Amores perros: recensione del film

1292261670_amores-perros-3-e1445862046571Il buon Edgar Wright ha recentemente dichiarato (su Twitter) che un film d’esordio non dovrebbe superare l’ora e mezzo, coerentemente col suo A fistful of fingers (1995) di un’ora e 18 minuti. E chi se non Iñárritu (quello di Birdman e The revenant) poteva spettacolarmente andare contro questo innocente consiglio esordiendo con un film da 147 minuti (e si dice che sarebbero stati anche di più se non fosse stato per l’aiuto di Guillermo del Toro)?

Amores perros è il primo lungometraggio di Alejandro G. Iñárritu: uscito nel 2000, ha una lunga lista di attori tra cui spiccano Gael García, Vanessa Bauche ed Emilio Echevarría. Considerato il primo film della trilogia della morte (insieme a 21 grams e Babel), è un film corale in cui si incrociano tre storie principali. Tecnicamente impressionante, l’ho trovato bello, probabilmente il migliore del regista messicano, ma un po’ pesante. Più in generale, trovo il suo cinema un po’ presuntuoso: talmente elaborato che mi fa pensare che i film lui li faccia più per far vedere quanto è bravo che per raccontare delle storie. D’altronde anche Guillermo del Toro ci scherza su quando dichiara che lui fa film per divertire e guadagnarci su, mentre i suoi amici Cuarón e Iñárritu sono degli artisti veri!

Che dire di Amores perros, quindi? Ha un incidente stradale filmato con nove telecamere che vediamo da quattro o cinque angolazioni diverse. Ha lunghi piani sequenza con telecamera a mano filmate nelle strade più pericolose di Mexico City. Ha combattimenti tra cani incredibilmente realisti (specialmente il primo), ma in cui ovviamente nessun animale è stato ferito. Crudissimo, è un film di una forza notevole sulle conseguenze nefaste di amori che vanno contro tutto e tutti. Lo stile documentaristico ci fa stare vicinissimo ai personaggi, tutti scritti benissimo per mostrarci i vari gradi di negatività in cui può spaziare l’essere umano perso per amore. Non so cosa volesse dirci il regista con il film, ma lo dice bene: in fondo, questa è la frase che posso applicare a tutti i film che ho visto di Iñárritu (cioè tutti tranne Biutiful, del 2010), forse escludendo Birdman, di cui si potrebbe parlare a lungo.

Quindi l’ho visto, ne sono contento (e lo consiglio), mi è piaciuto, ma non ho voglia di rivederlo. Troppo lungo per quello che mi vuole dire (niente?), e un po’ pesantuccio. Ciao!


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4 risposte a "Amores perros: recensione del film"

  1. Non ti garba molto eh, Inarritu?
    A me forse quello che è piaciuto di più (finora) è Babel.
    con il tuo post mi hai fatto peraltro venire in mente una riflessione: un tempo difficilmente i migliori film di un regista erano i primi che aveva fatto, in quanto di solito c’era una crescita artistica. I primi film di solito erano lavori su commissione.
    Ora invece spesso avviene il contrario: un regista (intendo quelli veramente bravi) generalmente riesce ad emergere grazie ad una buona idea (e quindi i primi film sono quelli migliori), poi finisce per ripetersi o per accettare ruoli più commerciali…

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  2. Hai tirato fuori un tema certamente interessante, andrebbero fatte delle ricerche. Ultimamente mi sono trovato a vedere (e spesso scrivere recensioni su) ottimi esordi, ben pensati e ben fatti (Lucky, Get out, The witch, The Babadook, Ladybird…). Bisognerà vedere se questi registi continueranno a fare bene oppure si appiattiranno sulle proprie idee.

    Iñárritu mi pare che tutto quello che ha fatto dopo già si poteva intuire dal suo Amores perros: grande tecnica, mano registica “pesante”, film lunghi e non necessariamente pieni di contenuti… no, non mi piace tantissimo, lo ammetto! The revenant l’ho trovato indigeribile, Birdman ha un’idea fica ma anche quello un po’ sfiancante, Babel non mi ha impressionato, e 21 grams non mi piacque nemmeno quando lo vidi a suo tempo!

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