Suicide Squad

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Ecco che la DC torna alla carica con un nuovo tassello del suo DC Cinematic Universe che vorrebbe ricalcare il successo e la lungimiranza della Marvel ma che fino ad ora ha dimostrato di essere frettoloso e sconnesso. E tutti arrivati a questo punto ci saremmo aspettati una cagatona invereconda, perché parliamoci chiaro: dopo Batman V Superman uno cosa dovrebbe pensare? E Man of Steel, che nella sua farraginosa confusione ci ricorda un po’ Dragon Ball e un po’ Dawson’s Creek, riesce anche a mettere in piedi un film che alla fine funziona, ma dopo Batman v Superman (anche affrontando di petto i pregiudizi, prendendoli per le corna e massacrandoli di ginocchiate nei denti) era difficile partire a mente sgombra. Era difficile dire: vado, mi diverto, è ganzo, non penso a nulla.

E infatti ero lì un po’ imbronciato pensando a quante Harley Quinn ci saranno a Lucca Comics questo anno, già mezzo incazzato per la temperatura plutoniana che l’aria condizionata del cinema genera, e contrariato dall’idea di voler vedere un film corale in questo periodo dove non si sa più scrivere le sceneggiature e dove per presentare i personaggi siamo costretti a ricorrere alle sfilate di moda, mi pareva in partenza una cosa da evitare. Ma ero comunque incuriosito.

E invece… E’ ganzo!

Come sempre andiamo con ordine: David Ayer. Il regista.

Ayer è un ragazzone robusto dell’Illinois che esordisce come regista nel 2005 con l’interessante Harsh Times di cui abbiamo parlato qui, che dipinge una realtà in bilico tra due mondi, un film bipolare che oscilla tra legalità e crimine tra stabilità e follia, dove il bene e il male si confondono andando a creare una sfumatura di grigio molto più reale dei suoi colori originali. Il percorso di Ayer su questa tematica non si ferma e nel 2008 esce Street Kings con Keanu Reeves, film che vira prepotentemente sul thriller poliziesco e che anche qui ci mostra come la linea tra il bene e il male sia labile. Si prosegue con End of Watch, lungometraggio dai tratti documentaristici che dipinge la vita di due poliziotti (Jake Gyllenhaal e Michael Pena) che per troppo zelo finiranno in un pasticcio molto più grande di loro, altro tassello della saga concettuale di Ayer che pone sempre l’angelo della giustizia in questo stallo alla messicana dove il primo che si muove viene freddato senza particolari fronzoli. Si continua con Sabotage che sinceramente non ho visto e di cui non parlerò, e con il più che riuscito Fury del 2014 che pone l’idea di Ayer delle due facce di una stessa medaglia sotto il torchio della guerra. E ci risiamo, la saga concettuale di David continua ponendo i protagonisti di questo ottimo film davanti a delle scelte morali che non ammettono un colore nitido. Fury ci mostra una guerra che inevitabilmente proverà chi la conduce finendo per inscatolare i suoi personaggi in un contenitore (mentale: accettare la guerra. E fisico: il carro armato) che esula dal bene e dal male ma che rientra più facilmente nell’umanocon le sue paure e i suoi difetti. Un film forte che, purtroppo, sporadicamente mette certe scene sotto un simbolico manierismo un po’ banale ma che ci regala una resa visiva incredibile e delle battaglie di carri armati splendide che quasi ci ricordano quella cinetica lenta ed inesorabile da assalto imperiale alla base di Hoth in Star Wars The Empire Strikes Back.

2016 e Suicide Squad

E chi meglio di Ayer per tentare di mettere su una baracca di antieroi, chi meglio di lui per dipingere la linea che divide il bene dal male, la follia dalla sanità? Alla fine Suicide Squad prosegue la saga concettuale di questo regista che ha esplorato varie dialettiche per veicolare il suo concetto di giustizia e di legalità. Si passa da una sorta di neorealismo (spero che Luchino Visconti nell’aldilà mi riempia di mazzate per queste mie troppo larghe concessioni nell’intendere un concetto) moderno di Harsh Times, al thriller al documentario e perché no, perché non potrebbe starci un cinecomics?

E infatti considero, almeno concettualmente, Suicide Squad a tutti gli effetti un film di Ayer (che lo ha scritto, come molti altri dei film che poi dirige) anche se si nota una virata di stile narrativo e un’idea di regia più conforme al genere che si va ad esplorare.

