Silence

maxresdefaultKylo Ren e Peter Parker vanno a cercare Qui-Gon Jinn in Giappone. 

Ovvero: Come mettere Liam Neeson sulla locandina ma non nel film.

Devo davvero spiegarvi chi è Martin Scorsese? Spero di no e comunque Wikipedia può darvi una mano in caso viviate su Marte. I terrestri avranno sicuramente visto almeno un film di Scorsese, uno a caso tipo Goodfellas del 1990 (portabandiera delle mitiche serate metà anni ’90 ‘I Bellissimi‘ su Rete Quattro. Con il telegiornale della notte a metà film, così dovevi rimanere sveglio fino alle 05:23 per riuscire a vederne la fine), Raging Bull (1980), The Wolf of Wall Street (2013), Cape Fear (1991). E’ impossibile che non abbiate visto almeno un film di Scorsese e se vi è capitato di averne visti più di uno avrete notato come riesce a non fare mai il solito film.

Questa è una delle cose che più mi piace di Martin, passa dal thriller al film storico o al biopic e riesce a mantenere sempre il suo tono autoriale, il che lo annovera sicuramente come uno dei migliori registi attualmente in vita.

Martin se ne frega, sa fare tutto, in termini musicali sarebbe una splendida band prog. Ricerca il commerciale? No problem: e ti sforna Shutter Island (2010) che prende lo stilema già ampiamente sviscerato del protagonista tormentato, e facendo un film che all’apparenza pare scontato e rivisto in realtà ci ribalta completamente questo tipo di narrazione per giocare con il montaggio e la regia, ingannando così lo spettatore come tutti (nel film) ingannano Di Caprio.

Thriller? Va bene: The Departed (2006) e Cape Fear. Uno che traccia una linea netta e marcata tra bene e male, e l’altro invece che mescola queste due sfere fino al punto di confonderle. Due soggetti completamente differenti che però hanno il solito intento e sono trattati in due modi molto simili. Fa paura come questi due film a distanza di sedici anni l’uno dall’altro siano l’esempio più esasperato nel loro genere cinematografico. Martin ha sempre un occhio di riguardo per il genere che tratta, o lo ribalta o lo esaspera. Non ce lo propone mai come pensiamo che debba essere quel tipo di film, o come lo abbiamo visto fino ad ora.

Biopic? Eccovi pronti: The Aviator (2004), splendidamente romanzato, e The Wolf of Wall Street, tremendo e vivido esempio della società occidentale capitalista e distorta. Film così simili e così distanti. Uno quasi favola, con i suoi colori saturi e il suo sogno da perseguire, l’altro visivamente colorato e vivace e oscurissimo nella narrazione. Sempre in contrasto con se stesso, con questo humor nero in grado di stemperare la gravosità della pellicola e al contempo di renderla ugualmente fruibile e indigeribile. The Wolf of Wall Street è un film che ho trovato splendido e orribile, divertente e tristissimo, surreale e fin troppo reale.

E come potevano mancare a questa lunga lista i film storici e a tema religioso? Non ci si fa mancare nulla. The Last Temptation of Christ (1988) e Kundun (1997). E adesso Silence (2016), remake del film Chinmoku di Masahiro Shinoda del 1971, che a sua volta è l’adattamento di un romanzo.

Silence

Silence è a metà tra The Last Temptation of Christ (1988) e Kundun (1997), a metà per l’argomento trattato e per l’ambientazione. Per le tematiche di sofferenza e solitudine e per lo sguardo interessato su una problematica in un paese asiatico. Per le sue claustrofobiche intenzioni e per i suoi splendidi spazi aperti dove la natura è il tuo unico e vero dio.

Possiamo quasi vederlo come un impasto dei due film, lento nel raccontarsi e drammatico nel proporsi.

Silence ha una trama molto semplice: nella prima metà del XVII secolo due padri gesuiti partono dal Portogallo alla volta del Giappone per cercare il loro mentore scomparso ed esportare nell’isola del sol levante la loro religione, che negli ultimi anni sta venendo perseguitata e sradicata dalle autorità locali intente a riportare il buddismo in auge tra le popolazioni convertite.

Da subito è chiara una cosa: Silence si prende il suo tempo, non ha fretta, il film è molto lento e vuole che capiamo bene le situazioni in cui ci cala, che saranno pochissime ma molto marcate.

E da qui mi era già chiara una cosa, che non si sta parlando di religione o persecuzione, almeno non nel senso stretto del termine, ma di umanità e di uomini.

E’ vero che Silence ci cala in un Giappone carnefice che fa dei contadini e dei preti gesuiti delle vittime di una guerra religiosa sanguinosissima, è anche vero che questa tematica nel film è trattata in modo da arrivarci come veicolo per altre cose, a mio avviso molto più importanti, per quanto la valenza storica di questo massacro non possa essere ignorata.

