Logan, Logan e Logan

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Era il duemila e a Bryan Singer prende la voglia di fare un film sugli X-Men. L’idea alla base non era solo quella di creare un prodotto d’intrattenimento di alta qualità, ma anche quella di esplorare l’animo umano, analizzare le fobie e le paranoie della società moderna ed esplorare i complessi personaggi che avrebbero popolato l’ormai noto universo cinematografico degli Uomini-X.

Serve un bel cast, attori che si possano prendere sul serio e che sappiano fare il loro lavoro, e serve un reworking del look dei personaggi perché, diciamo la verità, al cinema chi avrebbe preso seriamente donnine mezze nude in calzamaglia e nerboruti maschi vestiti di rosa e giallo canarino?

Nessuno.

Leggevo un intervista a Ian McKellen (o l’ho vista su YouTube? Non ricordo) in cui diceva di aver accettato il ruolo di Magneto perché Singer, con cui aveva lavorato precedentemente in Apt Pupil (1998), gli aveva assicurato che sarebbe stato un film sui personaggi e sull’umanità.

E così è stato, la forza dei film degli X-Men (anche di quelli meno riusciti) per me risiede in questo. Hanno l’intelligenza di un buon film Sci.Fi. per elevarsi oltre il solo intrattenimento, comunque sempre presente e spesso di buona fattura, e sfociare nel ragionamento sociale, nell’introspezione dei personaggi e in tematiche alla fine condivisibili: l’accettare sé stessi, lo sguardo della società verso il diverso, la stupidità umana nel combattere e distruggere ciò che non conosce, la vera natura degli uomini e il razzismo. Si distaccano dalla loro versione fumettosa trovando il giusto compromesso tra il realismo, necessario per non banalizzare le tematiche molto delicate che si vanno a trattare, e l’Xrealismo (permettetemi questi neologismi da deficiente) in cui abbiamo il super potere e accettiamo l’assurdità di certi individui palesemente inverosimili, che però non stonano minimamente con il tono generale della narrazione.

Gli X-Men riescono.

Se volete vedere cosa ne penso in modo più approfondito leggetevi la recensione di Apocalypse in cui parlo anche di tutti gli altri film degli X-Men.

Durante questa mobilitazione di intenti e mezzi la MarvelTwentieth Century Fox ha l’occhio lungo e in un certo senso anticipa di qualche anno quello che poi avrebbe fatto la MarvelDisney con il suo Cinematic Universe.

L’idea è questa: visto che la trilogia (X-Men del 2000, X-Men 2 del 2003 e X-Men The Last Stand del 2006) è andata bene, si fanno degli spin-off sui singoli personaggi, tanto sono diecimila e c’è un sacco da dire. Iniziamo con quello che possiamo considerare il protagonista dei primi tre capitoli, Logan. Wolverine.

Nel 2009 esce infatti X-Men Origins: Wolverine di Gavin Hood.


X-Men Origins: Wolverine

Vorrei essere obiettivo e gentile con questo film, ma la verità ha ben altre fattezze, infatti Origins Wolverine è una merda. UNA MERDA.

Potrei anche chiuderla qui.

Argomentiamo un pochino: L’idea del film è ottima: prendere l’X-Men più amato e che è riuscito a fare breccia nel cuore di tutti, e raccontarne la genesi da un punto di vista più intimo di quanto già visto nella precedente trilogia. E qui però vengono a galla i primi problemi concettuali. Tralasciando il fatto che X-Men 2 già racconta la storia di Wolverine in modo più che sufficiente, e quindi il film già di per sé è inutile, questo lungometraggio commette tutti gli errori dei film del brand meno riusciti: un mare di personaggi non sviluppati che si susseguono in un plot stupidamente convoluto e poco interessante, climax pompatissimo che manco The Rock in Fast & Furious 6 ma al contempo noiosissimo, effetti speciali poverissimi e trattati malissimo, reworking inutile di personaggi e storie già viste nei precedenti film… insomma, un disastro su ogni fronte.

