Funny games: recensione del film

michael-pitt-in-funny-games-us-2007-funny-games-15316820-1400-910Precisiamo: ho visto il Funny games di Michael Haneke del 2007, non il Funny games di Michael Haneke del 1997. Non credo che cambi molto, visto che il primo è un remake shot-by-shot del secondo, cioè ne riprende ogni singola scena, ma comunque è meglio capirsi fin dall’inizio. Quindi mi sono goduto le interpretazioni di Naomi Watts e Tim Roth, oltre a quelle dei cattivissimi Michael Pitt e Brady Corbet. E un’altra cosa: per parlare di questo film temo che non potrò evitare spoiler, però mi perdonerete, sono 21 anni che è uscito l’originale… se non l’avete visto, fatelo e tornate a leggere la recensione dopo!

Qual’è la trama di Funny games? I ricchi e belli Ann e George (Naomi Watts e Tim Roth) vanno alla loro casa sul lago per passare un paio di settimane con il figlioletto Georgie e i loro amici altrettanto ricchi e belli giocando a golf e andando in barca a vela. Quando arrivano a destinazione notano che la coppia di amici della villa accanto si comporta in maniera un po’ strana ed è in compagnia di un paio di giovani eleganti e vestiti di bianco, Paul e Peter. Qualche ora dopo uno di quei giovani si presenta a casa loro a chiedere delle uova…

E presto scopriamo che i due non sono altro che degli psicopatici che prendono in ostaggio l’intera famiglia, dopo aver massacrato il cane a colpi di mazza da golf, e dopo aver ferito gravemente ad una gamba George. La situazione si fa tesissima sin da subito: i due parlano in maniera educata e forbita, ma pare non vogliano soldi, sembra semplicemente che vogliano divertirsi e scommettono che uccideranno i tre ostaggi entro la mattina dopo. In una escalation terrificante, fanno fuori prima il piccolo Georgie con una fucilata, poi George a coltellate (e con un’altra fucilata per il colpo di grazia), e poi la povera Ann facendola annegare nel lago. E dopo, come nulla fosse, vanno a chiedere delle uova ad un’altra famiglia di amici delle nostre povere vittime.

Il film fa stare male. E Haneke riesce a farci stare male usando una regia posata e una colonna sonora quasi inesistente, fatta eccezione per dei brani di musica classica all’inizio del film brutalmente interrotti da un brano molto poco orecchiabile dei Bonehead che verrà anche usato da uno dei due psicopatici per spaventare Georgie durante il suo tentativo di fuga. Il copione perfetto ci fa piombare in uno stato di rabbia ed impotenza incredibile. Sin da subito i torturatori si dimostrano odiosi, con le loro buone maniere contraddette così fortemente dalle loro azioni, mentre i torturati sono vittime totalmente innocenti e sono brutalizzati senza nessun motivo.

Ma perché Haneke ci fa questo? A giudicare dalle interviste rilasciate intorno all’uscita del film, il suo intento era fare un film di denuncia della violenza che arrivasse al pubblico statunitense, un pubblico abituato alla violenza nella vita di tutti i giorni così come al cinema. Ma la violenza di Haneke non è quella hollywoodiana: al contrario dei torture porn come Hostel (2005), per esempio, la violenza fisica non ci viene mai mostrata sullo schermo.

Ma soprattutto qui non c’è nessuna violenza di ritorno, nessun momento catartico. Nei film hollywoodiani siamo abituati al momento in cui le vittime riescono a ribellarsi e a vendicarsi. Qui no. Anzi, è peggio: a un certo punto Ann riesce a rubare il fucile e ad uccidere uno dei due torturatori (e qui sì che la violenza la vediamo, con sangue e tutto!). Ma l’altro cerca un telecomando, MANDA INDIETRO IL FILM, e la seconda volta riesce ad evitare che Ann rubi il fucile. Un altro (sadico) gioco del regista è mettere molta enfasi su un coltello che per caso si trova sulla barca dove i due portano la povera Ann per ucciderla verso la fine del film, mostrarci Ann che prova a liberarsi proprio con quel coltello… solo per farsi notare dai due, farsi levare il suddetto coltello, e venire uccisa poco dopo.

Il film è chiaramente una denuncia della violenza e della società violenta in cui viviamo. Si distanzia palesemente dal genere torture porn, e forse si avvicina di più al A clockwork orange (1971) di Stanley Kubrick, anche se manca l’elemento di denuncia sociale più evidente in cui il sistema e coloro che comandano usano i violenti per i loro scopi. Qui la violenza è letteralmente insensata, Paul e Peter sono degli psicopatici, non c’è nessuna motivazione legata alle loro origini, alla loro classe sociale… In effetti Haneke ci prende in giro anche su questo, con Paul che racconta almeno tre diverse storie sull’identià di Peter, un po’ alla stregua del Joker nolaniano di The dark knight (2008).

Insomma, gran film. Potente, cattivo, sadico… da vedere. Sappiate che finita la visione avrete una voglia irrefrenabile di farvi la doccia e di rivalutare la qualità della razza umana. Ciao!

 


4 risposte a "Funny games: recensione del film"

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