BlacKkKlansman: Spike Lee è parecchio arrabbiato

blackkklansmanBlacKkKlansman è l’ultima fatica di Spike Lee: uscito nel 2018, il film ha come protagonisti John David Washington (il figlio di Denzel Washington) e Adam Driver, che ormai è come il prezzemolo e si vede dappertutto. Non credo di dover presentare il gandissimo regista di colore statunitense: Do the right thing (1989), Malcolm X (1992), 25th hour (2002)… sono tutti film da guardare e riguardare, e sono solo tre esempi presi dalla sua grande filmografia. Ammetto però che ultimamente avevo perso un po’ di vista la sua opera, ma con questo BlacKkKlansman Spike Lee è tornato di prepotenza sul mio radar cinematografico.

BlacKkKlansman è un cazzotto allo stomaco, un cazzotto che Lee tira agli Stati Uniti per provare a risvegliarli dal torpore in cui sono caduti e che li ha portati nelle braccia di Donald Trump, un presidente che sta facendo di tutto per far credere che il razzismo non sia un problema nel suo paese e, anzi, sia quasi una cosa buona e giusta. Beh, secondo Spike Lee invece il razzismo è un’aberrazione da sradicare, giustamente, e col suo ultimo film lo grida a gran voce.

La storia si basa, almeno in parte, su un episodio realmente accaduto nel 1979 (il film lo ambienta nel 1972 per avere mano libera su temi come il Vietnam e l’elezione di Richard Nixon): un poliziotto di colore, Ron Stallworth, riuscì ad infiltrarsi nel Ku Klux Klan, organizzazione di bianchi razzisti, e a far buttare fuori dall’esercito alcuni soggetti che era meglio non avessero accesso ad armi ed esplosivi troppo facilmente. Come ci riuscì? Ovviamente non presentandosi di persona alle riunioni del Klan, ma mandando un altro poliziotto non di colore a fare le sue veci.

Ma questo non è che l’espediente usato dal regista per portare avanti una storia che ci mostri sì gli USA degli anni 70, ma soprattutto quanto quegli USA vicinissimi ad un violento scontro razziale siano simili agli USA di oggi governati da Trump. Il film infatti apre con una scena da Gone with the wind, ancora adesso al centro di polemiche per come abbia trattato il tema della schiavitù ma considerato un capolavoro del cinema, e con un Alec Baldwin che grida frasi a sfondo razziale non troppo dissimili da quelle usate dall’attuale presidente  in una qualsiasi delle sue uscite.

E poi sì, il film si butta nel 1972 con la sua ricostruzione storica impeccabile (aiuta anche che il film non sia girato in digitale, ma su pellicola), ma le frasi degli appartenenti al KKK sono dichiaratamente simili a quelle sentite nell’ultima campagna elettorale con i vari slogan America first e Make America great again. E in ogni caso si nota che Spike Lee non vuole fare un semplice film d’epoca, ma un omaggio alla cultura afroamericana del tempo: non mancano i riferimenti ai blaxploitation movies con Pam Grier né alla splendida musica funky e agli scatenati balli degli artisti di colore del tempo.

Ogni scena ha una forza devastante. Stupendo il comizio di Kwame Ture intervallato dalle facce fluttuanti nell’oscurità dei giovani studenti ipnotizzati dalle sue parole. Meraviglioso il montaggio alternato della riunione del razzistissimo KKK e del ben più vivo ed intelligente meeting degli studenti di colore. Allucinante la rottura voluta e ripetuta della regola dei 180 gradi quando il personaggio di Adam Driver si trova per la prima volta in mezzo ai membri del Klan ed è costretto suo malgrado a sentire le peggiori frasi razziste senza poter dire quello che realmente pensa di quella gentaglia. Struggente la scena in cui Stallworth si avvicina alle sagome dei neri crivellate dai colpi di arma da fuoco del KKK durante il loro tiro a segno, soprattutto sapendo che Spike Lee quelle sagome LE HA COMPRATE SU INTERNET: sì, le vendono, non hanno dovuto crearle apposta per il film. Ugualmente forte la contrapposizione tra i due opposti messaggi d’odio White power! e Black power! che, si capisce, non portano da nessuna parte.

E poi il finale… il parallelo dalla croce bruciata di fronte alla casa di Stallworth nel 1972 e le fiaccolate neonazi negli USA del 2017 fa venire un magone incredibile. E Spike Lee assesta il colpo finale con le immagini di Charlottesville, quando un white supremacist (uno che crede nella supremazia della razza bianca) si lanciò con la sua auto sulla contromanifestazione degli antirazzisti ferendo molte persone ed uccidendone una. E come se non bastasse, ecco le dichiarazioni di Trump a difendere i neonazi, dicendo che c’erano parecchie persone per bene con loro e che i violenti erano da tutte e due le parti.

Insomma, Spike Lee non avrebbe potuto essere più diretto. Sì, forse ha tolto un po’ di “immortalità” al suo film mettendoci dentro questi riferimenti alla cronaca, è vero. Ma penso che il suo intento fosse fare un film che fosse una testimonianza, un film che ricordasse a tutto il mondo che gli USA nel 2018 sono un posto dove il razzismo sta pericolosamente tornando di moda. Un posto in cui il capo del KKK adesso può fare comizi in pubblico citando il presidente per supportare le proprie idee, una cosa mai accaduta nella storia moderna del paese.

Io non posso che dire grazie a Spike Lee per quello che ha fatto. Ci ha regalato uno dei suoi film più potenti, più arrabbiati, è riuscito pure a metterci il suo odio verso Birth of a nation (1915), un odio che cova sin dai tempi in cui era studente di cinema a New York e per cui fu quasi espulso da quella scuola (cercatevi l’aneddoto, è gustoso) in cui nel 1993 cominciò a lavorare come professore. Andate a vedere BlacKkKlansman se potete, non ve ne pentirete! Ciao!

PS: inutile dirlo (perché sempre vero), ma sto film va visto in lingua originale per forza. Il 70% dei dialoghi è praticamente intraducibile!

PPS: qui l’ottima (come sempre) recensione di Nick!

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6 risposte a "BlacKkKlansman: Spike Lee è parecchio arrabbiato"

  1. Un ottimo film che segna il ritorno sui palcoscenici importanti di Spike Lee che, sì, negli ultimi anni si era decisamente perso per strada con un paio di produzioni particolarmente improbabili. “Blakkklansman” è un altro gioiellino della sua filmografia già ricca di classici moderni, “La 25a ora” in primis. Di questo, però, ho apprezzato la sua capacità di avventurarsi con gran stile – altro suo grande segno distintivo – in ogni angolo del mondo pop tra musica e cinema e della storia recente a stelle e strisce mettendo tutto in stretta connessione. Sono ben pochi, poi, i registi che riescono a portare sul grande schermo un film dai temi delicati e impegnati mantenendo uno sguardo anche sulla componente d’intrattenimento che non sempre ben si concilia con tutto il resto.
    Ottima recensione 🙂

    Piace a 1 persona

    1. Sono d’accordissimo con te, Spike Lee ha dimostrato (come se ce ne fosse bisogno!) di essere un vero maestro, è un film che intrattiene e diverte pur parlando di un tema serissimo.

      Grazie per la lettura!

      Mi piace

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