Stand by me: recensione del film

stand-by-me-1986-001-river-phoenix-corey-feldman-wil-wheaton-jerry-oconnellStand By Me non è soltanto un’orecchiabile canzone di Ben E. King. È anche uno splendido fim diretto da Rob Reiner del 1986 ispirato ad un racconto di Stephen King (il cui titolo italiano è Stand by me – Ricordo di un’estate). E proprio del film mi è venuta voglia di scrivere una recensione oggi, così… eccola qui! La premessa che voglio fare è che questo film l’avrò visto, e non sto esagerando, almeno una dozzina di volte, molte delle quali usando una VHS con la costa verde (credo appartenesse a una collezione uscita con Repubblica o L’espresso nei primi anni Novanta) e il resto col DVD che è stato uno dei primi ad entrare a far parte della mia collezione. Quindi se cercate dell’oggettività scordatevela, io questo film semplicemente lo adoro!

Parto dalla trama, per i pochi (spero) che non la conoscano. È l’estate del 1959 e ci troviamo in Oregon a Castle Rock (l’avevo detto che era un racconto di King). Quattro amici dodicenni stanno passando gli ultimi giorni insieme prima che le loro strade si dividano per scelte diverse (dettate da possibilità diverse) di scuole superiori. Sono Gordie Lachance (Wil Wheaton), Chris Chambers (River Phoenix), Teddy Duchamp (Corey Feldman), e il grassottello Vern Tessio (Jerry O’Connell), praticamente una formazione standard di amici preadolescenti dei film di quegli anni (vedasi The Goonies, per esempio), ora copiata a più non posso ovunque per questa assurda nostalgia degli anni Ottanta (alla Stranger Things, per nominare un prodotto che copia a piene mani da film come Stand By Me e E.T. di Steven Spielberg). Venuti a conoscenza di dove si trovi il cadavere di Ray Brower, un ragazzino scomparso da tre giorni, decidono di imbarcarsi in un viaggio per recuperarne il corpo. Il cammino a piedi lungo i binari della ferrovia si trasformerà in una vera e propria avventura da cui tutti e quattro usciranno cambiati come da tradizione in un film coming of age come questo.

Come cominciare ad enumerare tutte gli elementi splendidi di quest’opera? Prima di tutto i protagonisti: non solo i quattro attori sono diretti in maniera impeccabile da Reiner, ma la loro caratterizzazione è incredibile. Gordie non è considerato dai suoi genitori che gli preferivano il fratello maggiore morto tragicamente in un incidente. Chris è un ragazzo intelligente ma che fa parte di una famiglia disastrata: il cui futuro da nullafacente o, peggio, criminale sembra essergli cucito addosso sin dalla nascita. Il padre di Teddy, reduce della seconda guerra mondiale, è stato internato in un manicomio dopo aver sfigurato il figlio. Vern è un ragazzino insicuro con un fratello più grande nella banda di Ace (interpretato da Kiefer Sutherland), il capo degli antagonisti del film che vogliono pure loro essere accreditati come gli scopritori ufficiali del corpo del ragazzino scomparso.

Un Gordie adulto ci racconta non solo la storia del ritrovamento del cadavere, ma anche chi fossero i suoi amici e che fine fecero dopo quella fatidica estate del 1959. Sì perché non l’ho ancora scritto ma tutto viene narrato in flashback da Gordie adulto ed affermato scrittore (l’ho detto che la storia originale è di Stephen King, giusto?) e questo è uno dei pochi film dove, per mio gusto personale, la voce narrante funziona. Di solito la trovo ridondante e fastidiosa, ma qui è impeccabile in ogni suo intervento ed arricchisce la forza della storia permettendo di aggiungere profondità ai rapporti personali dei quattro amici oltre quello che si vede sullo schermo, che già funziona a meraviglia.

Tutte le avventure vissute nel viaggio verso il corpo di Ray Brower, dalle sanguisughe al cane del vecchio venditore di cianfrusaglie, dall’incontro con la banda di Ace alla fuga dal treno sul ponte, rafforzano i rapporti di amicizia ma allo stesso tempo, facendo crescere i ragazzini (soprattutto Gordie e Chris), cominciano a porre fine alle amicizie stesse. C’è tanta malinconia in questa storia, pur se accompagnata da tantissimi momenti divertenti (pensate alla storia di Davie Hogan!), ed in ogni caso tutto risulta realistico e naturale. Ogni dialogo ha una forza eccezionale, ogni situazione ben costruita, la storia si sviluppa con un ritmo incredibile quando, a pensarci bene, si tratta “solo” di una passeggiata in un bosco. Ma quella passeggiata è in realtà un cammino verso il diventare adulti, una ricerca della sicurezza in sé stessi, un tentativo di scrollarsi di dosso le immagini che il resto del mondo ha già cucito addosso ai quattro ragazzini senza che loro abbiano avuto modo di poter costruirsene una propria, di immagine. Questo tentativo va a buon fine nel caso di Gordie (che grazie a Chris continuerà a seguire la sua passione per raccontare storie) e di Chris (che riuscirà a studiare, cosa che rende solo più triste la rivelazione finale della voce narrante), mentre Teddy e Vern non riusciranno a scappare dalle maglie opprimenti della piccola cittadina di Castle Rock.

Ho i brividi solo a scriverne di questo film che ha davvero una forza eccezionale! Merito va certamente riconosciuto a Stephen King per aver scritto una storia così interessante, ma a Rob Reiner va riconosciuta una notevole bravura per aver tirato fuori da un piccolo racconto un gioiello di film. D’altronde il regista dimostrerà di poter fare bene con materiale dello scrittore statutense anche grazie al suo strepitoso adattamento di Misery (in italiano, Misery non deve morire, 1990).

Che aggiungere? La colonna sonora di Jack Nitzsche (pure collaboratore di Neil Young) e meravigliosa ed impreziosita dalla canzone Stand By Me usata sul finale, la fotografia è eccezionale, il montaggio, la regia… non c’è niente di criticabile in questo film! Ma ve l’avevo detto subito che non sarei stato oggettivo, no? Ciao!


13 risposte a "Stand by me: recensione del film"

      1. Si e no, diciamo! La penna è sempre quella di Stephen King che sicuramente si basa sui suoi ricordi di infanzia. In It c’erano semplicemente più bambini!
        Per il resto, se la formazione a quattro, bambino grasso compreso, ti ricorda qualcosa è perché tutti i prodotti nostalgici anni 80 la usano!

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  1. Bellissimo, mi fa piangere ogni volta! Non ho ancora letto la novella di Stephen King, perchè se di solito si ha paura che un film rovini un libro qui credo sia il contrario e la storia scritta possa intaccare il ricordo di questo film meraviglioso (anche se conoscendo l’autore, razionalmente, ne dubito).

    Chissà se è un caso che tutti i migliori adattamenti di King arrivino da storie drammatiche o al massimo thriller psicologici (tipo Misery, per dire) mentre gli horror per cui è universalmente noto finiscono quasi sempre per essere deludenti.

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    1. Effettivamente Misery e Stand by me sono certamente tra i migliori film tratti da King e non sono degli horror. Certo, Christine e The shining offrono ottimi esempi di horror sempre basati sui suoi scritti, ma il problema è che sono stati fatti duecentomila film horror orrendi che hanno macchiato per sempre la sua reputazione cinematografica! X–D

      Per quanto riguarda il racconto su cui si basa Stand by me, credo sia una storia breve e il titolo è The body, ma non l’ho letta nemmeno io!

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