Ad aggravare il tutto ci si mette questo Gavin Hood, incompetente di prima categoria, che gira il tutto come se fosse una serie televisiva primi anni duemila, con i peggiori cliché del cinema action tamarro di serie Z; tipo l’eroe che non si volta durante le esplosioni, i ralenty nei salti, l’amico che muore e si redime, le frasi ad effetto prima dell’azione. Una minestra riscaldata e vista diecimila volte fatta di luoghi comuni e noia registica che non offre nulla di nuovo o di divertente.

Non c’è mezza inquadratura che valga la pena di essere salvata, non c’è uno scorcio che ci faccia godere un po’, né un movimento di macchina di qualsiasi tipo, nulla di nulla. Il nulla tecnico. Questa cosa si aggrava soprattutto nelle scene finali dove la povertà della messa in scena dei sassi di cartapesta fusa agli effetti speciali del Tagliaerbe (The Lawnmower Man, 1992) genera il non plus ultra della scacioneria cinematografica che si concretizza in Patrick Stewart fatto in C.G.I, un incubo tremendo che talvolta mi viene a far visita durante il sonno per ricordarmi dei miei peccati.

‘E se ti masturbi porto pure Carrie Fisher di Rogue One

E’ un peccato che questo film fallisca in modo così clamoroso perché l’inizio con Logan e il fratello che combattono praticamente tutte le guerre più conosciute della storia moderna ti fa ben sperare, siamo nella zona X-Men dove si parla dei mutanti ma anche dell’uomo della società e dei suoi errori. La parte introduttiva del film è in effetti apprezzabile, butta giù anche qualche bella scena riuscendo a sfruttare molto bene le splendide foreste del Canada e la bellissima Lynn Collins, però ci inganna facendoci interessare ad una storia che nella seconda parte scade nel banale e vuole imitare, fallendo miseramente, gli altri film con protagonista Hugh Jackman nei panni di Logan.

Un film girato male e con poca fantasia, banale, inutilmente prolisso e ridondante, con effetti speciali da arresto immediato e reclusione a vita, fallisce nel trovare una sua dimensione e alla fine sembra solo un orribile rip-off di X2.

Tremendo.


Con questo disastro totale l’idea di fare le origini dei personaggi degli X-Men viene accantonata e di Wolverine per un po’ non si sente più parlare.


The Wolverine

E’ il 2013, due anni prima il brand degli X-Men porta a casa un film di tutto rispetto: First Class. C’è quindi da buttare giù un nuovo film di Wolverine (non chiedetemi come mai, visto come è venuto il primo io avrei chiuso tutta la baracca in sordina) e c’è da farlo bene, deve reggere il confronto con questo nuovo e ottimo titolo e non può certo incassare le critiche del precedente film.

Quindi la produzione chiama James Mangold, che ha dato prova di riuscire a portare a casa film decenti come 3:10 to Yuma (2007) o Girl, Interrupted (1999), e cambia tutti gli sceneggiatori. Nasce così The Wolverine, che da noi arriva con il nome di Wolverine l’immortale, del 2013.

Allora… avendolo rivisto questa settimana posso dire che Mangold porta a casa la pagnotta ma comunque sbaglia troppo e lavora con troppa superficialità riuscendo a confezionare un film sì molto più dignitoso del primo titolo, ma che a malapena arriva alla sufficienza. C’è da dire subito che in questo titolo si correggono tutti gli errori più evidenti del primo film: prima di tutto non si tenta di imitare un film degli X-Men ma ci si butta su un soggetto molto più adatto a Logan come unico protagonista, il thriller action. Seconda cosa che apprezzo molto è lo snellimento del plot e dei personaggi, stavolta pochi e tutti al servizio della trama. Interessante poi il tema del film che ci propone un ragionamento abbastanza maturo sulla vecchiaia e sulla morte. Infine, il tono generale di tutta la narrazione, molto più serio e terreno rispetto a quello che avevamo visto qualche anno prima, ci fa ben sperare che forse qualcosa di buono si possa ancora riuscire a fare.

