Permanent Vacation: recensione del film

permanent-vacation-3Permanent Vacation (1980) sta alla filmografia di Jim Jarmusch come Dark Star (1974) sta a quella di John Carpenter, essendo anch’esso il risultato dell’ultimo anno di scuola di cinema del regista. Come dite? Parlo sempre di John Carpenter? È vero, è vero, lo ammetto. Allora possiamo dire che Permanent Vacation è alla stregua di Eraserhead (1977) di David Lynch o di Following (1998) di Christopher Nolan. In altre parole, è un’opera prima fatta con pochi soldi e attori alle prime armi o sconosciuti dove già si vedono molte delle idee che il regista svilupperà con i suoi film successivi.

Di che tratta Permanent Vacation? È un film di poco più di un’ora girato tutto in formato 16mm che racconta gli ultimi giorni a New York di Allie (Chris Parker), un perdigiorno che passa il tempo facendo lunghe passeggiate per la città, incontrando personaggi abbastanza assurdi e filosofeggiando sulla vita. Per esempio nel monologo iniziale paragona le persone a stanze, ognuna da scoprire, ognuna diversa. Ma non vorrei che vi faceste un’impressione non veritiera di questo film: non c’è una vera trama.

Allie parla con la sua ragazza Leila (Leila Gastil), anche se non dimostrano molto affetto l’uno per l’altro, poi incontra un veterano del Vietnam (Richard Boes) in una scena surreale con rumori di guerra in sottofondo, poi va a trovare sua madre (Ruth Bolton) in un istituto psichiatrico, poi passa dal cinema dove la cassiera (Lisa Rosen) fa una splendida recensione del film The Savage Innocents (in italiano Ombre bianche, 1960)… insomma, c’è una serie di dialoghi sconnessi, o soltanto lievemente connessi, uno dietro l’altro fino al furto dell’auto che gli permette di ottenere i soldi per un biglietto di sola andata verso la Francia.

Che rimane di questo film? Diciamo che la cosa più interessante è vederci gli elementi che poi si sono rivelati quelli tipici dell’opera successiva di Jarmusch. La musica è onnipresente: il protagonista adora Charlie Parker, il racconto dell’afroamericano al cinema si basa su Somewhere Over The Rainbow, e come non menzionare il personaggio interpretato dal musicista John Lurie, autore anche della colonna sonora (urticante, per quanto mi riguarda) insieme proprio a Jarmusch?

Anche il fatto che la New York del film sia brutta, sporca, rumorosa, a volte completamente devastata (come in molti film di quegli anni, per esempio Taxi driver, 1976, e The WarriorsI guerrieri della notte, 1979, per nominarne un paio), è un elemento che si ritroverà spesso nel cinema del regista, che di sicuro non va mai a cercare il bello o lo spettacolare. Infine, la mancanza stessa di una vera e propria trama è un altro suo marchio di fabbrica: basti pensare al vagare senza meta di Johnny Depp in Dead Man (1995), o alle giornate ripetitive e noiose di Adam Driver in Paterson (2016)! E naturalmente tutti fumano sigarette come se non ci fosse un domani.

Insomma, Permanent Vacation è da vedere solo se siete veri fan di Jim Jarmusch e volete coglierne le idee ancora acerbe che avrebbe sviluppato successivamente. Io sono convinto che abbia girato tutto basandosi sui suoi reali vagabondaggi per la città, anche il furto dell’auto secondo me ha qualcosa di vero! Ma queste sono solo mie speculazioni, naturalmente. Chissà, forse Jarmusch studente di cinema si sentiva davvero come in vacanza permanente, così come il protagonista di questo film? Ciao!


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