Baby Driver: recensione del film

baby-driver-baby-ansel-elgort-with-mapLo aspettavo da tanto tempo e non mi ha deluso: Baby Driver, di Edgar Wright, è veramente un gran film, certamente il miglior film che abbia visto in questo 2017 (scozza con Get Out di Jordan Peele). Vedete di non perdervelo quando arriverà in una sala a voi vicina. Fine della recensione.

Ma perché è un gran film, vi starete chiedendo numerosi e curiosissimi di sapere cosa ne penso? Prima di spiegarvelo, ecco due righe su Edgar Wright.

Edgar Wright è quel regista geniale responsabile della trilogia del Cornetto, ovvero:

Molti elementi accomunano questi tre film, che possono essere visti separatamente e non necessariamente in ordine. Per dirne tre: la presenza di Simon Pegg e Nick Frost (che avevano accompagnato Wright anche nella serie inglese Spaced), il portare un genere tipicamente statunitense a un’ambientazione inglese (dalla grande città fino al pub passando per il villaggio), e… il menzionare un Cornetto Algida almeno una volta durante ciascun film. Inoltre, Wright è anche il regista di uno dei migliori film tratti da fumetti degli ultimi anni: Scott Pilgrim Vs the World (2010).

Quattro film ha fatto questo Wright, e sono uno più bello dell’altro. Inoltre se ne riconosce lo stile, e se ne intuiscono l’amore per la musica e la passione per il cinema. Entrambe queste cose sono presenti nella sua ultima fatica, Baby Driver, forse addirittura più che nei film precedenti. E parliamone di questo Baby Driver. Perché va visto assolutamente?

Non per la trama. Diciamolo subito, la trama sa di già visto, e lo “ammette” anche lo stesso Wright che prende a piene mani dalla vasta cinematografia sul tema. Per esempio, omaggia il grande Walter Hill, regista di The Driver (1978), non solo ringraziandolo alla fine del film, ma anche affidandogli un cameo come traduttore dell’anziano muto (praticamente una voce fuori campo). Ringrazia anche Tarantino, immagino non solo per la citazione diretta di Pulp Fiction (1994) a un certo punto del film, ma anche per l’ispirazione nei dialoghi tra i criminali e nelle scene di inseguimenti fatti tutti rigorosamente con macchine vere e stuntman e senza uso di effetti speciali al computer cosí come nel suo Death Proof (2007). Ma ovviamente questa non è che la punta dell’iceberg: primo, perché ci sono molte altre citazioni dirette nel film, e secondo perché Hill si ispirò a sua volta a Le Samouraï, di Melville (1967), e Tarantino si ispirò… a duecentocinquantamila film precedenti, come sempre fa! Sparo due nomi che hanno ispirato Death Proof, che fare la lista completa sarebbe impossibile e comunque troppo lungo: Dario Argento e Sam Peckinpah.

E quindi, questa trama: un getaway driver (uno che guida le auto dei banditi dopo le rapine in banca) giovanissimo e bravissimo vuole togliersi dal mondo della malavita, si innamora, e prova fuggire con l’amata. Fine. Non interessante, direte voi? Non è questo il punto. Il punto è che il film ti tiene incollato alla poltrona del cinema dal secondo numero uno fino all’ultima parola dei titoli di coda! Il film usa tutto il linguaggio che il cinema mette a disposizione per raccontare una storia di cui si capisce tutto anche senza il bisogno di parole. La musica si fonde con le immagini, trasmette stati d’animo, i dialoghi sono tutti perfettamente calibrati e spesso sono presi direttamente da testi di canzoni o da altri film (il già citato Pulp Fiction, ma anche Monsters Inc. (2001)!), il montaggio è frenetico quando deve esserlo (ma, come in Mad Max: Fury Road di George Miller del 2015, questa freneticità non ci impedisce di capire cosa succede sullo schermo nemmeno per un secondo) e ritmico quando deve trasportarti con sé attraverso gli stati d’animo del protagonista, il nostro Baby (interpretato da Ansel Elgort)… non c’è nessuna fastidiosa voce narrante, che un regista incapace avrebbe usato per spiegarci cosa pensa il protagonista. Ci sono solamente scene meravigliose (solo per fare un esempio, il piano sequenza dopo la rapina iniziale è devastante: ti trascina dentro il film senza bisogno di dialoghi, e ricorda un po’ il piano sequenza usato all’inizio di Shaun Of The Dead), musiche sempre azzeccatissime, attori usati benissimo (tra l’altro fa sempre piacere vedere Flea che si diletta in queste piccole parti dove parla poco!) e scene d’azione mozzafiato. Ed è bellissima la graduale perdita di sincronizzazione tra musica e girato mano a mano che la situazione sfugge di mano a Baby nello svilupparsi del film.

È quindi un film perfetto? No, non lo è. E rispetto ai tre film della trilogia del Cornetto ha una sceneggiatura che ha un paio di forzature che mi hanno fatto un po’ storcere la bocca. Ve ne menziono un paio senza entrare troppo nel mondo degli spoiler: la reazione di Doc (no, non quello di Back To The Future, ma sì, la citazione è esattamente quella), interpretato da un grande Kevin Spacey, alla richiesta di aiuto di Baby verso il finale, e questa Atlanta minuscola dove alla fine Baby non può far altro che incontrare il catti-cattivissimo Jon Hamm dietro ogni angolo. Però a parte questo… il film è un viaggio nel mondo della musica (con una colonna sonora che va da Jon Spencer Blues Explosion ai Faith No More passando per i Focus e i Golden Earring!) e nel mondo del cinema (qualche referenza ve l’ho già scritta… aggiungo il Friedkin di French Connection, 1971? Ce ne sono così tante!) che non può che farvi restare a bocca aperta. Ben fatto, ben girato, ben montato, fotografato meravigliosamente (ha dei colori sto film!!!), bravi gli attori (oltre a quelli che ho già menzionato, Jamie Foxx fa paura per davvero, e Lily James è dolcissima)… cosa volete di più? Io ho già voglia di rivederlo!

Un’ultima cosa, per dimostrarvi che ho fatto i compiti a casa. Baby Driver è un vero e proprio passion project, con Wright che giocava con questa idea da almeno venti anni e che fino ad ora aveva solamente sviluppato in un videoclip musicale del 2003 dei Mint Royale (la canzone si chiama Blue Song, il video lo trovate su Youtube). E questa passione si vede tutta, più che un film è una lettera d’amore a musica e cinema! Da non perdere assolutamente! Ciao!


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14 risposte a "Baby Driver: recensione del film"

  1. Già visto due volte, la seconda con i figli. Ad ogni visione scopro nuove chicche.

    L’uso della musica, poi, è eccezionale per come si integra con le scene (c’è una sparatoria in cui le raffiche delle armi sono in sincro con la colonna sonora!) e per come finisce con il diventare una componente ‘attiva’ (quasi un personaggio) della storia.

    Stessa sensazione che mi ha dato, anche se in forma leggermente diversa, ‘Scott Pilgrim’.

    Piace a 1 persona

    1. Io lo vidi due volte al cinema, pensa te! Edgar Wright è proprio un regista che mi piace, dà sempre un ritmo incredibile ai suoi film (infatti hai giustamente ricordato Scott Pilgrim). Anche la sua Trilogia del Cornetto ha un uso notevole del montaggio e della musica!

      Grazie per il commento!

      Piace a 1 persona

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