Horror Pills – 2016-2017

Horror Pills – Rubrica di minirecensioni di film horror, arbitrariamente raggruppati secondo criteri più o meno opinabili

Trovare film horror belli, o almeno interessanti, è un po’ un’impresa vista la quantità di schifezze che esce ogni anno. Per questo seguo spesso consigli cinematografici, da youtuber vari a liste su rottentomatoes e consigli su vetusti forum. Questi sono alcuni dei probabili risultati in cui vi imbattereste anche voi cercando horror recenti, e qui li trovate già digeriti e velocemente commentati. Comodo, no? Si parte:

The Autopsy of Jane Doe

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Idea interessante – l’autopsia su un cadavere senza nome rivela particolari sempre più improbabili e disturbanti – narrata con un crescendo da manuale: l’investigazione “grafica” attraverso il corpo della nostra Jane Doe alla ricerca della causa della morte è punteggiata da eventi che suggeriscono l’incombente pericolo soprannaturale ed è semplicemente avvincente.

Purtroppo il film perde un po’ la direzione quando deve concludere e si sposta su binari più classici e prevedibili, lasciandosi andare a qualche cliché e jump scare di troppo, ma l’impianto creato nella prima ora rende godibile anche l’ultimo atto, evidentemente meno ispirato. Nel complesso è un horror solido, intrigante e di forte atmosfera, con Brian Cox a nobilitare il tutto con ineccepibile professionalità.

The Devil’s Candy

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Un artista acquista una casa dove poco tempo prima si è consumato un duplice omicidio e vi si trasferisce con moglie e figlia.

Classico film del genere “famiglia nella casa stregata”, con un sottotema metal che inizialmente lo mantiene sospeso fra un film di genere vero e proprio e una sorta di parodia tongue in cheek, perché metafilmicamente parlando ci si aspetta… qualcosa, una qualsiasi cosa, dall’accostamento deliberato metal/satanismo in un film dove Lucifero è reale. Invece questa idea rimarrà un po’ in sospeso, ma fra una schitarrata di Slayer e una scena di headbanging ben piazzata ci si ritrova ben disposti verso la famigliola protagonista e risucchiati in questa vicenda inaspettatamente credibile, spruzzata di simbolismo e provvidenza, con un canovaccio gustosamente classico e rinnovato al tempo stesso. Degni di nota i titoli di coda (Doré a braccetto coi Metallica), messi quasi a scusare con l’Arte il terribile finale pasticciato di effetti bruttissimi.

Guest star: i Sunn o))) nella parte dei messaggi satanici, e ho detto tutto.

The Void

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Due fuggitivi da un culto satanico si rifugiano in un ospedale di provincia, dove insieme ad altri malcapitati dovranno far fronte comune contro un assedio di forze soprannaturali.

Evidente tributo a certo horror anni 80: si vede che chi lo ha fatto apprezza Carpenter, e ci si trova un po’ di Hellraiser, un po’ di Nightmare… tuttavia finisce per ricordare più Hellraiser 2 o Nightmare 4 più che i nobili padri fondatori. Personaggi inutili che fanno cose stupide, sequenze prodotte con cura ma incollate a casaccio, asfissianti primi piani su un infinito carnevale di mostri ed effettacci (realizzati benissimo: i registi vengono dal mondo degli effetti pratici ed hanno lavorato a film come Pacific Rim), soprattutto nessun “tema” portante: praticamente una mostra filologica dei difetti che agli albori dei ‘90 hanno relegato l’horror splatter a un genere (giustamente) schifatissimo. Che però un po’ ci provava: se Hellraiser 2 e Cabal soffrivano 30 anni fa di evidenti problemi di ambizione, che li portarono a naufragare rovinosamente su limiti di produzione/distribuzione/montaggio, qua è tutto deliberato e non c’è scusa che tenga: è un filmaccio. Garantito, se vi piacciono i filmacci ci si può anche divertire, dato che non mancano tinte oniriche e orrore cosmico fra le tante suggestioni buttate a casaccio nel calderone.

A Dark Song

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Una donna disturbata ed un occultista dal carattere difficile si chiudono per diversi mesi in una casa isolata per compiere un estenuante rituale di magia nera. Dalla descrizione dettagliatissima di un rito esoterico prende vita un vero e proprio kammerspiel con due personaggi difficili e interessanti, che arrivano ad odiarsi ma sono costretti ad affrontare insieme questo ambiguo cammino sul lato oscuro della fede. Il misticismo a doppio taglio, che potrebbe ricompensarli o dannarli in modo assoluto, tinge di ansia e implicazioni pericolose ogni litigio, ogni dialogo in cui cercano di ferirsi o strapparsi l’un l’altra confessioni sul passato e sulle motivazioni che li hanno portati dove sono.

Quando il rito inizia a funzionare siamo ricompensati da momenti carichi di tensione e sequenze orrorifiche di fortissima atmosfera, per la paura di un ignoto che non sappiamo definire. Il ritmo del film rimane pacato e va a comporre un affresco fatto di sequenze significative e brevi raccordi che sottolineano il passare del tempo, conducendoci con decisione fino ad un epilogo veramente trascendentale (e visivamente ardito). Un film originale che riesce a creare una pesante atmosfera, retto principalmente dalla performance attoriale dei due protagonisti.

