The Thing: recensione del film

header1John Carpenter ha ricevuto il premio Carrosse d’Or durante l’edizione 2019 del Festival del cinema di Cannes. Nella masterclass che ha accompagnato la cerimonia, per continuare a farsi ben volere da tutti nella Hollywood che conta, si è auto-definito l’anti-Spielberg. Così, per essere proprio sicuro di continuare a non poter fare più film (ricordo che negli ultimi quindici anni ne ha sfornato solo uno, The Ward – Il reparto, ormai nove anni fa).

In ogni caso, tra i plurimi motivi del suo essere l’anti-Spielberg, uno è che nel 1982 pure lui, come Spielberg, diresse un film su un alieno che si trovava sulla Terra. Solo che uno di questi alieni era un adorabile pupazzetto creato da Carlo Rambaldi che amava i bambini e riusciva a tornare dai suoi compagni facendosi beffe bonariamente delle stolte autorità (E.T. The Extraterrestrial, fedelmente tradotto E.T. L’extraterrestre). L’altro era un mostro mutaforma perfettamente capace di sterminare l’umanità intera. C’è la sua bella differenza! E quindi oggi parliamo proprio di John Carpenter’s The Thing, La cosa!

La cosa è un capolavoro di quelli grossi e sembra incredibile che abbia segnato l’inizio della fine per Carpenter. Non solo il film fu un flop economico (a malapena recuperò il suo budget di 15 milioni i dollari), ma il regista fu accusato di essere un pervertito, un maltrattatore di animali… quando invece nel film ci sono soltanto splendidi effetti speciali (di quel genio di Rob Bottin che lavorò anche a Legend di Scott e Total Recall – Atto di forza di Verhoeven, per dirne un paio) a supportare una claustrofobica storia sulla paranoia. Da qui in avanti il regista statunitense sarà costretto ad alternare tra progetti su commissione (Christine – La macchina infernale, Starman…) e progetti personali (Big Trouble in Little China – Grosso guaio a Chinatown, They Live – Essi vivono) che regolarmente non incasseranno al botteghino.

Ma torniamo a La cosa, che per inciso è anche il miglior remake mai fatto, considerando che l’originale La cosa dell’altro mondo (The Thing from Another World, 1951) di Howard Hawks è anche un signor film! Ma Carpenter va oltre il semplice rifacimento di un film che adorava (in Halloween prima di andare a letto il ragazzino la cui baby sitter è Jamie Lee Curtis guarda proprio il film di Hawks) e sforna il miglior film horror/fantascienza mai fatto. E sì, non ho dimenticato che Alien di Scott (1979) è pure quello un film horror/fantascienza. La cosa è superiore.

Lasciatemi riassumere brevemente la trama. Siamo in una stazione statunitense di ricerca in Antartide gestita da dodici uomini (inizialmente doveva esserci una donna nel cast, ma l’attrice rimase incinta e uscì dal progetto). Tra di loro ecco il pilota di elicotteri MacReady interpretato da Kurt Russell, alla sua terza collaborazione con Carpenter dopo Elvis (1979) e Escape from New York (1997: Fuga da New York, del 1981). Improvvisamente arriva alla base un cane da slitta inseguito da un elicottero. Proviene da una base norvegese poco lontana e i due occupanti del mezzo stanno facendo di tutto per uccidere il cane a fucilate. Arrivati alla base statunitense, in pochi concitati momenti i due muoiono (uno in un’esplosione, l’altro ucciso dal comandante della base Garry (Donald Moffat). Il cane viene lasciato libero di unirsi agli altri animali della base gestiti da Clark (Richard Masur). Non passa molto prima che MacReady e compagnia vadano ad investigare cosa sia accaduto alla base norvegese trovando così tracce di qualcosa di sconcertante. La base è un ammasso di rovine fumanti, ci sono strani cadaveri malformati dentro, e pure le prove di un ritrovamento alquanto insolito di qualcosa che si trovava sotto il ghiaccio…