Quindi c’è sì la religione, c’è la persecuzione, ma c’è soprattutto la testardaggine e l’attaccamento materiale a simboli religiosi silenziosi e freddi.

Perché Silence? Perché Dio non risponde, Budda non risponde, i simboli materiali venerati a rischio della vita non rispondono. Sono dei sassi, freddi e immobili. Silence perché nella ricerca della fede dove la fede avrebbe senso di esistere come salvezza, la fede non risponde. Spesso i personaggi di Garfield e Driver si chiedono dove sta quello in cui credono, si chiedono il senso di questa sanguinosa epopea a cui sono sottoposti loro, i loro fratelli nella fede e i credenti.

E questo urlo nel vuoto che come risposta ha solo una forte eco si traduce in un muro contro muro, e si arriva al secondo punto, che reputo il cardine del film: dove sta il giusto, la verità?

Da nessuna parte. Silence è un film che pone a confronto due forti comunità religiose, una gelosa del suo territorio e delle sue radici e l’altra ansiosa di spargere il verbo che reputa, a mio avviso in modo molto superbo, ‘Verità‘.

E queste due comunità, convinte di detenere la verità, non hanno nulla di concreto tra le mani, solo una fede irriducibile che però non migliora le loro vite, le devasta. E la verità inevitabilmente si perde in un lago di sangue.

Quindi, che diritto ha un gruppo religioso di invadere un paese per portare il proprio verbo, e anche quando le autorità di questo paese rifiutano, che diritto hai di mettere in pericolo la vita altrui e la tua vita in nome di presunte verità che non possono in alcun modo essere confutate? E ancora, che diritto hanno le autorità di torchiare e torturare i propri cittadini per un differente modo di pensare? Alla fine il verbo religioso in sé è innocuo. In questo confrontarsi di forze divine gestite da mortali il vero e ultimo senso della religione e di un credo viene sempre calpestato, e sempre in nome della religione ci si allontana dalla tanto agognata pace dei sensi gesuita, o dalla ricerca buddista dell’aspirazione a qualcosa di superiore e perfetto.

L’arroganza nella ricerca della verità da parte dei padri gesuiti e l’ostinata freddezza dei giapponesi buddisti sono identiche nel loro essere completamente differenti. Tremendo quando ci si vanta che il sangue dei martiri abbia edificato la chiesa, e uguale quando si dice che ‘il Giappone è una palude dove non cresce nulla‘. Frasi oltremodo tremende che in questa follia assumono significati edificanti. Follia poi portata in schermo dalle visioni di Cristo di un delirante Padre Rodrigues, e dalla grottesca violenza dell’inquisitore Inoue interpretato da Issei Ogata.

Follia quindi palese nel film, non nascosta. Follia religiosa che si tramuta in ossessione, esasperata fino alla violenza. E che, ancora una volta, si allontana dal senso di pace che dovrebbe portare un credo.

Significativi a tal proposito i personaggi di Yosuke Kubozuka, che interpreta Kichijiro, e Asano Tadanobu, l’interprete. Due personaggi opposti ma uguali: sfruttano a loro modo i dettami e i dogmi delle religioni che dicono di seguire ma nelle loro azioni c’è sempre un secondo fine o un comportamento che distacca moralmente ed eticamente questi character dalla loro facciata esterna. Facciata che alla fine risulterà salva: Kichijiro morirà per questa nuova fede agognata ma costantemente tradita e l’interprete fornirà a padre Rodrigues (Garfield) una nuova vita sicuramente più dignitosa e illuminata di quello che questo povero prete ha dovuto passare dal momento in cui ha messo piede in Giappone.

Quindi due personaggi fedeli alla loro religione, il sacrificio per il gesuita e la ricerca di una vita illuminata per il buddista. Certo queste azioni (che nel film è posta al termine della narrazione e che quindi possiamo considerare come più significativa, come atto finale di questi personaggi) sono sufficienti a redimere un uomo da quello che è stato in precedenza?

Sono ateo, e forse parlo da ateo, e forse la mia spassionata visione religiosa è strozzata dalla mia profonda ateicità (non si dice, cerco sul web: ateismo, non era difficile), però in questo film ci ho visto poca religione nel senso stretto del termine e molta religione sotto un punto di vista antropologico. Cioè religione attraverso gli occhi e le sensazioni dei popoli, ci sono le conseguenze della religione, ci sono i simboli della religione c’è chi ne professa il credo e chi lo ostracizza, c’è chi chiama e non si sente rispondere.

C’è silenzio.