Mangold inoltre gioca con la fisicità dei suoi stunt e degli attori semi-ninja nipponici proponendo spesso piani sequenza durante le scene d’azione e seguendo da vicino i personaggi durante le scene più adrenaliniche. Cerca un approccio visivo alle scene che riesca a cogliere tutta la forza di una location esotica come la città di Nagasaki e tenta in più occasioni di allestire una messa in scena più autoriale, se vogliamo chiamarla così, nel senso che prova a fare suo il brand evitando di lasciarlo scadere nella banalità visiva e narrativa del precedente titolo.

Tutte intenzioni lodevoli se non fosse per il fatto che il film soffre troppo di qualche svista concettuale e che spesso tradisce gli intenti che si era prefisso.

Il primo problema, e forse la pecca più grande di questo The Wolverine, è che non si ha ben chiaro il tono del film. Mi spiego: come ho già detto, The Wolverine è un film maturo come messa in scena, regia e narrazione ma poi estremamente puerile nell’azione. Non c’è un filo di sangue anche se Logan combatte quasi sempre con gli artigli sfoderati, quando pesta gli antagonisti non troppo cattivi questi non muoiono ma vengono solo storditi o feriti, invece quando picchia gli altri si frantumano come compensato. Delle volte ci propone delle scene da fumettone demente in totale contrasto con il tono del film. E poi verso la fine c’è una scena d’azione in cui della gente viene triturata con uno spazzaneve che, conseguentemente, spruzza sangue e budella. Un’idea in totale contrasto con le scene d’azione precedenti che sono invece pulite e prive di sangue e membra umane. Sempre in questo frangente del film, un’orda di ninja viene atterrata da un’esplosione generata dal cazzotto di Logan contro il suddetto spazzaneve, spazzaneve che sostava a vari metri dai ninja, con Logan che assorbe l’esplosione a un metro e ne esce totalmente incolume. Che dire. Assolutamente poco coerente con sé stesso.

Altro problema abbastanza serio è quel cazzo di samurai robò gigante alla fine, ma io dico… un climax più deficiente non potevate trovarlo? Questa idea stona tantissimo con il personaggio di Yashida, che fino a quel punto si era rivelato una controparte molto riuscita, ed è inoltre l’idea più banale che qualcuno non giapponese potesse avere riguardo al Giappone.

‘E poi finisce con un robò gigante! A forma di Samurai! Che brandisce il sushi!’

Se lo avessero girato in italia cosa sarebbe stato? Un droide a forma di pizza gigante?

Cazzo… La storia con la Yakuza e il passaggio di testimone sofferto di Yashida verso un figlio che ritiene non degno sono tutte e due abbastanza riuscite, ma sto cazzo di samurai gigante e la setta dei ninja protettori mi fanno cadere le palle. Si scade nei cliché etnici e in immagini banalissime che sembrano essere uscite dalla testa di un bimbo di dieci anni.

Alla fine The Wolverine ci prova, tenta di inscatolare una narrazione più matura e ci propone un cambio di genere molto ben azzeccato che si sposa perfettamente con il tono cupo e greve del personaggio principale, ma è incerto, ha paura, non trova una sua dimensione narrativa, ed è a tratti ingenuo e poco compatto.

Si apprezza lo sforzo, ma il risultato è più che mediocre.


Logan

Stavolta con pochissimi spoiler. Perché mi è venuta così.

Eccoci al 2017 ed eccoci ad un nuovo capitolo di Wolverine che, a quanto hanno detto Patrick StewartHugh Jackman, concluderebbe definitivamente la storia di questo personaggio che ormai vanta sette apparizioni ufficiali e due camei. In nove film è un bel traguardo.

Quindi, sempre di James Mangold, Logan.