Mi fermo qui. Credo che tutti sappiano che la cosa risvegliata dai norvegesi sia un alieno mutaforma che assimilerà una ad una tutte le forme di vita della base fino all’ultima meravigliosa scena in cui MacReady e Childs (Keith David) si siederanno uno di fronte all’altro e decideranno di aspettare che il fuoco si spenga e con esso qualunque speranza di sopravvivere dividendo una bottiglia di whiskey. Ma sono davvero loro o uno dei due è la cosa? Questo è uno dei finali più dibattuti della storia del cinema, anche se Carpenter ha sempre sostenuto che dove stia la verità sia evidente. Ma è utile tentare di capire chi sia chi? No, meglio parlare delle qualità del film (e Childs è ovviamente la cosa, credetemi).

Il film è perfetto. È uno studio sulla paranoia, sul (non) credere negli altri, una perfetta trasposizione al cinema della crisi economica e del sistema americano tutto che aveva portato Reagan a diventare Presidente nel 1981 (lo resterà fino al 1989). In un’epoca dominata dalla paranoia con la Guerra Fredda, l’inarrestabile corsa agli armamenti e la paura dei comunisti, La cosa è un imperdibile manifesto al potere distruttivo della paranoia stessa. Assistiamo al graduale deteriorarsi della società simboleggiata dai dodici colleghi della base antartica che quando cominciano a non credere più gli uni negli altri non solo rendono più facile il compito alla cosa di ucciderli uno ad uno, ma cominciano anche ad uccidersi tra di loro! La società si sfalda quindi prima a livello individuale (non sappiamo più chi iamo), e poi a livello collettivo. Una metafora non troppo sottile ma di sicura efficacia!

Ma la forza del film sta anche nel suo valore di intrattenimento. Tutti gli attori fanno un lavoro eccezionale riuscendo a dar vita a dodici personaggi ognuno con una sua personalità, ognuno con un suo preciso ruolo nella storia (cosa non semplice, visto che il film non arriva nemmeno alle due ore di durata). La colonna sonora di Ennio Morricone è quanto di più teso e d’atmosfera si possa desiderare. Gli effetti speciali come detto sono incredibili. Totalmente pratici, ancora oggi sono d’effetto: indimenticabile la scena in cui la cosa assimila i cani da slitta, o quella dove la testa di Norris (Charles Hallahan) si stacca dal corpo e se ne va usando zampe da ragno!

E la regia di John Carpenter qui raggiunge dei livelli allucinanti. Non che non avesse offerto grandi prove nei suoi precedenti lavori, da Assault on Precinct 13 (Distretto 13: Le brigate della morte, del 1976) a Escape from New York (1981), passando per Halloween (1978) e The Fog (1980), ma qui si dimostra davvero un maestro. Il suo stile fatto di camera fissa e di dolly lenti, la composizione dell’immagine sempre al servizio della storia, una fotografia da paura, l’uso intelligente dei jumpscare adesso tanto abusati negli horror dozzinali ma osannati ovunque in stile It di Muschietti (2018)… La cosa è una gioia per gli occhi, ogni frame da incorniciare, ogni minuto da studiare attentamente.

Che altro aggiungere? Io non mi stanco mai di rivedere questo film, sicuramente nei top tre del regista e normalmente incluso nel suo trittico sull’apocalisse insieme a Prince of Darkness (Il principe delle tenebre, 1987) e In the Mouth of Madness (Il seme della follia, 1994). Ci trovo gli elementi tipici del cinema carpenteriano come il gruppo di persone asserragliate in uno spazio chiuso e l’anti-eroe che prova a salvare la situazione, in questo caso il solitario MacReady che contro la sua stessa volontà prova a risolvere il problema, e ad ogni visione ci trovo cose nuove, dettagli che non avevo notato prima. Poi col commentario di Carpenter e Russell nel DVD riguardarlo è ancora più divertente per scoprire i mille aneddoti riguardanti questo capolavoro del cinema. Quasi quasi me lo riguardo pure stasera… ciao!


