Minority report: recensione del film

exposyfy_-_minority_report_10825723756Prima di cominciare: sì, l’avevo già visto Minority Report, ma visto che è del 2002 erano passati più di dieci anni e mi ricordavo solamente la scena iniziale. Per il resto, non mi ricordavo nemmeno se mi fosse piaciuto o meno… quindi me lo sono preso in DVD (con un’operazione nostalgia in cui sono arrivati anche DuelJurassic Park e the Big Lebowski) e BAM! Ieri me lo sono rivisto.

Ho quindi capito perché mi ricordassi solamente della scena iniziale: è la cosa migliore di tutto il film. L’idea che introduce, quella del pre-crime, sembra subito interessante e può portare allo sviluppo di temi che vanno ben al di là di semplici inseguimenti con macchine futuristiche, ragnetti meccanici e jetpack (esempi casuali, naturalmente). Non porterà a niente, ma ci arriveremo. Intanto, vedere John Anderton (Tom Cruise) che tenta di capire dove si trovi il luogo dove avverrà il crimine per poterlo prevenire in un montaggio frenetico dove Spielberg ci mostra anche come si sta sviluppando il futuro crimine è davvero emozionante e ci fa entrare in questo 2054 nella migliore maniera possibile. E poi?

Poi arriva Danny Witwer (Colin Farrell) che deve investigare sulla bontà del sistema di pre-crime e, nonostante ci sia una scena molto bella in cui Cruise e Farrell si confrontano nel dialogo che resterà l’unico dialogo interessante di tutto il film (in cui Farrell evita che una pallina di legno cada per terra e Cruise gli dice che il fatto che l’abbia impedito non cambia il fatto che la pallina sarebbe caduta), cominciano i problemi del film. Scopriamo infatti che nel 2048 il tasso di criminalità a Washington era talmente alto che lanciarono il programma pre-crime  e… negli ultimi 6 anni non c’è stato NESSUN omicidio. Nessuno. Da mille a zero grazie al pre-crime. E allora cosa c’è da domandare? Ci sono ancora dubbi su quanto sia efficace il sistema? Le vere domande da porsi sarebbero state sulla bontà del sistema, che, il film ci mostra, UTILIZZA tre ragazzini con il potere di vedere il futuro (sono dei pre-cog, una figura che appare a volte nella splendida e vasta letteratura del grandissimo Philip K. Dick: il film è ispirato a un suo racconto). Questi tre poveracci sono tenuti prigionieri in una piscina nel dipartimento di pre-crime, drogati continuamente, e hanno cavi inseriti dentro il cervello per poter portare sugli schermi dei poliziotti le loro visioni. Di questo non viene fatta menzione nel film. È semplicemente così, più tardi verrà detto che erano figli di famiglie devastate con genitori non in grado di badare a loro e fine.

E ora arriva la parte peggiore. Sì, perché quello che poteva essere un intelligente film di fantascienza che toccasse temi seri (se un crimine non è avvenuto perché lo hai prevenuto, è ancora giusto condannare come colpevole la persona che stava per commettere suddetto crimine? È moralmente giusto usare i pre-cog come fossero oggetti e non come esseri umani solamente per sfruttarne i loro notevoli poteri? Mi viene in mente Measure of a man“, fantastica puntata di Star Trek the Next Generation, dove si discute se si possa trattare Data come essere vivente o come mera macchina da sfruttare…) diventa un semplice, e noioso, film di inseguimenti e colpi di scena non credibili o completamente inutili. Cosa scatena tutto questo?

