Dolor y gloria: recensione del film

dyg-02Dolor y gloria è l’ultimo film di Pedro Almodóvar. Uscito nel 2019, ha Antonio Banderas come protagonista accompagnato da una serie di attori e attrici di grosso calibro (e per lo più vecchie conoscenze del regista spagnolo) come Penélope Cruz, Cecilia Roth, Leonardo Sbaraglia… Secondo me il cinema di Almodóvar o lo si ama o lo si odia, ed io ammetto di non amarlo particolarmente (Nick di Mataviatau, invece, lo ama e ne scrive qui!). Con questo sono sei i film del regista spagnolo che ho visto e nessuno mi ha entusiasmato, e solo due mi sono davvero piaciuti.

Dolor y gloria è, per me, tra i suoi migliori, anche se soffre di alcuni difetti ormai credo inevitabili date le proporzioni raggiunte dal personaggio “Almodóvar”. Infatti ormai più che un regista è un’istituzione, che, tradotto, significa che può fare assolutamente tutto ciò che gli pare, fregandosene di tutto e tutti, dove tutto include le regole cinematografiche.

In Dolor y gloria la storia è quella classica dell’artista in declino che ha perso l’ispirazione e si trova un po’ disorientato. Ma grazie ad esperienze che gli ricorderanno il suo passato e a qualche amicizia si ritroverà e ricomincerà a lavorare e vivere normalmente. L’abbiamo vista mille volte, no? Ma naturalmente Almodóvar racconta questa storia a modo suo e, a mio parere, in un modo che risulta un po’ incasinato. Prima di tutto il protagonista è un personaggio inventato ma Banderas imita perfettamente lo stesso Almodóvar, la qual cosa mi ha confuso non poco: è la sua storia? Non lo è? Cosa è vero e cosa non lo è? Se il personaggio è inventato, perché è così spudoratamente uguale al regista?

Poi il film è a dir poco discontinuo. Comincia con un’invadente voce narrante che a circa un quarto di film scompare per non riapparire mai più. Ci sono personaggi che sembrano importantissimi ma che invece scompaiono all’improvviso ed altri che sono in poche scene ma hanno ruoli fondamentali. C’è una parte animata che arriva dal nulla e non porta a nulla e che ho trovato realizzata in modo molto poco fantasioso. E i flashback sono veramente tanti e sono usati senza grande fantasia, sono buttati lì per spiegare di volta in volta alcune situazioni, alcuni pensieri, ma senza una vera e propria architettura ben pensata.

Per il resto ci sono tanti elementi cari ad Almodóvar: la figura della madre è molto presente, appare l’educazione cattolica di cui aveva parlato ne La mala educación (per me il suo miglior film, almeno di quelli che ho visto), il colore rosso è onnipresente (letteralmente!), l’omosessualità del protagonista è mostrata apertamente… insomma, siamo su un terreno familiare. Il che vuol dire che se vi piace il cinema di Almodóvar probabilmente adorerete Dolor y gloria. Se invece non siete dei fan, come me, forse lo troverete semplicemente un film carino, ma nulla per cui gridare al miracolo. Ciao!

PS: La parte sulle malattie mi ha ricordato molto Nanni Moretti in Caro Diario (1993)! Un po’ tutto il film è abbastanza morettiano, in effetti, col regista che ci mostra la sua vita di tutti i giorni anche se in un universo alternativo in cui è in crisi produttiva (cosa che non succede all’Almodóvar reale, che continua a fare film nonostante ne abbia già una trentina nel curriculum!).

PPS: ed ecco gli altri film di Almodóvar che ho visto e recensito sul blog: Mujeres al borde de un ataque de nervios (Donne sull’orlo di una crisi di nervi, 1988), La piel que habito (La pelle che abito, 2011), Volver (2006), e Todo sobre mi madre (Tutto su mia madre, 1999).


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