Das Leben der Anderen: recensione del film

Gerd Wiesler (Ulrich Mühe) bei seiner Arbeit.

A dodici anni dalla sua uscita nelle sale sono finalmente arrivato a vedere Das Leben der Anderen (The Lives of Others, Le vite degli altri, 2006), prima prova alla regia di Florian Henckel von Donnersmarck. Alla faccia della prima prova! Questo film ambientato nella Germania dell’Est (Deutsche Demokratische Republik, DDR) del 1984 e con protagonista un grigio dipendente della Staatssicherheitsdienst (più comunemente nota come Stasi), la polizia segreta di allora, è incredibilmente potente ed affascinante.

La storia la sanno tutti? La riassumo velocemente senza dare troppo adito a spoiler. Un grigio capitano della Stasi con grande esperienza di interrogatori, torture e confessioni tanto che ne insegna i metodi all’Università, Gerd Wiesler (un bravissimo quanto sfortunato Ulrich Mühe: morirà di cancro allo stomaco l’anno successivo all’uscita di questo film) viene assegnato alla sorveglianza di un poeta, Georg Dreyman (Sebastian Koch, che è poi apparso in vari film hollywoodiani come lo scialbo Bridge of Spies di Spielberg), per paura che quest’ultimo si dedichi ad attività controrivoluzionarie. In realtà è ben presto ovvio che il reale motivo della sorveglianza è l’infatuazione del ministro della cultura Bruno Hempf (Thomas Thieme) per la compagna di DreymanChrista-Maria Sieland (Martina Gedeck): levare di mezzo Dreyman gli spianerebbe la strada per una relazione con lei, quindi non esita a manipolare il tenente colonnello Grubitz (Ulrich Tukur) per mettere su il piano di sorveglianza. Grubitz si affida a Wiesler per fare il lavoro sul campo, cioè riempire di microfoni la casa di Dreyman e ascoltarlo 24 ore su 24.

C’è però un problema: Dreyman non è un controrivoluzionario, tutt’altro, nonostante frequenti amici affatto contenti della situazione politica del paese. Ma al ministro non la si fa, e con il suo potere porta all’esasperazione quelli del circolo intimo di Dreyman finché un loro grande amico e mentore non si suicida. Solo allora Dreyman si convincerà a scrivere qualcosa di critico sul suo paese da pubblicare in occidente… Mi fermo qui per non rovinare la visione di chi non abbia ancora visto questo film, visto che merita assolutamente di essere visto e rivisto.

Cosa ha di bello questo film? Tutto. La sceneggiatura è impeccabile, ogni personaggio è ben scritto, ogni situazione ben ideata, gli attori sono perfetti dal primo all’ultimo, la regia è perfettamente non invasiva e giustamente fredda, le musiche sono adeguate e appropriatamente old school. Tutti i personaggi di questo film sono così affascinanti che mi è difficile trasmetterlo scrivendo qualche riga soltanto. Dal ministro che trasmette viscidume solo al vederlo, al tenente colonnello che è credibile nella sua voglia di carriera che passa sopra qualunque altra cosa, fino al poeta idealista e al suo circolo di amici e colleghi che sembrano assolutamente personaggi reali… e soprattutto Wiesler è uno dei più interessanti protagonisti che un film così possa chiedere. Grigio fin nella scelta dei vestiti, il film ci fa scoprire poco a poco la sua personalità che si sviluppa di più grazie ai suoi silenzi e alle sue azioni che alle sue parole. La sua evoluzione è straordinaria e sarà difficile che per la fine nel film non vi susciti forti emozioni.

Che altro? La ricostruzione storica è talmente fatta bene che sembra di essere lì, in ogni secondo di questo film sono certamente finite centinaia di ore di lavoro! Per esempio, non sorprende venire a sapere che tutti gli apparati della Stasi che appaiono nel film sono strumenti originariamente usati proprio dalla Stasi e prestati alla produzione del film da musei e collezionisti privati. Il film è così ricco di spunti di riflessione che non so nemmeno da dove partire… e il fatto che il passato di cui tratta non è così lontano da noi non fa che dargli maggiore forza. Nel 2006, anno di uscita del film, non solamente erano in vita persone che avevano lavorato in quel folle sistema della DDR per cui la Stasi impiegava 100mila persone e aveva 200mila informatori in tutto il paese, ma stavano pure ancora lavorando! Il muro era caduto soltanto 17 anni prima! Vedere come una società basata sulla paura e sul controllo potesse funzionare e usasse così tante risorse per scopi assolutamente assurdi è davvero affascinante, specie se pensiamo che si tratta del cuore dell’Europa, non della tanto vituperata Corea del Nord di cui si parla continuamente al giorno d’oggi.

