Once Upon a Time in Hollywood: recensione del film

yes-you-need-margot-robbies-once-upon-a-time-in-hollywood-newsboy-cap-2Gli ci sono voluti 27 anni dal 1992 di Reservoir Dogs (Le iene) a questo 2019, ma finalmente Quentin Tarantino è arrivato al nono film, il penultimo della sua carriera secondo quanto ha dichiarato più e più volte. Once Upon a Time in Hollywood (in Italia in uscita col titolo C’era una volta a… Hollywood) vanta un cast eccezionale con Leonardo Di Caprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Al Pacino, Michael Madsen, Kurt Russell e chi più ne ha più ne metta. Apparentemente questa sua ultima fatica è stata accolta abbastanza freddamente, o almeno più freddamente del solito trattandosi di un film di Tarantino. E come l’ho accolta io che sono appena uscito dal cinema?

Mi ci sono divertito come un bimbo alle giostre per tutte le prime due ore e passa, e poi sono stato attanagliato dalla tensione per tutto l’atto finale fino alla conclusione tipicamente tarantiniana. Per farla breve, mi è piaciuto di brutto questo film girato e fotografato magistralmente, con degli attori spettacolari, con costumi e scenografie devastanti, e con una colonna sonora ricchissima e assolutamente strabiliante. Secondo me ha solo un problema di struttura, nel senso che la storia sembra non andare da nessuna parte per gran parte della durata del film. Detto questo, visto che tutto ciò che ho visto sullo schermo mi ha intrattenuto e mi ha divertito per tutto il tempo, perché me ne dovrei lamentare troppo?

La trama, se così la possiamo definire, è la seguente: è il 1969Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) è un attore che dopo aver fatto successo in una serie televisiva western ha fallito a fare il grande salto e diventare una stella del cinema. Lo segue sempre il suo fedele amico e controfigura Cliff Booth (Brad Pitt), che gli fa da autista e gli mantiene in buone condizioni anche la villa in Cielo Drive. Nel frattempo seguiamo anche la bellissima Sharon Tate (una Margot Robbie bella come non mai), vicina di casa di Dalton, vivere la sua vita con Roman Polanski e i suoi amici. E qui mi fermo sia perché non voglio scrivere nessuno spoiler, sia perché in realtà non c’è molto da rivelare se non il finale vero e proprio del film. E non lo rivelerò!

Vi dico questo: se vi è piaciuto Hail, Caesar! dei fratelli Coen (2016), non potrà non piacervi Once Upon a Time in Hollywood. Dentro ci troverete lo stesso amore per il cinema e la stessa perizia nella ricostruzione storica di un’era hollywoodiana ormai lontana nel tempo. E anche questo film è, almeno a tratti, una commedia. Credo che in nessun’altro suo film Tarantino avesse usato il suo talento comico come in questo: il confronto tra Cliff e Bruce Lee (Mike Moh), le scene del telefilm western di Rick Dalton, i riferimenti a Sergio Corbucci e Antonio Margheriti (il cui nome aveva già usato in Inglorious Basterds, Bastardi senza gloria2009) addirittura con l’uso di scene prese direttamente dai loro film, la sostituzione di Steve McQueen in The Great Escape (La grande fuga, 1963), il lanciafiamme di The 14 Fists of McCluskey… la lista potrebbe andare avanti per parecchio!

Se vi piace lo stile di Tarantino, qui lo ritroverete all’ennesima potenza, presente in ogni inquadratura, in ogni movimento di macchina, in ogni dialogo. Ci troverete Margot Robbie inquadrata in macchina come Uma Thurman in Kill Bill (2003) o in aeroporto come Pam Grier in Jackie Brown (2003), e troverete piedi femminili nudi in primo piano come nello stesso Kill Bill o Death Proof (2007). Ci troverete un’idea di finale non dissimile da quella di Inglorious Basterds… insomma, ci troverete Tarantino.

Bellissimo come il regista abbia giocato con la macchina da presa che inquadra attori a loro volta inquadrati da altre macchine da presa, con il giochino del film dentro il film usato per mostrare quello che normalmente al cinema non si vede, cioè cosa succede tra una ripresa e l’altra, o subito prima e subito dopo aver finito di girare una scena.  Qui Leonardo Di Caprio dimostra tutto il suo talento, tra l’altro! Interessante anche come fatti reali siano stati mescolati a storie e personaggi fittizi per rendere completamente imprevedibile lo svolgimento della storia.

