Don’t Breathe: recensione del film

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Don’t Breathe è un film thriller/horror del 2016 diretto da Fede Alvarez, regista che prima di questo film ci aveva regalato soltanto un remake di Evil Dead che avevo evitato come la peste. Quando capiranno a Hollywood che se vuoi fare un remake lo devi fare di un film con una buona idea dietro ma mal riuscito, e non di un film ben fatto? L’Evil Dead di Raimi (1981) andava lasciato stare! Ma visto che io non conto niente e che a Raimi evidentemente il remake non dispiacque, lo stesso Raimi ha fatto da produttore del secondo lungometraggio di Alvarez, questo Don’t Breathe, appunto (che sul mercato italiano hanno fatto uscire con l’inspiegabile titolo Man in the Dark).

E Raimi ha fatto bene, perché siamo di fronte a un film superbo! La trama è semplice: tre ragazzi fanno piccoli furti per provare a coronare il sogno di abbandonare l’orrenda Detroit e trasferirsi in California. Un giorno si presenta loro l’opportunità di fare un furto molto più sostanzioso del solito: pare che un reduce della guerra in Iraq nasconda in casa svariate centinaia di migliaia di dollari. La casa è isolata e lui è cieco. Nulla di più semplice, no? E qui finiscono gli spoiler, cioè mi sono fermato ai primi cinque minuti del film. Se non l’avete visto, guardatelo!

Sì, perché Fede Alvarez confeziona un film pieno di suspence con un’atmosfera incredibile e dirige tutti i giovani attori (Jane Levy, Dylan Minnette e Daniel Zovatto) alla perfezione. Sono rimasto incollato al divano tutto il tempo, e anche se dopo un po’ più o meno si capisce dove il film voglia andare a parare, non c’è niente di banale né nello sviluppo della trama né in come il regista decide di mostrarci la successione degli eventi. Ci sono varie scene interessanti, da quella in totale oscurità (ho apprezzato tanto il dettaglio delle pupille dilatate degli attori!), alle scene d’azione ben coreografate e concitate al punto giusto. C’è poco sangue, e purtroppo alcune volte fatto in CGI, ma la violenza è presente senza esagerazioni e abbastanza per farci sempre sentire in tensione. Inoltre Stephen Lang è perfetto nel ruolo del padrone di casa cieco: dal fisico imponente, impressiona anche quando lo si sente parlare.

Don’t Breathe è l’ennesima dimostrazione che si possa fare un ottimo film con un basso budget se ci sono delle idee solide dietro. In questo caso, una trama semplice, degli attori ben diretti, e un’attenzione incredibile alle scenografie e alla tensione/suspence, cosa fondamentale in un film horror (capito, caro Muschietti?)! Per me siamo ai livelli di It Follows (2014) e The Witch (2015)!

PS: per chi ha visto il film, mi sarei aspettato un finale più cattivo… e in effetti ho letto che all’inizio Alvarez lo aveva pensato più cupo! Ma è un dettaglio, Don’t Breathe è davvero un gran film!


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3 risposte a "Don’t Breathe: recensione del film"

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