Logan da subito mette in chiaro le cose: stavolta si fa sul serio, non solo dal punto di vista della narrazione come era negli intenti del precedente film, ma anche come struttura e tono del film. E qui si corregge immediatamente il grosso problema del lungometraggio precedente: il film stavolta ha un suo tono preciso e non si vergogna di mantenerlo per tutte le due ore di durata.

Il film infatti picchia duro, come tematiche e come immagini, non si fa intimidire dalla scritta Marvel ad anticipare i titoli di coda e non cerca di piacere a tutti. Non vuole piacere a tutti. In un certo senso ci ho rivisto l’onestà concettuale di Deadpool, che ho odiato fino al midollo, ma che considero un film molto onesto e trasparente. Forse il più onesto della Marvel. Ecco, Logan ha la solita limpidezza di intenti e non si fa mettere i piedi in capo. Bollato come V.M.14 (secondo me un’esagerazione assurda), il film si fa da subito sentire mostrandoci una scazzottata vivida, vera. Sangue, dolore, morti. Il film non risparmia le inquadrature sui cadaveri né sulle ferite mortali che Wolverine infligge ai poveri malcapitati di turno, e da qui è tutto in discesa sotto questo aspetto.

Un film quindi molto violento che potrebbe dare leggermente noia ai più delicati; una violenza però ben sfruttata e alla fine aspettata con ansia, almeno da me. Ho sempre visto in modo un po’ torto questa desaturazione del sangue e del dolore quando le tematiche affrontate sono appunto sangue e dolore. E mi sono rammaricato per la mancanza di questo aspetto nel precedente titolo, comunque dal tono serio, così come quando ho guardato Civil War, ad esempio.

Se parli di dolore e morte ci devono essere il dolore e la morte.

Ecco, stavolta Wolverine parla di violenza e ci fa vedere la violenza, parla di sofferenza e non ha timore nel mostrarci un Patrick Stewart nel ruolo di Xavier afflitto da una malattia degenerativa al cervello che lo rende pazzo e pericoloso, ma anche indifeso e ingenuo. Con Wolverine che gli fa da figlio e lo accudisce nelle più semplici azioni giornaliere, come andare in bagno o alzarsi dalla sedia. Non ha paura nel mostrarci dei bambini sfruttati e torturati, o delle vittime innocenti che loro malgrado vengono trascinate nel casino in cui si trova Logan.

Wolverine stavolta colpisce nel segno, ci parla di rapporti di amicizia che vanno oltre il senso più stretto del termine e diventano legami di famiglia indissolubili, ci parla del passaggio generazionale e di fiducia nelle nuove generazioni, ragiona in modo più che convincente su quelle che sono state la vita e le vicende dei personaggi coinvolti nella trama. In questo riesce a creare un bellissimo contrasto tra la gravosità di queste tematiche, la violenza delle scene d’azione, e la dolcezza e l’affetto che Wolverine e Xavier maturano per la giovane Laura (Dafne Keen, giovanissima attrice, classe 2005, coprotagonista del film assieme a Jackman e Stewart), che di per sé è già un vivido contrasto di questi due mondi.

Logan nella sua intensa serietà riesce anche a mettere su un bel prodotto d’azione, solido, ben girato, convincente. Scene d’azione compatte molto adrenaliniche sottolineate da una colonna sonora abbastanza banale ma che fa il suo lavoro nel veicolare le emozioni. Mangold si stacca dalla componente thriller del precedente capitolo per portare sullo schermo un prodotto d’azione pura senza fronzoli. Ci troviamo davanti al classico film di caccia alla preda come potrebbe essere un Terminator 2 (1991) o un 16 Blocks (2006). Quindi: nulla nuovo sotto il sole, ma la sicurezza del girato e la chiara risolutezza dei toni di questo film fanno sì che possiamo godere a pieno di quanto vediamo sullo schermo.

Un film d’azione quindi più che godibile e trattato come si deve, che riesce anche a stupire in certi frangenti: tra tutte ricordiamo la scena della crisi di Xavier all’hotel o la tensione del primo assalto dei cattivoni contro Laura.