Silence ci dice queste cose, ripetendole più e più volte, e se quello che all’inizio può apparire un film ridondante alla fine capisci che era l’unico modo di poter veicolare quel messaggio, perché i nostri due padri esploratori e il nostro scomparso Liam Neeson verranno piegati da questo continuo ripetersi di situazioni al limite dell’umano, e abbandoneranno la loro fede per alleviare le sofferenze altrui e finalmente anche le proprie.

Quindi Silence mi è piaciuto? Boh, è un film che ho trovato estremamente interessante e che con la mia lettura mi arriva in un modo ancora più vivido e potente, è un film che non riguarderò a breve e che non voglio rivedere a breve. E’ il film che ci si aspetta da uno come Scorsese: compatto, girato benissimo, con la regia che veicola la trama e ci accompagna per la narrazione, splendide le riprese esterne in questi luoghi dove una divinità c’è e è la natura; con le sue onde imponenti il suo gelo sconcertante, la pioggia, il sole che accarezza i volti stanchi dei padri e dei contadini, natura che uccide e tortura. Ecco forse questo è l’unico vero dio che risponde ai richiami dei personaggi nel film, dio fotografato splendidamente da Rodrigo Prieto che ci fa sentire sulla pelle il freddo del mare e il tepore delle prigioni assolate nelle scene finali del film. Mi ha riportato al miglior Kurosawa.

Ma Silence l’ho trovato un film estenuante, doveva esserlo, ma per me in questo periodo è stato molto duro da dover seguire. Come disse un mio amico un giorno che venne in vacanza nel mio paese: ‘Il cinema d’autore è per universitari o per sessantenni radical chic‘.

Purtroppo non sono universitario, tantomeno sessantenne e sicuramente mai radical chic (per fortuna). Quindi non mi sento di dire: ‘cazzo come mi è piaciuto‘, purtroppo il genere di film che apprezzo è altro, i film che mi fanno esaltare ed emozionare sono altri, non più questi. Forse un tempo, non adesso.

Voglio Spider Man nuovo.

Di una cosa sono sicuro: Scorsese non delude e ci rovescia sulla pancia un filmone compatto assolutamente non retorico e di forte impatto narrativo. Forse ricerca troppo il pianto facile e molto probabilmente poteva anche durare una ventina (trenta dai, trenta) di minuti in meno. Silence è sicuramente un passo importante in una filmografia di un regista che ancora una volta ci dimostra di essere uno dei registi migliori del nostro tempo, un film che sarà difficile ignorare e che, come sempre succede quando vedo una sua nuova pellicola, mi ha lasciato un grosso marchio addosso.

E sono anche ampiamente sotto i tremila caratteri! Grandi vittorie personali.

Pensieri post scriptum: l’anticlimax con la narrazione del navigatore portoghese e le scene del funerale poteva non esserci, si capisce benissimo che anche se hanno dichiarato di aver abbandonato la loro fede Rodriguez e Ferreira sono rimasti gesuiti. Spiegarmelo con la facile immagine del crocifisso tra le mani non serviva.

Il doppiaggio è grottesco, con i cinesi e i giapponesi doppiati come Mickey Rooney che interpreta Mr. Yunioshi in Breakfast at Tiffany’s (1961) di Edwards, l’ho trovato caricaturale e sbagliato, anche il tono delle voci spesso pecca di superbia mettendo questi personaggi sotto una luce errata. Vi consiglio di andare in un cinema che lo manda in lingua, se possibile.

Addio.


3 risposte a "Silence"

  1. Interpreti benissimo la replicazione del film (le tante situazioni che si ripetono) come sfiancamento degli spettatori che riflette lo sfiancamento dei personaggi… sono d’accordo e credo che Scorsese abbia davvero voluto fare così! — Io però, vedendolo, non c’ero arrivato… In me, ateo, le tante preghiere e i GesùMorti replicati hanno dato il via agli sbadigli! Al terzo sbudellamento uguale ho un po’ perso la pazienza ed è prevalsa la rassegnazione del «sbrigati a concludere!», che non trovava mai soddisfazione (sentimenti simili mi hanno suscitato i film religiosi di Mel Gibson)! Solo la tua interpretazione mi fa, finalmente, apprezzare queste reiterazioni!

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    1. Ammetto che è un film molto pesante, e ci sta che spazientisca o risulti ridondante. Secondo me era l’unico modo per farti capire bene come mai loro rinunciano alla fede (non veramente). Rifiutano mille volte davanti a mille torture, chiamano ma nessuno risponde. Silence. E in preda a questo sconforto religioso, esasperati dall’impotenza generale a cui sono sottoposti senza che nessuna delle loro preghiere sia esaudita fanno la cosa più umana da fare, ma per loro anche una delle più dolorose. Li spezzano nel modo peggiore che ci possa essere per un uomo di fede.

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