John Carpenter’s Halloween: recensione del film

3347e17e7f0ae84b4575604b4e3df25dHo riguardato per la duecentocinquantesima volta Halloween, il film diretto da John Carpenter uscito nel 1978 con Jamie Lee Curtis (19enne!!!) come protagonista. Questo già dovrebbe farvi capire la mia opinione sul film: un capolavoro inarrivabile da vedere e rivedere ad ogni occasione. E fin qui dovremmo essere tutti d’accordo.

Inutile riportare la trama del film, ma eccola in poche parole: il piccolo Michael Myers viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico dopo aver ammazzato a coltellate la sorella, ma dopo quindici anni scappa e lascia una scia di cadaveri notevole a Haddonfield e dintorni. A fermarlo nella notte di Halloween ci penseranno Laurie (Jamie Lee Curtis) e il dottor Loomis (Donald Pleasence), anche se essendo Myers l’incarnazione del male non sarà possibile porre fine per sempre alle sue malefatte.

Suppongo che tutti sappiano che Halloween è considerato il padre del genere horror moderno (e in particolare slasher), anche se il modesto Carpenter ha sempre detto che in realtà tutto si deve a Psycho di Alfred Hitchcock (1960) – non a caso Jamie Lee Curtis era figlia di Janet Leigh (e Carpenter le userà entrambe in The fog nel 1980)! Fino ad allora, horror era sinonimo di film con uomini lupo, vampiri e castelli nella nebbia. Dopo il 1978 invece nacque il genere horror così come lo conosciamo (anche se va dato credito a George Romero che fece il suo Night of the living dead nel 1968!).

Halloween ha innovato talmente tanto che praticamente tutti i registi che si sono successivamente cimentati in film del terrore hanno ripreso, o hanno tentato di riprendere, quasi tutti i suoi elementi: protagonisti giovani e che parlano in maniera realistica con cui è facile identificarsi, un assassino inarrestabile di poche (zero!) parole, qualche jumpscare qua e là accompagnato da suoni improvvisi e forti, un tema memorabile e immediatamente riconoscibile, e un finale aperto a uno o più seguiti (quella delle saghe nel cinema horror è quasi una piaga, anche se qualcuna è fatta bene).

E qui non voglio ripetere cose che sono scritte un po’ dappertutto. Per esempio che il film fu prodotto con un budget ridicolo (poco più di 300,000 dollari) ma che al botteghino guadagnò più di 70 milioni di dollari in tutto il mondo. O che fu girato in primavera e quindi le foglie secche che si vedono per strada erano foglie pitturate di marrone che poi i membri della troupe e gli attori stessi recuperavano per le scene successive visto che dato il basso budget non si buttava via niente. O che l’espressione rassegnata del dottor Loomis nel guardare dalla finestra sapendo che non avrebbe visto il cadavere di Myers fu un’idea di Donald Pleasence, mentre all’inizio Carpenter gli aveva chiesto di fare un’espressione sorpresa. O che il tema principale della colonna sonora è in 5/4 per rendere l’atmosfera “squilibrata” e inquietante. O che il piano sequenza in soggettiva del giovanissimo Michael Myers è una delle sequenze introduttive di un film più iconiche della storia del cinema. O che la maschera di Myers era una maschera del capitano Kirk costata un dollaro a cui erano state tolte le sopracciglia e che era stata pitturata di bianco. Gli aneddoti sulla creazione di questo film si sprecano!

Vorrei semplicemente e brevemente sottolineare come valga la pena comprarsi il Bluray di questo film. Ci sono ben tre documentari dentro, due di un’ora e mezzo e uno di mezz’ora, e anche un bel po’ di scene tagliate. Particolarmente interessanti quella del dottor Loomis che discute con gli psichiatri del livello di sicurezza necessario per tenere a bada Michael, e quella in cui Laurie presta dei vestiti alla sua amica Annie, interpretata da quella Nancy Kyes che già avevamo visto in Assault on Precinct 13. I documentari, dicevamo.

Tutti e tre trattano dello stesso tema: come si arrivò a fare il film, come furono i 21 giorni di rodaggio, che cosa successe nei sei mesi successivi durante il montaggio, e come fu accolto il film quando uscì al cinema. Un documentario è del 2010 (e infatti finisce con una discussione del remake firmato da Rob Zombie), uno del 2003, e uno del 2000, e in tutti e tre si usano interviste fatte per lo più dal 1999 in poi. Sono uno più interessante dell’altro (anche se in molte cose si ripetono). Ci raccontano, per esempio, di come l’ideatore del film, Irwin Yablans: 1) ebbe la brillante idea di usare il nome Halloween che fino ad allora non era mai comparso in alcun titolo cinematografico; 2) di come contrattò John Carpenter che promise di fare il film per 300,000 dollari (un budget irrisorio) per un compenso di 10,000 dollari, il 10% sugli incassi (era furbo il ragazzo) e il controllo completo sul processo creativo e sul montaggio finale; 3) di come ottenne i soldi dal produttore Moustapha Akkad con un abile gioco psicologico.

E ci spiegano come un film indipendente costato così poco possa sembrare una grande produzione in quanto a qualità dell’immagine e del suono: Carpenter spese quasi tutto in obiettivi Panavision di ottima qualità, in una Panaglide che soltanto da poco aveva fatto il suo ingresso a Hollywood (soprattutto in Rocky, 1976, dove era stata usata per le dinamicissime riprese da vicino dei combattimenti) e che il regista usò per le sue fluide riprese in movimento per i viali di Haddonfield (e naturalmente nel piano sequenza iniziale: quattro minuti con una telecamera da 30 kg da portare a giro, povero operatore), e nel missaggio del sonoro fatto negli studi Goldwyn, i migliori sulla piazza.

E di storie interessanti come queste ce ne sono a bizzeffe in queste tre ore e mezzo di conenuto addizionale. Per esempio, sapevate che Donald Pleasence accettò il lavoro solo perché a sua figlia, musicista, era piaciuta la colonna sonora di Assault on Precinct 13 firmata da Carpenter? O che il film ottenne critiche molto negative all’uscita, Carpenter si rassegnò al mancato successo e accettò di fare un film per la TV (Elvis, dove conobbe Kurt Russell che poi sarà il protagonista di un bel po’ di suoi film), prima che un paio di recensioni positive (una di Roger Ebert) ed un incredibile passaparola facessero cambiare radicalmente la sorte del film?

Se siete curiosi, non esitate e compratevi il Bluray, non ve ne pentirete. Ah, certo, e poi potrete pure riguardarvi centosettanta volte questo film, come è giusto fare! Ciao!

PS: ma l’ho già scritto che ho conosciuto John Carpenter? Scusate, non posso fare a meno di ricordarlo ogni volta…


23 risposte a "John Carpenter’s Halloween: recensione del film"

  1. Ah ah, fai bene a ripeterlo, farei anch’io così!!!😂😂
    Grande Halloween, non sapevo che il blu ray fosse così ricco di contenuti speciali, mi hai fatto venire una gran voglia di andarlo a comprare.
    Ma soprattutto ci sono i documentari sul making of che quelli li adoro… grazie per la dritta…

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  2. Ah, ma se è per quello -discorso corposi contenuti extra del Blu-ray a parte- io Halloween me lo riguardo centosettanta volte pure in DVD, eh! 🙂
    P.S. L’aver conosciuto di persona Zio John E’ una cosa che va ricordata OGNI volta, doverosamente… 😉

    Piace a 1 persona

  3. Pingback: Scream: che saga!

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