44 risposte a "The Thing: recensione del film"

  1. Vabbè su questo film non posso far altro che lodarlo come hanno fatto tanti altri prima di me. E’ un’opera che, nonostante gli anni, è invecchiato benissimo e a ogni visione diventa sempre meglio. Uno dei migliori film di Carpenter che ai tempi venne massacrato ma che oggi è, giustamente, acclamato. Spero tanto che molti critici di professione si decidano a rivalutare Carpenter come regista specialmente in America.

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    1. Anche io non faccio che lodarlo, effettivamente è l’unica cosa da fare! Un super film che purtroppo non solo fu massacrato, ma fu l’inizio della fine per la carriera di John Carpenter. Incredibile, a pensarci bene!

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  2. La prima volta mi aveva un po’ annoiato, poi l’ho rivisto quando ero più grandicello e l’ho amato alla follia. Non me la sento di fare paragoni con E.T., ma diciamo che Spielberg è andato più sul sicuro con una storia edificante. Carpenter invece si è dimostrato un genio e ha consegnato alla storia un capolavoro assoluto. E il discorso che ha fatto a Cannes è memorabile.

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      1. Ma se ho capito bene quello è basato su un libro di King che è il seguito del libro su cui era basato The Shining, non è un vero e proprio remake.

        I seguiti tardivi a volte possono riuscire, guarda Blade Runner 2049!

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      2. In realtà preferisco vedere i film senza sapere niente di niente, e magari informarmi dopo essermi fatto un’opinione mia. Me l’appunto per il post-visione!

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  3. Eh sì. Capolavorone. Anche io sono d’accordo sul fatto che ET, in confronto, è una infantileria furbissima. Carpenter, deducendo da Hawks, parla sia di società (l’identificare il nemico all’interno della comunità, in modo autoriflessivo, invece che indicarlo all’esterno in modo vuotamente ‘nazionalistico’), sia di metacinema (le persone come le immagini non sono quello che sembrano, e questa ambiguità fa parte dello statuto del cinema narrativo da sempre, e già Halloween rifletteva su questo, e i film successivi intrecceranno questo problema con un interesse quantistico heisenberghiano fenomenale, unico nella Storia), con un grado di nichilismo e di riflessione etica (come comportarsi in un mondo heisenberghiano? La morale ha senso in questo mondo?) sciorinati senza alcuna certezza, ma solo enunciando dubbi, problemi, questioni (il finale aperto sul dubbio) su cui riflettere (là dove Spielberg, con il ‘messianismo’ del suo ET lavorava quasi solo di certezze), in un film tra i più adatti a costruire un’identità civile fatta di spirito critico invece che di dogmi…

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    1. Come sempre vai oltre i miei semplici pensieri su un film… comunque sono d’accordo con te e se ho capito bene i film che più sviscerano questi temi sono Prince Of Darkness e They Live dove nessuno sa chi sia chi e dove la morale, specialmente nel primo, è difficile da identificare.

      Prima o poi arrivo a scrivere anche di quelli, d’altronde piano piano sto recensendo tutta la filmografia del maestro (hai in mente di farne una serie di post su Carpenter? Sarebbe certamente interessante!)!

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      1. L’idea c’è… forse dopo l’estate! — se faccio qualcosa ti rilinkerò tantissimo! — ora che è morto Zeffirelli forse faccio due parole su di lui, ma tutto dipende da quanto tempo mi ci vorrà (anche perché i post delle opere sono indietrissimo e voglio fare qualcosa anche sugli anime) — si vedrà eh!

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      1. E pensa che, ferma restando l’inarrivabilità del capolavoro originale di Zio John, avrebbe potuto scriverne la sceneggiatura nientemeno che lo stesso Ronald Moore di Star Trek e BSG, se non gli avessero preferito Eric Heisserer: che degno nonché pure rispettoso prequel avremmo avuto in quel caso! Per non parlare degli splendidi effetti di make-up “old style” ideati dalla Amalgamated Dynamics in omaggio al lavoro di Rob Bottin (poi scartati e rimpiazzati quasi interamente in digitale perché, a quanto pare, il pubblico selezionato per il “test screening” aveva reagito male all’effettistica tradizionale 😦 ) , o ancora dei vari tagli, delle scene aggiuntive girate tardivamente ecc. ecc… insomma un film davvero sfigato (non solo per l’impossibile confronto con Carpenter, quindi) che, quasi certamente, avrebbe potuto essere MOLTO meglio di come poi è effettivamente stato. Insomma, io all’epoca non me la sentii di tirargli altre mazzate oltre alle tante che aveva già preso 😉