Questo contenitore infatti è Ayeriano come intenti ma la produzione così presente dietro a questi film e forse le necessità narrative del cinecomics commerciale frenano leggermente il nostro David che gira un prodotto visivamente valido e d’impatto ma che nella sua totalità è un po’ banale: pose plastiche dei protagonisti durante gli scontri, stop & go al sapor di Snyder, campi e controcampi che incorniciano bene l’azione ma che non fanno nulla di più che mostrarci quello che avviene in schermo senza stupire particolarmente. Siamo lontano da Fury che fuori dal carro è arioso e ampio e dentro il carro è stretto e immobile, lontani dalla camera intimista di Harsh Times, dalle rincorse con la camera a mano di End of Watch. Una regia comunque solida ma che purtroppo rimane anonima.

Quello che invece non rimane anonimo in questo film, e che Ayer e il suo direttore della fotografia Roman Vasyanov inquadrano perfettamente, sono l’immaginifico e le idee visive. C’è da dire poco ma Suicide Squad è un film visivamente figo e sfrutta bene delle idee che potevano essere banali ma che invece, complice una scelta cromatica azzeccatissima, risultano brillanti. Questo contenitore di super eroi non ha tempo di costruire un film corale come si deve, e i suoi protagonisti non hanno avuto un precedente cinematografico che li possa dipingere caratterialmente, questo spinge tutto ad una brusca e netta virata verso un look che si impone di essere ricordato e che ci riesce: splendida Cara Delevingne fotografata ora in silhouette nera con lo sfondo chiaro e con gli occhi brillanti inghiottiti dall’oscurità, adesso circondata da colori forti e luminosi, che si muove sinuosa e imprevedibile come un serpente, belli i costumi e il trucco di tutti i personaggi che inevitabilmente riflettono il loro carattere e belle le scene che introducono la nostra squadra di squinternati.

Scene che riescono a veicolare in pochi secondi il poco che c’è da dire su queste macchiette eroistiche, ma che nella loro perfetta costruzione risultano sempre un po’ fini a se stesse e soffrono di un manierismo eccessivo nel veicolare il loro simbolismo spicciolo, quasi banale. Il Joker circondato da coltelli che ride isterico plasticamente sdraiato all’interno di questo cerchio di lame è un sunto banale del personaggio, ma che nel contesto funziona e ti rimane impresso. Joker e Harley Quinn che si baciano in una vasca di rifiuti tossici circondati da uno svolazzo di colore in contrasto con la situazione attuale è un immagine banale, artefatta, funziona nel suo voler rimanere impressa e nel suo intento narrativo, è ben girata e è bella da vedere ma è costruita con ingenuità, ricorda il diario pieno di svolazzi di una bambina delle medie che fantastica sul suo amore, o lo smartphone glitterato di una diciassettenne po’ scema. Katana che si chiama così perché in effetti usa una Katana, con il suo look da japponinja e questo alone da dramma orientale è un personaggio molto abbozzato che fa leva sulla banalità dello stereotipo per rimanerti impresso. E come loro gli altri. Però questo suo essere banale e artefatto lo rende molto più godibile delle altre creature DC, è meno convoluto come intenti narrativi e più diretto come immagini e propositi: Va dritto al punto non ci stufa con minuti di drammi esistenziali e punta su queste botte visive coloratissime che ci rimangono impresse.

Impresse come in una sfilata di moda, cosa che temevo molto e che alla fine si è concretizzata, anche se il film stempera la noia che poteva portare il vedere dodicimila flashback con personaggi in posa plastica riuscendo a non prendersi sul serio. In questo tipo di lungometraggio cinecomicsiano, con tremila personaggi mai visti a reggere la trama, è inevitabile che si finisca nella sfilata di presentazione, è anche vero che se questo espediente di per se povero e facile viene sfruttato prevalentemente sotto un punto di vista estetico potrebbe regalare qualche piacevole momento di puro intrattenimento visivo. Cosa che succede e che ho apprezzato.

Ma questo Suicide Squad di cosa parla? Cosa affrontiamo?