A Cure for Wellness

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L’ultimo film di Gore Verbinski (che torna all’horror dopo una pausa di 15 anni dallo strafamoso The Ring del 2002) è una stratificata, pachidermica e convoluta mostruosità. Per prima cosa ci si accorge di un production value e un mestiere insoliti per il genere: la composizione delle riprese è sempre ricercata, le scenografie sono curatissime, e il film rimane per tutta la sua durata un piacere per gli occhi. La premessa (un giovane analista viene costretto dai vertici della multinazionale per cui lavora a recuperare un CEO in cura dallo stress in una misteriosa clinica nelle montagne svizzere) ci conduce in una ambientazione che più gotica non si può: il castello/clinica di Jason Isaacs nasconde un passato inquietante, ma anche nel presente non c’è da stare tranquilli. È chiaro fin da subito che una sorta di culto protegge il misterioso segreto della “cura” a cui si sottopongono ricconi da tutto il mondo, e recuperare l’amministratore delegato o anche solo allontanarsi dalla clinica sarà più complicato del previsto per il nostro combattivo protagonista. L’indagine ci sprofonda in un labirinto di misteri, allucinazioni, corridoi bui e apparati pseudoscientifici dal sapore ottocentesco; pian piano anche la trama diventa tortuosa e inizia a girare a vuoto, fra set incredibili e cliché del racconto gotico. Un accumulo barocco di suggestioni a volte molto riuscite, a volte prolisse, che colma però definitivamente la misura al secondo o terzo tentativo di fuga naufragato, seguito da singolari torture fantavittoriane. Quando si arriva alla grande rivelazione finale abbiamo già capito tutto da un’oretta e nel frattempo il film ha perso per strada qualsiasi cosa: le motivazioni del protagonista, svariati fili narrativi, il senso di tutti i comprimari, persino il sottotesto vagamente anticapitalista suggerito all’inizio. Però, però… se dovessi dire che il film non mi è piaciuto, mentirei. Sì, due ore e mezzo sono sinceramente estenuanti, ma l’atmosfera soffocante e il gusto per il gotico più esagerato e senza vergogna (l’attrice principale fa Goth persino di cognome) mi sono rimasti impressi in positivo e vi incoraggio, se vi cimentate nella visione, di trovare la forza per arrivare alle scene finali: il film getta finalmente la maschera e si rivela un classico Hammer degli anni 60, ma visivamente insiste in un barocchismo talmente fuori misura che non è possibile non ammirare Gore per il coraggio – o la scelleratezza – di proporre una cosa così, tanto più mantenendo la compostezza di chi sta girando un film d’arte e non il più terribile pastiche di genere.

Raw – Una cruda verità

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Una collaborazione FranciaBelgioItalia per questo singolare film di formazione intriso di orrore psicologico e biologico. Justine è una studentessa vegetariana che viene costretta a mangiare carne durante uno stupido rito di iniziazione della facoltà di veterinaria dove va a studiare. Da questa singola esperienza parte per lei una sorta di risveglio dei sensi molto inquietante: una brama di carne sempre più incontrollabile, che va di pari passo con la sua presa di coscienza sessuale e sociale. Tra body horror e sequenze gustosamente ripugnanti, di annusamenti ed assaggini di tagli sempre più particolari (dai che avete capito dove andiamo a finire), il film fa intendere provocatoriamente che Justine sembri trovare in nuove abitudini alimentari la forza di avanzare il suo ruolo nell’ambiente estremamente competitivo della scuola, passando idealmente da “preda erbivora”, che subisce a testa bassa da chiunque, a predatrice carnivora che impone sugli altri la propria personalità e i propri bisogni sessuali. Una affermazione di sé complicata dalla presenza nella scuola della sorella, che ha subito lo stesso rito iniziatico e fa già parte del gruppo di studenti “senior” che bullizzano le nuove reclute.

Anche se la sceneggiatura non è perfetta, il film colpisce nel segno grazie al carico da undici di sequenze disgustose e surreali che propone: un gore che non fa a gara con altri film della New French Extremity (Frontières, Martyrs), ma serpeggia sul filo di sensazioni più intime e personali come tatto, odore, gusto, per poi uscire allo scoperto in momenti di sicuro effetto. Sempre però con un’ombra di ironia dietro il deadpan della descrizione oggettiva: anche se non si tratta di un film divertente nel senso classico del suscitare risate, Raw è sicuramente una provocazione, che usa l’horror (e ne usa tanto) per ironizzare a denti stretti sulle estreme conseguenze di un ombrello di pressioni che ci troviamo abitualmente sulla testa: aspettative famigliari e scolastiche, scelte personali di etica, bullismo, peer pressure, desensibilizzazione alla violenza, e su come/quanto queste cose possano incidere sulla nostra individualità. La scena antologica, con camera fissa e un taglio un po’ da National Geographic, è quella di Justine che impara a cacciare le prevedibili prede che corrono nel mondo civilizzato.


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