Che poi, come detto, una vera e propria storia praticamente non c’è. Il bello è immergersi in questa Hollywood del 1969 immaginata da un Tarantino che non ha avuto nessuna paura di riempire il suo film di riferimenti a riviste, programmi televisivi, film, e personaggi reali dimostrando la sua conoscenza enciclopedica e, per l’ennesima volta, di essere un vero nerd cinematografico. E credo sia impossibile cogliere tutte le sfumature del film ad una prima visione, tanto che io ho già voglia di rivederlo! Ma sono due ore e quaranta minuti, quindi mi sa che lo farò quando me lo prenderò in DVD/Bluray. Ciao!


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8 risposte a "Once Upon a Time in Hollywood: recensione del film"

    1. Secondo me ci sta che si fermi, sta per diventare papà! E sicuramente continuerà a guardare film come non ci fosse un domani! X–D

      Anche io avevo una voglia incredibile di vederlo al cinema, e non escludo di tornarci uno di questi giorni!

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  1. Buono il paragone con Hail Cesar, effettivamente il film ha lo stesso senso del “calarsi in un’epoca” e lo stesso “difetto” del non andare realmente da nessuna parte con la trama. Alcune scene non sfigurebbero neanche in un film dei Coen, penso al dialogo con la bambina sul libro…
    Mi è piaciuto sicuramente di più di Django e Hateful Eight, il tono è più omogeneo e le quasi tre ore mi sono passate in un lampo. Il personaggio di Rick Dalton poi è una figura tipica della filmografia di Tarantino, l’attore che ha fatto un ruolo iconico amatissimo ma che è caduto fuori dal sistema, figure che popolano tutti i suoi film come John Travolta, Sonny Chiba e David Carradine, Luke Perry e su tutti Pam Grier: tutti attori che quando appaiono nei suoi film vengono trattati con una reverenza incredibile, come se li vedesse sempre vesiti del loro ruolo iconico e ignorasse il concetto di “attore fallito”. E’ l’ennesimo omaggio a questa serie B.
    Ci sono alcune cose che proprio non mi vanno giù, come l’uso assurdo che fa del narratore esterno, e la ripetitività della struttura, ma non si può rimanere indifferenti a un personaggio come la Sharon Tate di Margot Robbie, che vive felice e si diverte e alla fine si incastra in modo così riuscito nell’intera vicenda.

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    1. Hai ragionissima sul tono più omogeneo. Praticamente questo film è una vera e propria commedia, pur se con momenti tesi come la visita di Brad Pitt al ranch, quindi anche il finale esageratissimo rimane in linea con quanto visto sin dall’inizio del film. Invece in Django e in The Hateful Eight i finali esagerati sono molto diversi dalle trame di vendetta (Django) e di tensione/violenza (The Hateful Eight), quinid possono certamente stonare.

      Bella la tua riflessione sul fatto che Di Caprio incarni quello che a Tarantino piace e che ha usato in tutta la sua carriera: riprendere gente come Michael Madsen o John Travolta o Pam Grier e trattarli da superstar pur se nel loro momento del tramonto è classico Tarantino!

      E sono d’accordissimo con te sulla voce narrante che odio sempre, specialmente se usata così male in questo film per narrare 6 mesi di avvenimenti dopo che per 2 ore e mezzo mi sono stati raccontati un paio di giorni di eventi… ma ormai Tarantino piò fare ciò che vuole, e il risultato è (anche) questo!

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  2. capisco la tua perplessità sulla struttura, ma a mio avviso è una costruzione di sceneggiatura che serve a giustificare il finale in tutti i suoi dettagli…
    la grandezza del Tarantino sceneggiatore è anche questa, del resto: ti fa una scena da 15-20 minuti di Brad Pitt col cane, che mentre la vedi dici “machecchezz” per giustificarti un gesto del finale (Quello di Cliff che scatena il pitbull contro uno degli aggressori)… e allora ti diventa chiaro tutto!!…
    invece, ho trovato un po’ più deboli del solito i dialoghi e questo mi ha sorpreso per uno come Tarantino…

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