Camino: insopportabile

Insomma nelle mie avventure col cinema spagnolo, che normalmente trovo interessante anche nelle sue opere minori, ieri mi sono imbattuto in Camino (2008) di Javier Fesser. Chi è costui? Un umorista fattosi regista nel 1998 con il suo film d’esordio, ovviamente comico, El milagro de P. Tinto. E quindi pure questo Camino è un film comico? Macché! Tutto il contrario! Il film è tragico dall’inizio alla fine, fine in cui la tragicità si fa talmente esagerata che quasi scade nel comico. Ma partiamo dall’inizio… Di che tratta il film?

Il film si ispira alla vera storia di Alexia González-Barros, una 14enne morta di tumore nel 1985 e attualmente in processo di beatificazione. Perché? Perché faceva parte di una famiglia devota all’Opus Dei, organizzazione religiosa cattolica molto potente in Spagna, e la morte piena di sofferenza di questa povera bimba fu vista come un segno della sua grande vicinanza a Gesù. Se non sapete niente dell’Opus Dei vi invito a cercarne notizie, scoprirete che tra le varie cose promuove la mortificazione corporale e che fu fondata da un simpatico signore di nome Josemaría Escrivá de Balaguer. Il regista ha dichiarato che in realtà si è ispirato a più storie diverse di giovani in processo di beatificazione e non soltanto alla povera Alexia, anche se il film è dedicato proprio a lei.

In Camino vediamo gli ultimi mesi di vita di Camino (nome femminile la cui origine è da cercare in “Virgen del Camino“, la vergine del cammino), che all’inizio sta abbastanza bene ed è una normale adolescente che si innamora goffamente di un suo compagno di giochi, e che però vediamo soggiogata da una madre estremista cattolica che le inculca la sua estrema visione della religione dalla mattina alla sera e sogna per lei una vita come quella della sorella maggiore, che già è andata a vivere in una comunità dell’Opus Dei: una vita di sofferenza, di abnegazione, di castità, e di lavoro per aspirare alla beatitudine eterna. Quasi immediatamente le cose si mettono male per Camino, che scoprirà avere un tumore nella spina dorsale che i medici (di un ospedale rigorosamente di proprietà dell’Opus Dei) si riveleranno incapaci di curare: passerà quindi mesi di inferno tra chemioterapia e radioterapia e morirà tra indicibili sofferenze.

Perché guardare ‘sto film, vi starete chiedendo? C’è una cosa che a questo film riesce bene: mostrare la vita di una famiglia devota all’Opus Dei, una vita di sacrifici, di paura, di abnegazione, di tristezza, di isolamento. La scelta della sorella di vivere in una delle loro comunità può sembrare assurda, ma in Spagna non si tratta assolutamente di casi isolati. Il film ci mostra il lavaggio del cervello a cui vengono sottoposti coloro che fanno parte di tali comunità, e ci mostra il graduale assoggettamento a cui questi si piegano col passare del tempo. Un’assurdità? Niente affatto. Purtroppo di storie così se ne vengono a conoscere facilmente in Spagna, e non da inaffidabili voci di corridoio, ma anche da persone relativamente vicine. Quindi in questo il film fa centro, dà una visione realistica e inquietante di una realtà diffusa ma che potremmo essere portati a congedare come irrilevante. Sadly, non lo è.

E allora perché NON guardare ‘sto film? Perché è insopportabile. Magari sono io che sono strano, ma i film che sono fatti per farti piangere dall’inizio alla fine non mi fanno piangere. Non mi smuovono nessuna emozione. In questo film, sottolineato da violini tristissimi tutto il tempo, quando pensi che la sofferenza abbia raggiunto livelli già altissimi ecco qualcos’altro di ancora più triste che si aggiunge alla storia, e non c’è mai un attimo di tregua, è solo un crescendo di eventi angoscianti! Tanto che ad un certo punto ho cominciato a riderne. Non solo si scopre che la bimba ha un tumore. Non solo si scopre che le prime cure falliscono nel guarirla. Non solo si scopre che la sorella praticamente non ama più la sua famiglia per il lavaggio del cervello della comunità. Non solo si scopre che la madre ha nascosto cose importanti alla figlia maggiore per convincerla ad abbandonare la sua vita e a dedicarsi a quella di castità. Non solo si scopre che l’amore adolescenziale di Camino era contraccambiato ma la madre non voleva che lei lo venisse a sapere. Non solo è in fin di vita Camino, ma le muore pure il padre in un incidente giusto quando le stava portando la notizia dell’amore contraccambiato. Non solo… e via dicendo. Il film arriva al ridicolo. A un certo punto ti aspetti il terremoto sull’ospedale, che scoppi un’autobomba dell’ETA di fronte alla scuola, che nell’opera di teatro dove il ragazzino che piace a Camino arrivi l’ISIS a fare strage con gli AK47… e chi più ne ha più ne metta.

Il finale poi è estenuante, co’ ‘sta povera figliola sul letto di morte che per morire ci mette più di Tim Roth in Reservoir dogs (1992). Praticamente fai il tifo per DEATH, a un certo punto, così da alleviare le sue sofferenze. E scatta pure l’applauso dei vari preti e dottori e familiari quando lei muore, cosa che pare essere successa non nel caso di Alexia, ma in altri casi di morti premature in ospedali dell’Opus Dei di adolescenti poi beatificati o attualmente in processo di beatificazione. Io boh.

Per concludere… Il regista non dà un giudizio in merito ai fatti che espone nel film, si limita a presentarli. Nonostante questo, esponenti del mondo cattolico spagnolo si sono inferociti alla visione del film, e non è difficile capirne il perché: anche un semplice e freddo sguardo oggettivo sulle pratiche dei loro membri più estremi, quelli dell’Opus Dei, non può che far sorgere domande nella mente di chiunque guardi il film. Anche solo per questo non posso che rallegrarmi dell’esistenza di Camino. Però non basta, e non ne consiglierei la visione a nessuno, sinceramente. Sono due ore e venti estenuanti. All’inizio passa un po’ meglio, grazie anche a delle scene di sogni della ragazzina un po’ whimsical (strane, bizzarre, grazie Wordreference!), ma l’ultima ora e mezzo è un vero e proprio martirio, per restare in tema.

Un ultimissimo appunto: se fai un film coi bimbi dentro, impegnati a farli recitare bene! E invece no. Ce n’è uno credibile in tutto il film, l’amica di Camino quella con l’apparecchio. Tutti gli altri, Camino compresa (tale Nerea Camacho, che ora lavora in serie televisive), sono inguardabili ed inascoltabili. Complimenti al regista.

 

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. pietroskij ha detto:

    Una pesadilla quindi.

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  2. Sam Simon ha detto:

    Effettivamente! X–D

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