La cosa che più mi è piaciuta di Suicide Squad è che è un film d’amore sui generis, e che alla fine Ayer e la sua idea di bilanciarsi sul filo del bene / male non si riflette sui personaggi del team suicida ma su quello che è poi il vero villain di tutta la vicenda, molto di più di Enchantress (che ci riporta con la mente ad Apocalisse di Oscar Isaac); Amanda Waller di Viola Davis.

Suicide Squad è un film d’amore, un amore che riflette due facce della solita medaglia e che spesso è bipolare, distorto. Lo si rivede nella travagliata e a tratti un po’ scontata storia tra Harley Quinn e il Joker, che comunque ricorda il rapporto adolescenziale che abbiamo già rivisto in modo più velato nella serie animata della Warner Bros, prima apparizione del personaggio femminile, o nel più oscuro videogioco Batman Arkham City. Lo si rivede in Katana, disperata per la perdita del marito. In Diablo che si contorce per la perdita della sua famiglia. In Rick FlagJune Moone invischiati in una classicissima storia d’amore fiabesca con tanto di castello del drago e principessa intrappolata. E ovviamente lo vediamo in quello che poi, assieme alla bonissima Margot Robbie, è identificabile come il personaggio principale: Deadshot di Will Smith, in formissima in questo film. Deadshot, innamorato della figlia che non può vedere causa la reclusione, farà di tutto per poter passare qualche ora in sua compagnia, arrivando addirittura ad accettare lo smacco finale che (sempre restando dentro questa ottica Ayeriana di cui si è parlato prima e che rivedremo poi in Amanda Waller) invaliderà tutti i suoi sforzi di redenzione ribaltando così il breve momento di gloria post climax. Will e Margot sono un po’ i portabandiera della morale born to love, che aleggia in tutto il film e che gravita su praticamente tutti i personaggi rendendo a tutti gli effetti questo lungometraggio action un film d’amore e avventura, di cavalieri e dame, di pazzi e mostri alla fine umani.

Come detto questo film ripercorre la saga concettuale di Ayer della sottile linea che divide il bene dal male, linea che poi non esiste e tutto si mischia per confondersi, e se il nostro team di debosciati è in effetti un ottimo esempio di caratteri situazioni e mentalità ambigue, il personaggio che più di tutti porta avanti questa grigia bandiera è Amanda Waller, oscura serva del governo che pare non debba rendere conto a nessuno. Amanda ammazza gli innocenti per il suo paese, arruola pazzi sanguinari per il suo paese, riunisce vertici militari e capi di governo per mantenere la pace in un mondo sempre di più abitato e minacciato dai Metaumani, quindi una doppia faccia che abbiamo già ampiamente esplorato nei film degli X-Men che ripropongono sempre il tema del problema del Superuomo rapportato alla Normalsocietà, e di recente nel buon Captain America Civil War o nel meno buono Batman v Superman che analizzano le problematiche concrete dell’impatto del Superuomo sulla vita di ogni giorno. Personaggio quindi che prosegue, anche se in modo più velato, questo ragionamento cinecomicsiano sulla visione del diverso da parte di una società impaurita. La Davis mette in scena forse il personaggio più cattivo di tutti gli altri cattivi, che sono sempre circondati da un alone fumettistico che aiuta a stemperare questi caratteri così marcati e al contempo ingenui, il suo è sicuramente il personaggio più serio e meno ingenuo, che non esce mai dalla parte, che non si fa carico di battute ironiche per andare avanti e che non ha bisogno di giustificare la sua malvagità con un’ostentata pazzia. Forse è quella che rappresenta meglio la frase pronunciata da Harley Quinn nel bar: “Siamo fatti così, siamo cattivi

Forse siete menefreghisti, forse siete matti, sicuramente instabili, spesso bipolari. Ma cattivi? Di malvagi in questo film sono in due: il Joker di Leto e appunto, la più cattiva di tutti perché lucida nella sua preponderata follia, Amanda Waller. Molto bella.