Ma fatemi tornare un attimo ai personaggi, visto che ho cantato le lodi solamente di quello di Wiesler. L’evoluzione del poeta e della sua compagna Christa-Maria non sono meno interessanti di quella del nostro grigio capitano! Per entrambi il film ha in serbo cambiamenti e decisioni che non mancheranno di avere effetti sulle loro vite e su noi spettatori. Impossibile restare indifferenti di fronte al tormento interiore di Christa-Maria che si trova a dover scegliere tra opzioni tutte altrettanto negative e pericolose, o non simpatizzare con la presa di posizione di Dreyman dopo la morte dell’amico nonostante la pericolosità dell’atto sia per sé che per la sua compagna.

Insomma, questo film ha una forza dirompente. Una scena bellissima è quella in cui Dreyman, dopo la caduta del muro di Berlino, va a visitare gli archivi della Stasi per vedere se ci fosse un faldone su di lui, e ne trova uno enorme. E questa non è fantasia! I poveri cittadini della DDR potevano davvero controllare se lo stato li avesse controllati… di fatto, anche Ulrich Mühe lo fece e scoprì che c’era un faldone su di lui e che alcuni dei suoi amici e colleghi (era attore di teatro durante gli anni del regime) avevano passato informazioni sulla sua vita al servizio segreto. Tanto che quando gli chiesero come si era preparato per il ruolo, rispose semplicemente: “Ho ricordato.”

Ma insomma, mi chiederete voi, questo regista dal nome lunghissimo ed impronunciabile, che ci ha regalato dopo questo capolavoro? Ehm… The Tourist (2010), con Johnny Depp e Angelina Jolie. E basta. Literally.

Ok… come si spiega? Io me lo spiego così: il buon Florian aveva vera passione per questo Das Leben der Anderen, e tutta questa passione è sfociata in qualcosa di meraviglioso (c’ha anche messo tre anni a scriverlo, produrlo, dirigerlo ed editarlo). Si nota che il film è frutto di tanto lavoro e di tanta ispirazione. Per esempio, ha dichiarato che l’idea del film è nata dalla lettura di alcune parole di Lenin confidate a suo tempo a Maxim Gorky riguardo le sonate di Beethoven. Lenin disse che non poteva ascoltare quella musica troppo spesso perché gli cambiava l’umore, gli faceva venire voglia di dire cose gentili e stupide e accarezzare le teste di chi, vivendo nell’inferno di un mondo senza rivoluzione proletaria, poteva creare cose così belle. Disse che se uno accarezzava la testa di qualcun’altro quello poteva staccargliela a morsi: meglio allora colpirlo senza pietà su quella testa, anche se idealmente sarebbe stato meglio non usare la forza nelle relazioni umane. La reminescenza di Gorky si conclude con Lenin che si lamenta per la difficoltà del suo compito rivoluzionario. Anche se non immediato, questo riferimento alle parole di Lenin si adatta molto bene agli archi narrativi sia di Wiesler, sia di Dreyman.

Suppongo invece che The Tourist l’abbia fatto su commissione, con pressioni varie dai produttori hollywoodiani, e che l’esperienza sia stata tutt’altro che piacevole. Non so come altro spiegarmi l’assenza da dietro la macchina da presa da allora. D’altronde non ho visto The Tourist. No one has. Comunque ho visto che adesso il nostro Florian sta lavorando a un altro film ambientato nella DDR, quindi magari riuscirà a regalarci qualcos’altro che valga la pena di vedere! Nel frattempo, consiglio vivamente la visione di questo Das Leben der Anderen, non ve ne pentirete.

Più ci penso e più mi piace! Per esempio, riconoscete il collega di Wiesler mentre apre lettere col vapore? L’avete già visto un’ora prima nel film, giusto? Questo tipo di attenzione per il dettaglio non fa altro che farmi apprezzare di più un film che trovo perfetto. Ciao!


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2 risposte a "Das Leben der Anderen: recensione del film"

  1. Se non ricordo male visivamente non mi piacque molto lo ricordo un po’ poco fantasioso da questo punto di vista. Poi sicuramente è bello maaaa i personaggi (tranne la spia naturalmente) sono secondo me un po’ troppo stereotipati. L’unico che gli ha dato un taglio originale è appunto Mühe. Vieni a trovarmi si va a vedere la sede della STASI ci abito dietro praticamente.

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