American Beauty

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Vidi per la prima volta American Beauty poco dopo la sua uscita per il mercato Home Video, quando andare al videonoleggio e prendere una cassetta VHS da guardare tutti insieme e sudare appiccicati a un divano era uno dei modi più graditi per passare una serata tra amici e quando –come la Jane Burnham del film- ancora si cercava una strada da percorrere e le ispirazioni da seguire.

Era il 1999 o forse il 2000, e l’allora diciassettenne versione di me non aveva e non poteva avere gli strumenti per capire a fondo la critica propositiva dello scrittore Alan Ball e del regista Sam Mendes, entrambi al tempo semi-esordienti.

In diciotto anni ho avuto più volte la tentazione di rivedere American Beauty ma, chissà perché, ho sempre posticipato, negato, differito. Ieri sera, alla soglia dei 36 e con un vissuto recente molto pertinente, il film di Mendes mi ha colpito con la forza di una consapevolezza nuova, mi ha dato sensazioni brucianti, è stata una personale riscoperta di un gioiello che ha finalmente assunto nella mia rosa di “film personali” una posizione eminente.

In American Beauty niente è come sembra.

A partire dal titolo, che ci indica la specie di rose coltivate nel perfetto giardino suburbano della famiglia Burnham ma anche la bellezza “che permea ogni cosa”. Ingannevole è anche il tema principale della pellicola, che a un livello superficiale può apparire una grottesca critica della società borghese americana ma che, “if you look more closely” come suggerisce la voce narrante nel prologo, scende ad analizzare il genere umano in maniera trasversale e intima.

I protagonisti sono una carrellata di ritratti tragicomici di una borghesia americana bianca degli anni ’90, e se la vita che vivono è opposta rispetto all’immagine di essa che proiettano, ancora più falsi sono i loro reciproci rapporti. Nonostante il sottofondo grottesco che fa sorridere, realistica è la sfaccettatura di ogni personaggio, il mix perfetto di luce e di ombra che c’è in ognuno di quei relitti confusi che vanno alla deriva nella stritolante società.

La chiave di lettura del film sta nel pacato anticlimax centrale, in cui i due adolescenti Ricky e Jane si tengono per mano mentre guardano il filmato di un sacchetto di plastica trasportato dal vento. “Danzava con me”, dice Ricky , “come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla…

Nonostante l’apparenza oltremodo semplice dell’immagine, il sentimento che provoca è di estasi. Una presa di coscienza salvifica della necessità di andare oltre le imposizioni e la contratta impalcatura di ciò che è conveniente e che porta tristemente a negare noi stessi e i nostri intimi e reali desideri.

Mai sottostimare la forza della negazione”, rincara la dose Ricky. Negazione e ricordo, quindi, opposti che rappresentano la chiave per una felicità che, anche quando a portata di mano, si fatica a focalizzare. Serve un aiuto, a volte, per ricordare.

L’episodio del sacchetto di plastica è autobiografico. Ball racconta che gli accadde realmente di stare quasi 15 minuti a osservare quella danza portata dal vento in uno stato di meraviglia estatica. L’intera sceneggiatura è un’allegorica autobiografia di Ball. Suo padre –che lui sospettava fosse un omosessuale represso- è il militare padre di Ricky Fitts. Lo scrittore ha due controparti: da una parte una versione ideale, lo stesso Ricky; dall’altra il protagonista del film: Lester Burhnam, depresso, “sedato” da una vita di apparenza e frustrazione e inibizione. Il suo risveglio è progressivo: passa da una prima fase di evasione onirica –l’incontro e le fantasie con la bella adolescente Angela-, all’apire gli occhi riguardo a ciò che veramente conta e perdere così le “paure” sociali autoimposte o autoinflitte, fino alla presa di coscienza finale, vera e propria epifania che non a caso passa attraverso il superamento dei desideri effimeri e il successivo recupero di ricordi felici, reali.

Tanto che anche la morte non basta più a far paura.

Ricky e Lester diventano uguali nell’autoconsapevolezza della bellezza di ogni istante, che si può dilatare fino all’eterno, e la loro salvezza è la nostra nel dolceamaro finale in cui è finalmente chiaro quello che viene dichiarato nel prologo: “non è mai troppo tardi per tornare indietro”.

Se la salvezza è l’autoconsapevolezza, tornare indietro ci permette di sorridere anche di fronte alla morte. Mentre la negazione porta a distruggere un momento felice pur di non rovinare dei divani in seta costosa, e di fronte alla morte piangere disperato abbracciando vestiti e camicie, simulacri di un amore perso e negato da chissà quanto.

Non c’è retorica nella versione di bellezza che ci offre Mendes, la salvezza si paga a caro prezzo e la perdita è all’ordine del giorno nell’inferno quotidiano della società dipinta. Se la redenzione è possibile, infatti, questa è sempre secondaria ad anni di negazione di ogni sentimento e verità, e quindi si associa alla necessaria perdita: della famiglia, dell’innocenza, di un rapporto con i figli (Lester riconosce un riflesso di sua figlia nella adolescente con cui sognava una relazione sessuale, nel finale, ma ormai tutto è perduto), di un posto nella società, dell’amore, della vita. La salvezza è, alla fine dei giochi, personale e spirituale.

American Beauty è questo. Ci parla di come sia difficile condurre un’esistenza autentica, quando si vive nell’esasperazione dell’apparenza (e quanto è ancora attuale questo nella società odierna, a quasi vent’anni di distanza). Di come si vedono così tante persone che, incuranti delle proprie reali pulsioni, si sforzano di vivere una vita in linea con ciò che è socialmente accettato come “di successo” e quando poi raggiungono il loro obiettivo si chiedono perché non sono felici.

Quanto scritto da Alan Ball viene portato sulla scena da Sam Mendes in modo perfetto. Mendes era a quel tempo principalmente un regista teatrale (e quest’anno ne ha ridato prova mettendo coraggiosamente in scena dopo Ronconi il meraviglioso “Lehman Trilogy” di Stefano Massini) e c’è tantissimo teatro nell’opera, nei dialoghi, nella direzione degli attori. Le inquadrature ci offrono spesso un secondo punto di vista su ciò che vediamo, particolari nascosti (il sorriso di Jane nello specchio). C’è un’attenzione maniacale per i dettagli, per la simmetria e la pulizia delle scene, le impalcate acconciature, le lustre auto di lusso che contrastano ferocemente con lo squallore morale dei protagonisti, con la tensione elettrica che si avverte nelle intenzioni e nei dialoghi di chi quelle scene le abita.

Gli attori sono tutti eccezionali. Kevin Spacey svetta su tutti e impreziosisce ogni scena, è spettacolare il suo passaggio dal viscido grigiore iniziale alla luce interiore che mostra nelle ultime scene.

Concludo questa recensione che non è una recensione. Più un commento personale, forse, una piccola riflessione a posteriori dopo aver rivisto e gustato a fondo un titolo elegante e catartico. Perché quando riscopri il valore della memoria, di ciò che è stato, di ciò che esiste e può esistere, non può esserci più dubbio o cinismo. Come succede a Lester anche a me oggi “il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta (la felicità). (…) Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete”.

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2 risposte a "American Beauty"

  1. Uno dei miei film preferiti! Andai al cinema senza nessuna particolare aspettativa, ne uscii entusiasta e deciso a spargere la notizia di uno dei film più belli che avessi visto negli ultimi anni. Colonna sonora perfetta e Spacey in una delle sue massime interpretazioni. Concordo con il tuo commento alla virgola.

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