Lucky: recensione del film

lucky-harry-dean-stanton-01Lucky (del 2017) è l’ultimo film fatto dal leggendario Harry Dean Stanton, cioè Brett in Alien (1978) e comparso in circa duecento tra film e serie TV (è morto a fine 2017, due settimane prima dell’uscita del film). Per intenderci, lui:

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Lucky rappresenta anche l’esordio alla regia di John Carroll Lynch, normalmente attore (per esempio, è il marito di Frances McDormand in Fargo dei fratelli Coen), e contiene una delle parti più corpose mai fatte come attore da David Lynch. Ma il punto di interesse è, a tutti gli effetti, Harry Dean Stanton.

Sì, perché Lucky è un film sulla vita, sulla vecchiaia, sulla paura della morte, sulle scelte che facciamo, su come guardandoci indietro ripensiamo a quello che abbiamo fatto e ci domandiamo se l’abbiamo fatto bene o male, e se ha senso domandarcelo una volta che l’abbiamo fatto. E il film è tagliato su misura per l’attore statunitense, per stessa ammissione degli sceneggiatori. Il 90enne Stanton è al centro di questo film e, nonostante non interpreti sé stesso, sono numerosi i riferimenti che sono ispirati alla sua vita. Per esempio, sia lui sia il suo personaggio, che tutti chiamano Lucky, furono cuochi su una LST (Landing Ship Tanks, o come le chiamavano tutti, Large Slow Targets) nel Pacifico durante la seconda guerra mondiale. E quando Lucky si mette a parlare con un altro veterano della loro comune esperienza, quel veterano è Tom Skerritt, cioè il capitano Dallas in Alien!

E oltre a “giocare” con la presenza di Stanton, cosa fa questo film? Ci mostra una serie di personaggi bizzarri di una piccola cittadina texana che tra un commento su un quiz televisivo e una polemica sulle leggi antifumo nei locali parlano della vita. Ce ne parla il dottore (Ed Begley Jr.), che ammette a malincuore che le sigarette a Lucky sembrano fargli bene. Ce ne parla Lynch, che vuole fare il testamento per lasciare tutto alla sua tartaruga che però è scappata e quindi lo costringe a ripensare a come le abbia fatto un torto a tenerla rinchiusa per tanti anni. Ce ne parla Vic Fontaine, ehm, volevo dire, James Darren, che a 80 anni ne dimostra 50 e che ci dice di come la sua vita sia cambiata grazie ad aver conosciuto sua moglie. E ne parlano tutti i personaggi che passano sullo schermo, e più o meno tutti si trovano a chiedersi se abbiano fatto bene o male a fare certe scelte.

E la risposta ce la dà Lucky, che alla fine decide semplicemente di… sorridere. Come a dire: abbiamo fatto quello che abbiamo fatto, lo abbiamo fatto pensando di fare bene, e a 90 anni non è tempo di metterci in discussione, ma di sorridere.

Se non si fosse capito, io ve lo consiglio questo Lucky. Fatto con due lire, girato in due settimane, un po’ lento, se volete, ma ve lo consiglio alla grande: è un film intelligente, e ultimamente non ne ho visti così tanti. Ciao!

 


7 risposte a "Lucky: recensione del film"

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