Già che ci siamo, spendiamo due parole su questo nuovo Joker cinematografico di Jared Leto. Ho sentito da amici e letto sporadicamente su internet che sarebbe stata la cosa peggiore del film facendomi rimpiangere Nolan, e perché no, forse anche Cesar Romero. Ma a mente fredda ho pensato due cose: la prima è che portare in schermo un personaggio così iconico e conosciuto dopo Cesar Romero (che ha un po’ segnato l’immagine pop di questo villain), Jack NicholsonMark HamillHeath Ledger sarebbe stata un impresa titanica, visto che tutti questi quattro attori hanno contribuito a consolidare e rafforzare l’immagine del personaggio che attualmente, per la massa, ha degli standard da rispettare senza poter sgarrare. E la seconda è che siamo troppo assuefatti dall’idea preconfezionata che deve avere questo character e non tolleriamo nessun altro modo di leggerlo. E non fraintendiamoci, come ho detto prima Leto porta in schermo un Joker molto artefatto, che soffre di un iconografia narrativa spicciola e che viene dipinto in un modo quasi infantile, ma nel suo piccolo funziona e rimane impresso riuscendo comunque a colpire lo spettatore con la sua figura da boss malavitoso egocentrico e sicuro di sé. Un Joker che in schermo non avevamo mai visto, con i suoi pacchianissimi anelli d’oro, che ostenta ricchezza mostrandola come un trofeo e che si prodiga per la sua donna facendo funzionare tutta la sua parte di storia che rispetto al focus del film è spostata di lato, irrisoria, ma che si amalgama con il resto dei personaggi continuando a calcare la mano sulla tematica amore/bene-male. Un personaggio che ho visto in tema con lo scritto e che ha il coraggio di cambiare rispetto ai suoi predecessori, che sono sicuramente più validi ma che hanno dalla loro parte più tempo in schermo e un idea narrativa differente.

Ma quindi, a fronte di tutto questo, come mai Suicide Squad funziona? Funziona perché non si prende troppo sul serio, sa di essere una stronzata e ci scherza sopra, sa di avere una sceneggiatura abbastanza scialba e si butta di pancia sul visivo, sa che i suoi personaggi sono delle macchiette e li ribalta evitando di spingere troppo sulla serietà senza però rendere tutti e tutto delle inutili comic relief fini a sé stesse, e soprattutto sa di dover intrattenere senza cercare altro.

Sì… ok… le scene d’azione sono degli stupidi balletti di gente che si mette in posa plastica, come sempre succede il cattivo fa la parte del tonto che viene massacrato da dei beoti e il film manca di quella violenza contorta che avrebbe giustificato maggiormente i caratteri di questi tizi, però Suicide Squad va dritto al punto, non ha una trama stupidamente convoluta, non cerca di stupirci con epiche grossate stucchevoli, non è pesante. E’ li. Imbecille ma divertente, facile da seguire, scorre nella sua cornice cinecomicsosa molto meglio dei film che traggono spunto dalla parte seria di questi personaggi, e ci ricorda da lontano quando queste figure erano un divertimento per bambini, quando il fumetto era colorato e brillante, quando non potevi prendere sul serio Aquaman. Questi stupidissimi tizi rimanevano all’interno della cornice che più li si confaceva. Suicide Squad ha quello che manca ai due precedenti Superman, al Batman di Nolan, forse anche agli X-Men belli di Singer, ha la forza di riproporre il fumetto nella cornice del fumetto, creando una base di interesse per i personaggi per poi svilupparli come più si confà ad un cretino che lancia i boomerang o ad una squinternata che combatte delle divinità perdute con una mazza da baseball, lasciandoli lì. Con la loro colorazione a puntini e quella giusta sensazione in bilico tra lo scherzo e il serio.

Lì, dove sai che ti sei divertito senza essere stato obbligato da questa voglia di inasprire l’inaspribile, di rendere serio un demente vestito da sirenetto o figo un cretino che corre più veloce degli altri. Suicide Squad sta lì, per una buona volta sta dove dovrebbe stare questa roba.


9 risposte a "Suicide Squad"

    1. Tendenzialmente sì, è un film diretto e senza troppe pretese che vuole divertire e diverte. Forse la considerazione assolutista sulla nontrama dei film d’azione è un po’ forte, ma rende l’idea se contestualizzata per questo film.

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  1. Io ricordo che lo vidi al cinema e lo trovai una collezione di videoclip nella prima parte, e un casino tutto nero nella seconda. Credo sia stato il film che ha segnato la fine delle mie visioni di cinecomics! X–D

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    1. E’ bruttino ma rende a questi personaggi una dimensione più consona al loro essere dei dementi usciti dagli anni ’60. Prova a rifare in modo differente delle icone ormai consolidate e tenta di dare un tono a tutto. Poi si fa la fine del videoclip però secondo me è più onesto di tanti altri papponi.

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