibile: svecchiare il brand. Ok. E forse la ciurma, anche se banalizzata e senza la forza di tre stagioni e sei film alle spalle era pensata bene come rivisitazione: Non è forse Kirk un egocentrico e presuntuoso cazzone, come lo Shatner degli anni ‘60? Certo contestualizzato a come potrebbe essere uno sbruffone odierno. Non è forse il McCoy di Karl Urban un cinico rompiballe? E Chekov il più giovane e inesperto della ciurma? Stiamo perdendo anche questa banale e superficiale caratterizzazione che almeno nel primo film del reboot è presente?

Allora perché mantenere il nome? E’ solo un mero fatto di visibilità? Perché diciamocelo, se si chiama Star Trek io ci vado e come me molti altri, se si chiamasse Peppino nello Spazio, forse rimarrei a casa.


Alla fine mi piace questo reboot di Star Trek? Come detto sono un fan, ma non rompo troppo le palle e se una cosa mi diverte la accetto. Questo reboot alla fine mi diverte, mi dispiace però che tutto il brand sia diventato più stupido e meno iconico. Con questi nuovi film si è perduto quello che rendeva Star Trek unico, che lo ha reso unico per 40 anni, e siamo finiti in una spirale di film banali che possono anche piacere ma che sicuramente non portano nessuna ventata di freschezza alla scena SCIFI, al film commerciale odierno o a Star Trek come marchio. E’ una nuova saga cinematografica come tante, che talvolta fa bene talvolta fa schifo, volendo si segue ma alla fine non lascia nulla.

Constatazione assurda se prendiamo in considerazione il fatto che stiamo parlando di una icona pop scolpita nella testa della gente da quasi mezzo secolo.


Peccato. Mediamente deluso da questo Beyond.

Deluso anche da dove si sta dirigendo il marchio: Where No Man Has Gone Before.

Per una dannatissima ragione! Cazzo!

 


9 risposte a "Star Trek Beyond"

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