Un giorno Tom Cruise a lavoro scopre che la vittima del prossimo omicidio in città, per lo più premeditato, sarà tale Leo Crow (attore privo di importanza), e che l’assassino sarà… proprio lui, Tom Cruise. Quindi scappa e fa di tutto per provare a dimostrare la sua innocenza, di cui è fermamente convinto: d’altra parte lui nemmeno lo conosce Leo Crow! In tutto questo scopriamo il perché del titolo del film: Cruise scopre che a volte ci sono dei minority report, cioè che Agatha (Samantha Morton), la più dotata dei pre-cog, non sempre prevede le stesse cose degli altri due. Convinto che sia il suo caso, la rapirà per estrarre il suo minority report in cui evidentemente lui non uccide Leo Crow. In realtà questo minority report non ci sarà e il punto chiave del film saranno gli eco, delle specie di deja-vu dei pre-cog… ma non perdiamoci in tutto questo come se fosse utile. La verità è che il film da questo punto in poi è semplicemente: Cruise scappa, i poliziotti lo inseguono. Cruise riesce a fuggire, va in un altro luogo e i poliziotti lo inseguono. Riesce a scappare e va in un altro luogo, dove dopo un po’ arrivano i poliziotti… e via dicendo. E se fossero inseguimenti avvincenti con delle situazioni credibili andrebbe anche bene per un semplice film d’azione, ma… non è così.

Si comincia con Cruise che scappa in auto, ma dopo poco il sistema/la polizia pre-crime prende il controllo della sua auto e la ridirige alla centrale per farlo arrestare. Allora Cruise scappa saltando da una macchina all’altra che nemmeno i jedi della nuova trilogia di Star Wars (non quella nuova nuova, quella di mezzo. Quella bella, via, con Jar Jar). Poi arrivano i poliziotti coi jetpack e via, a distruggere un po’ di appartamenti prendendo botte di qua e di là che fanno male solo ai poliziotti, che Cruise è naturalmente immune al dolore e alle ferite (con le solite scenette comiche targate Spielberg in cui i nostri eroi disturbano famiglie che fanno colazione e coppie che fanno sesso sotto mille strati di coperte e lenzuola). E poi la ciliegina sulla torta: l’inseguimento finisce in una fabbrica di auto e Cruise scappa con un’auto nuova. MA TUTTO È COMINCIATO PERCHÉ LE AUTO POSSONO ESSERE CONTROLLATE A DISTANZA DALLA POLIZIA!!! Beh, questa dove scappa Cruise no. È una macchina speciale, evidentemente. Molto bene.

Quindi Cruise va a parlare con una tizia in una serra piena di piante senzienti (WTF?) che gli dice dei minority report, e quindi ora Cruise deve rapire Agatha per trovare il suo minority report che dimostri la sua innocenza. Ma Cruise stesso dice che sarà difficile poter arrivare a rapirla, visto che tutto il dipartimento di polizia pre-crime lo sta cercando. Bene, e allora cosa fa? Ha un piano infallibile: farsi cambiare gli occhi per poter andare a giro (nel 2054 ci sono scan ottici ovunque quindi sarebbe difficile passare inosservato) andando da un dottore della malavita nel quartiere malfamato (in una scena che forse vuole rendere omaggio al Batman di Tim Burton quando Jack Napier praticamente diventa il Joker dopo essere caduto nell’acido?). Si scopre che il dottore ce l’ha con Cruise perché lo aveva incarcerato anni prima, che ha voglia di vendetta, e quindi cosa fa? Niente. Gli cambia gli occhi come richiesto, gli da consigli su come non farsi male, gli lascia da mangiare… e allora perché tutta ‘sta menata? Non porta assolutamente a niente. Ah si, porta a un’altra scena inutile. I poliziotti vanno a controllare il palazzo del quartiere malfamato sguinzagliando dei ragnetti robot a cui Cruise prova a sfuggire infilandosi in una vasca di acqua gelata e… fallisce. I ragnetti lo trovano e gli fanno lo scan dell’occhio sinistro (cosa che dovrebbe renderlo cieco da quell’occhio, a quanto aveva detto il dottore, ma che non succede) e bon, perfetto, non è lui, tutti a casa.