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      2. Non sapevo tutto questo! Ronald Moore ed effetti speciali tradizionali suonano molto bene alle mie orecchie… ma si sa che servono congiunture astrali particolari e rarissime perché accadano buone cose a Hollywood e in questo caso evidentemente non è stato così. :—/
        A maggioe ragione continuerò a tenermi alla larga dal remake!

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  4. Mi metto in fila per recitare l’osanna e rendere grazie a Carpenter per questa sua opera unica all’epoca e capace di resistere al tempo. Non ricordo il commento di Russel, ma visto che ho il DVD vado a recuperarlo. Segnalo anche che The Thing è uno dei rarissimi casi di “tie-in” riuscito nel suo adattamento in videogioco. Anche in questo caso, opera unica che non ha avuto seguito, nonostante il successo di critica e vendite.
    Tra Alien e La Cosa, invece, ho una preferenza di misura per il primo. Lo xenomorfo è una delle creazioni della cinematografia di fantascienza più terrificanti e l’universo sottinteso – utilizzato meglio dai fumetti che dal cinema – ha un potenziale che La Cosa non ha. Anche in Alien c’è un tema di paranoia e di non potersi fidare del compagno, che invece ne La Cosa è il tema principale ed è meravigliosamente sceverato in più sfumature. Diciamo che Alien vira più alla fantascienza e La Cosa più all’horror.
    In Alien Vs Predator con il nostro Raul Bova l’ambientazione è – non so se voluta, ma è una mia impressione – una citazione di questo film.

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    1. Grazie del commento! Non avevo mai pensato al parallelo tra AVP e The Thing, in effetti, ma hai certamente ragione! E Raul Bova è una delle cose meno peggio di quel film, incredbilmente… X–D

      Non ho mai giocato il videogame de The Thing, vedo che è del 2002… Non c’entra niente, ma mi ha ricordato Prisoner Of Ice, che però era un Point & Click con atmosfere Lovecraftiane!

      Su Alien… è vero che Alien ha più potenziale narrativo, concordo su questo. Però continuo a preferire The Thing ad Alien come film! E lo dico adorando sia Alien che Aliens!

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      1. Ahahah sì, sembra quasi incredibile che Raul Bova ne sia uscito meglio da quel film e dire che faceva alquanto “strano” vederlo in un di fantascienza per il pubblico italiano.
        Prisoner of Ice condivide con The Thing l’appartenenza all’horror psicologico e l’ambientazione artica: come hai già notato si ispira ai miti di Cthulu.
        Altri giochi sono più vicini a The Thing: Extermination (PS2), Cryostasis (PC), Cold Fear (PS2/XBox/PC), ma più di tutti la serie Dead Space (PS3/XBox 360/PC).
        Sul tema della paranoia cito due piccoli capolavori non molto noti: i due The Suffering (PS2/XBox/PC).
        Di recente è stato pubblicato un gioco indie ispirato al film di Carpenter, il titolo ne coglie il tema principale: Distrust. È uno strategico con visuale isometrica.
        Il motivo per cui preferisci La Cosa ad Alien è comprensibile dalla tua ottima recensione.

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      2. Grazie mille!

        Ora mi hai messo un sacco di curiosità nominando così tanti giochi all’apparenza interessanti… ho spulciato la mia collezione su Steam e Dead Space 2 ce l’ho pure… devo trovare il tempo!!!

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      3. Se riesci inizia con il primo Dead Space per goderti appieno anche il secondo. Cryostasis è un FPS/survival di produzione ucraina e perciò è un prodotto sicuramente con un tocco differente. Dovresti trovarlo a pochi spiccioli.

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