Con questo titolo Mangold chiude il suo ragionamento sulla morte iniziato con The Wolverine, aspetto che ho apprezzato molto perché mette sotto una luce leggermente più brillante il precedente titolo e gli dà un senso adesso differente, che non aveva come capitolo stand alone. Questo ragionamento che quindi inizia con Yashida e finisce con Xavier e Laura porta il film a ragionare su una ricerca di stabilità per questi individui che, per loro natura, hanno difficoltà a costruirsi una famiglia e una casa dove vivere felici. Questo aspetto del film è trattato in modo molto mistico e ci propone tanti riferimenti proto cattolici di stampo puramente americano, e qui io vacillo. Ho trovato comprensibile questo aspetto del film perché l’ambientazione lo ammette e alla fine anche i personaggi potrebbero anelare ad una vita del genere, ma come sempre trovo questi discorsi retorici e inconcludenti, poco vicini alla realtà dei fatti e spesso ingannevoli, soprattutto se accostati a un prodotto così poco mistico e invece tremendamente terreno. Come detto, ne capisco il senso e lo accetto nel contesto del film, ma personalmente non ho apprezzato certi riferimenti che dal mio punto di vista potevano non esserci e il film non ne avrebbe risentito.

Altra pecca, già accennata prima, è che forse il film è un po’ banale. Non nel senso che si parla di cose banali, ma nel senso che la struttura narrativa è alla fine un impasto di cliché già rivisti più e più volte: lo scagnozzo tutto muscoli che fallisce e viene rimproverato, l’arrivo del vero cattivo con l’arma finale che dovrebbe sconfiggere l’eroe, gli esperimenti governativi su ignari innocenti, l’eroe burbero ma buono, il protagonista bambino che impara una lezione di vita, quelli gentili con i protagonisti che per questo ci rimettono le penne e fanno arrabbiare ancora di più Logan, ecc…

Come detto prima, tutto è amalgamato perfettamente e durante la visione non è un grosso problema, il film funziona ed emoziona (ho anche pianto, no… per dire). Però a mente fredda la struttura narrativa risente tanto di tutti gli stilemi più usati dal genere e questo aspetto è indubbiamente criticabile. Altro punto criticabile è la colonna sonora di Marco Beltrami che non offre nulla di nuovo sotto il punto di vista compositivo, sottolinea bene le situazioni e grazie ad alcune scene riesce ad apparire più potente di quanto non faccia se ascoltata da sola, ma comunque rimane una soundtrack dimenticabile.

Tralasciando queste critiche, e forse qualche leggera bacchettata sulle mani di Mangold che non nota alcuni scavalcamenti di campo, soprattutto nella parte finale del film, possiamo dire che Logan fa centro.

Logan è un bel filmetto d’azione. E’ intelligente, propone tanti spunti di riflessione sulla vita, sulla vecchiaia e sulla famiglia; intrattiene e non stufa; commuove ed emoziona. Logan chiude decentemente un lunghissimo capitolo durato diciassette anni e sei film (non conto i tre film con il nuovo cast), capitolo che doveva essere chiuso con il cervello, così come era iniziato, e in questo Logan non delude.


Logan, gentaglia. Film più che riuscito per me, davvero una bella sorpresa.

Cazzo stavolta avevo detto: dai deh, Wolverine lo faccio in pochissime parole. Cosa cazzo c’è da dire su uno che ti prende a calci in culo dalla mattina alla sera?

Infatti. 3000 caratteri.

Addio.


4 risposte a "Logan, Logan e Logan"

    1. Interessante l’idea di associare il numero di gente in sala ad una possibile qualità del prodotto. Però devo dissentire dalla tua visione rosea della cosa, di solito se c’è gente in sala o è una commercialata o fa stracagare. Poi ovviamente ci sono le eccezioni, come per tutto. Alla fine non è detto che una commercialata faccia schifo. Come vedi tengo la percezione cinematografica della massa in bassa considerazione ahahah XD

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