E quindi continua il piano infallibile per rapire la pre-cog: Cruise va al dipartimento, si inietta una roba che sembra dolorosissima per cambiare radicalmente il suo volto (no: è identico solo che sembra che l’abbiano preso a cazzotti qualche giorno prima; inoltre l’effetto dura cinque minuti in tutto) e entra aprendo tutte le porte che vuole USANDO UNO DEGLI OCCHI CHE GLI HANNO TOLTO. Ora non penserete che abbiano levato il privilegio di accesso all’edificio all’agente Cruise solamente perché è il ricercato numero uno in città (non ci sono crimini… suppongo che la polizia non abbia molto da fare)? No no, lui può andare a lavoro tranquillo. La cosa divertente, si fa per dire, è che verso la fine del film la moglie entrerà nel dipartimento allo stesso modo quando addirittura Cruise sarà stato arrestato! Ma lasciamo stare…

Il plot twist che scopriamo dopo è degno di Judge Dredd, quello del 1995 con Stallone coi vestiti di Versace. Lamar Burgess (Max von Sydow, che tra l’altro è uno dei capi di Stallone in quel Judge Dredd, ma non quello che lo incastra) sta incastrando Cruise per coprire un suo omicidio e salvare il sistema pre-crime continuando a mantenere il suo potere (inserire risata alla Malefix a piacimento). Questo lo porterà a un confronto finale contro Cruise in cui sceglierà di suicidarsi invece di uccidere Cruise come previsto dal sistema pre-crime, quindi negando l’infallibilità dello stesso e portandolo alla fine. Qui salta all’occhio un altro problema del film, cioè la voglia incontenibile di Spielberg di essere buono. Se almeno von Sydow avesse ucciso Cruise la cosa avrebbe avuto un senso: “Ok, mi hanno sgamato, però per lo meno provo che il sistema funziona, mi metteranno in carcere ma avevo ragione io! Il sistema funziona!” No, Max von Sydow si suicida chiarissimamente per… per… per portare al finale che più buonista di così non si può. Cruise si rimette con la moglie e la mette pure incinta, e i pre-cog vivono felici e contenti nella casa della prateria.

In tutto questo ci incastriamo la morte di Colin Farrell per mano del cattivone von Sydow, il fatto che Cruise viene arrestato e che sua moglie lo libera usando un suo occhio che si conserva benissimo in una bustina di plastica a distanza di giorni dall’essere stato estratto (e sfruttando il fatto che il responsabile della sicurezza del dipartimento di pre-crime è evidentemente Homer Simpson), e la fortissima motivazione del personaggio di Cruise. Sì, perché lui crede fortemente nel sistema pre-crime perché suo figlio fu rapito (cosa che portò alla separazione dalla moglie) e la cosa non sarebbe successa se ci fosse stato il sistema pre-crime. Eh. Un po’ come i background dei personaggi di Dungeons & Dragons di quando avevamo 14 anni: “Il mio personaggio odia i troll perché i troll hanno sterminato la sua famiglia quando era piccolo.” Bello. Ma Spielberg non è nuovo a queste fortissime caratterizzazioni dei personaggi , non ci sorprendiamo troppo (ce lo ricordiamo Sam Neill in Jurassic Park che odia i bambini ma alla fine ama i bambini?).

Quindi cosa ci rimane di questo film? Per essere del 2002, gli effetti speciali hanno retto bene. Per dire, il primo Spider man di Sam Raimi è dello stesso anno e le scene con CGI non sono invecchiate benissimo, mentre questo visivamente ha ancora cose da dire. Sarà che ha anche una fotografia molto bella e strana, con dei bianchi bruciatissimi accanto a dei colori desaturati molto freddi che servono bene l’ambientazione futuristica però sporca, di un mondo in cui non ti viene voglia di vivere nemmeno per sbaglio, anche se privo di omicidi. Il personaggio di Colin Farrell anche è ben incastrato nella trama, essendo un po’ un outsider invece del protagonista 100% buono Cruise o dell’antagonista 100% cattivo von Sydow. E poi come detto all’inizio la scena iniziale è davvero fiGa, e pure il primo confronto tra Cruise e Farrell. La musica invece non è niente da ricordare: accompagna bene tutte le scene dove la sentiamo (è John Williams, non mi aspetto niente di meno), ma non ha un tema che ci ricorderemo per molto tempo dopo la fine del film.

Minority Report: non consigliato (e, nota di colore: non passa il Bechdel test). E ora che faccio? Continuo con l’operazione nostalgia? Member Jurassic Park? Member the T-Rex? Member Mr DNA? Ho paura… Ciao!


12 risposte a "Minority report: recensione del film"

  1. Non badate alla bibliografia: era un po’ che volevo fare un post di bibliografia filmica e l’ho inserito così tanto per linkarlo in futuro, ma la bibliografia non ha nulla a che vedere con la dialettica con Brimo su Minority Report!

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    1. Molto interessante Nick!

      Io comunque di autorevole non ho niente, figurarsi la mia conoscenza del cinema, mentre te è evidente che ne mastichi per davvero… ma credi che Spielberg abbia pensato davvero a tutto quello che hai pensato te sulla forza delle immagini e sulla manipolazione della realtà? Magari si, eh, non dico di no, però già l’aver cambiato il fatto che il minority report c’era per ogni omicidio mi fa supporre che Spielberg non c’avesse capito molto di Dick, e che i temi che tiri fuori nella la tua analisi ci siano arrivati un po’ per caso. In ogni caso, quello che scrivi mi fa apprezzare di più delle parti del film (come la domanda Can you see?) di quanto non avessi fatto dopo la mia visione.

      Molto interessante il tuo pensiero su Minority Report!!! :–)

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  2. 1) Bada, che Spielberg usi i film come metafora cinematografica è quasi sicuro perché a) è lui stesso che lo dice in molte dichiarazioni (anch’esse, però, mescolate al suo buonismo insopportabile: Spielberg spesso dice di “creare sogni”, un’affermazione che è il massimo dello zuccheroso ed è insopportabile, ma che sancisce la sua volontà di fare film “consapevoli di essere film”, non so se mi spiego), b) i suoi primi film presentano metafore davvero smaccate (il finale di “Close Encounters” è proprio un set, con Truffaut che dirige, che fa il regista!)
    2) E io spero che sì, che Spielberg abbia voluto un po’ mettere delle “denuncine” sulla manipolazione della realtà in modo voluto, mentre altre credo anch’io siano state del tutto involontarie o inconsce, oppure surrettizie e nascoste… Oppure le cose sono andate diversamente… Mi spiego: il fatto è che tutta l’insistenza su occhi, visioni e immagini, che sia voluta o casuale, in “Minority Report” mi sembra molto preponderante, e quindi, in ogni caso, fondamentale nell’impianto formativo del film… Che Spielberg l’abbia fortemente voluta, o che ce l’abbia “trovata”, forse importa poco, il fatto è che c’è! — Max von Sydow, nelle interviste dei contenuti speciali del DVD, parla di uno Spielberg che addirittura improvvisava cosa inquadrare direttamente sul set: questo è segno che, forse, molte immagini sono venute in mente a Spielberg in fieri, e forse per questo certe “cose buone” giungono un po’ casuali nell’impianto complessivo di “Minority Report”, un impianto che forse era solo quello di un action-movie alla Cruise con scazzottate e inseguimenti, che Spielberg ha “salvato” in extremis con le metafore cinematografiche solo durante la lavorazione e quindi senza un supporto pensato e scritto su cui basarsi, ottenendo un risultato a metà, un ibrido tra action e metafora cinematografica poco esaltante, dove le metafore sembrano più casuali che altro… — Oppure Spielberg avrebbe voluto tanto fare uno stra-film di denuncia della manipolazione, ma poi Cruise c’ha voluto le scazzottate e gli inseguimenti, e questo ha portato a uno sdilinquimento delle metafore filmiche e a un loro declassamento dallo status primario a uno status secondario e surrettizio…
    In tutto questo, inoltre, non si sa quanto effettivamente abbiano contato le ingerenze politiche post 11 settembre… Forse il film, a livello di sceneggiatura, era diversissimo e più crudo e violento nella denuncia delle manipolazioni del potere, e si è edulcorato dopo l’attacco alle Twin Towers, come è successo a molti altri film prodotti in quel periodo…
    Boh…
    Come sono andate veramente le cose non lo potremo mai sapere finché Cruise o Spielberg non scriveranno un libro di memorie onesto! (cosa che Cruise non potrà mai fare perché appartenente a Scientology, una religione che non concepisce l’idea di “onestà”)
    3) Che, come dici tu, Spielberg non avesse capito nulla di Dick, secondo me è verissimo: la paranoia di Dick, Spielberg non sa neanche cosa sia… Spielberg ha semplicemente trovato in Dick due o tre spunti per continuare le sue metafore cinematografiche personali, e, grazie a Dick, queste sue metafore hanno acquistato un po’ di “pepe” e quindi di interesse!
    4) Solo io, forse, interpreto le metafore cinematografiche di “Minority Report” in senso “positivo”! E nella mia interpretazione, quindi, entrano fattori di gusto non razionali… Magari chiunque altro leggerà le immagini di “Minority Report” non come denuncia della civiltà dell’immagine ma come propaganda (e credo che qualche critico della rivista Filmcritica l’abbia fatto), però mi consolo vedendo che molti studiosi spielberghiani hanno inteso anche loro in “Minority Report” una metafora sul cinema e sulla conoscenza della “visione” che auspica “liberarci” dalla schiavitù dell’immagine… Ma cosa avesse voluto dire Spielberg, boh, chi lo sa… e poi cosa voglia dire Spielberg, purtroppo, è assolutamente ininfluente dal punto di vista della percezione, poiché un film (come qualsiasi oggetto d’arte) una volta uscito poi diventa ente altro dal creatore, ente che apparterrà a tutti coloro che lo vedranno, e che quindi verrà interpretato personalmente da tutti quanti in modo diverso, con buona pace delle intenzioni dell’autore e delle lamentele di Umberto Eco in proposito (ma questo è un altro discorso)
    5) La conclusione, a mio avviso, è che, comunque, le metafore cinematografiche di “Minority Report” sono goduriose e carine, ma che le risacche di action irrazionale e scazzottaro ne edulcorano di molto la potenza, e quindi “Minority Report” è un film riuscito a metà: e solo il mio gusto personale mi fa propendere verso un giudizio positivo: solo il mio gusto personale mi fa dire «le metafore cinematografiche sono così ganze che riscattano le scazzottate sceme»; ma il gusto personale è opinabilissimo e quindi che qualcun altro dica «le metafore cinematografiche non salvano il film dall’irrazionalità scema degli inseguimenti cretini» è del tutto legittimo, salutare e ugualmente vero!

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  3. Molto interessante quello che dici, non sapevo tutto questo su Spielberg. E’ certo che Minority Report non sia da giudicare alla stregua di un Suicide Squad qualunque, però mi dispiace apprezzarne alcuni lati soltanto a posteriori e grazie alle tue considerazioni che trovo molto interessanti, più del film stesso. Poi magari fossi stato più “attento” mi sarei reso conto di questo altro piano di lettura, ma devo dire che il film stesso non mi ha spinto ad attivare il cervello più di tanto, e per adesso continuo a considerarlo un film non per me.

    Magari lo rivisiterò tra un po’ tenendo in mente tutto ciò che ci siamo scritti! :–)

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