The Masque of the Red Death: recensione del film

masque-of-the-red-death-1964-13The Masque of the Red Death (La maschera della morte rossa) è un film del 1964 diretto da Roger Corman con Vincent Price come protagonista. Si tratta del settimo nella serie di otto film che il prolifico regista statunitense basò sugli scritti di Edgar Allan Poe, in questo caso i due racconti Hop-Frog e, appunto, The Masque of the Red Death. Non mi dilungherò in questa sede a presentare Roger Corman, limitandomi a dire che il suo nome è leggendario per un certo tipo di cinema di genere a basso budget di cui ha diretto o prodotto più di trecento titoli tra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta. Inoltre è con lui che James Cameron si fece le ossa nel mondo del cinema prima di diventare il regista che tutti conosciamo (non solo con lui: tra le altre cose, Cameron lavorò anche agli effetti speciali di Escape from New York di John Carpenter).

Ma parliamo del film con Vincent Price. Corman lo girò in Inghilterra in sole cinque settimane che secondo lui erano equivalenti a quattro settimane negli Stati Uniti visti i ritmi di lavoro molto più blandi (tornando a Cameron, anche lui si lamentò in maniera simile durante la lavorazione di Aliens nel 1986). Il poco tempo a disposizione era naturalmente dovuto al basso budget, cosa che si nota non solo nella qualità delle immagini, ma anche in alcune scene non messe bene a fuoco che sono rimaste nella versione finale del film suppongo per l’impossibilità di tornare a girarle.

Fortunatamente invece le scenografie non risentono minimamente delle limitazioni pecuniarie: sono a dir poco sontuose, visto che alla produzione fu permesso riutilizzare quelle usate per Becket (in italiano uscito col titolo Becket e il suo re), una grande produzione dello stesso anno. Ma soprattutto dove la mancanza di soldi non si fa sentire affatto è nello spirito del film che è quanto di più lontano possibile da un semplice b-movie privo di interesse. Infatti Corman decide di sviluppare tematiche profonde ed interessanti addirittura arricchendo quelle già presenti nei racconti di Poe. Arrivo alle tematiche riassumendo brevemente la trama.

La città di Catania governata dal malvagissimo Prospero (Vincent Price) viene colpita da una tremenda malattia infettiva, la morte rossa. Prospero allora si chiude nel suo castello (non prima di aver rapito la bella Francesca, Jane Asher, insieme a suo padre e il suo ragazzo Gino, David Weston, condannati a morte) e invita i suoi amici nobili per divertirsi al sicuro dall’infezione. Volendo, questa trama ha tutti gli ingredienti per tirarci fuori un filmaccio da due soldi con violenza e nudità gratuite (di quelli su cui il Zinefilo potrebbe scrivere uno dei suoi splendidi post), ma non è questa l’intenzione di Corman che invece decide di concentrarsi sul racconto e sullo sviluppo dei personaggi.

Quindi il film è sì una riflessione sulla vita e sulla morte e come sia impossibile fuggire da essa, come il racconto omonimo di Poe, ma approfondisce anche il perché Prospero sia uno studioso della morte stessa e del dolore. La scelta di renderlo un seguace di Satana (oltre ad aprire la strada a riflessioni non banali sulla religione) fa di Prospero un personaggio a tutto tondo, con delle motivazioni folli ma comprensibili: solo comprendendo la morte egli pensa di dominarla e di sfuggirle, cosa che naturalmente si rivelerà completamente priva di fondamento. Ed è bello come la morte punisca tutti i personaggi della storia tranne quelli più puri. Si salvano infatti una bambina, gli amanti Francesca e Gino, il nano e la piccola ballerina di cui lui aveva vendicato la mancanza di rispetto (uccidendo il nobile interpretato da Patrick Magee poi visto in A Clockwork Orange, Arancia meccanica e Barry Lyndon di Kubrick), ed un anziano del villaggio. Per tutti gli altri non c’è salvezza: i nobili che cercano solo la ricchezza e lo svago, i poveri che rinunciano all’integrità morale pur di salvarsi, l’amante di Prospero che rinuncia all’anima per averlo, e Prospero stesso nella sua folle ricerca dell’immortalità.

Tutto è raccontato in un’atmosfera quasi fiabesca con un uso dei colori fedele al racconto di Poe che acquista una forza notevole sullo schermo. Bella anche la scelta di far incontrare i vari messaggeri della morte nel finale coi colori ordinati come le stanze di Prospero che terminavano con quella nera con l’altare in onore di Satana (stupende tutte le scene lì girate con la finestra che illumina di rosso i personaggi presenti). E come non menzionare la performance di Vincent Price, vero e proprio mattatore del film? Senza di lui forse ci saremmo già dimenticati di quest’opera, ma la sua recitazione e la sua presenza sullo schermo l’hanno resa immortale.

Che altro dire? The Masque of the Red Death è un gioiellino che dimostra che con buone idee non servono milioni di dollari per fare buoni film. Qui sono i dialoghi a farla da padrone, i temi affrontati, un Vincent Price da incorniciare e tante idee di regia che quasi fanno dimenticare le carenze di risorse. Corman infatti non si limita a girare in fretta e furia le scene, ma si permette scelte ardite a livello di composizione delle inquadrature, di luci, e pure di montaggio (per esempio con vari interessanti match cut come quello della spada di Prospero lanciata dalle mura che si trasforma in quella tirata ai piedi di Gino dalla guardia nelle segrete). Insomma, un film certamente da vedere! Ciao!


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12 risposte a "The Masque of the Red Death: recensione del film"

  1. non ti commento mai abbastanza, sempre recensioni molto accurate e accorate^^
    “The Masque of the Red Death è un gioiellino che dimostra che con buone idee non servono milioni di dollari per fare buoni film”, questo lo dovresti dire alle grandi case: ormai tecniche perfette e storie vomitevoli

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    1. Grazie mille per i complimenti (immeritati)! :–)

      Le grandi produzioni sembra che ormai facciano i film con lo stampino, trovo la maggior parte di esse davvero poco interessanti, ed è un vero peccato! Spero che finisca presto questa moda di fare serie tv al cinema (MCU, DCU, Star Wars e compagnia bella) e che trovino più spazio storie originali!

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      1. Esatto, per farti capire cosa ne penso:
        Prossimamente uscirà il commento per pet sematary 1989; mi sono rifiutato di commentare quello nuovo anche se nel mio diario su cui appunto le note era prima.
        Reboot remake ecc ecc. Imbarazzante

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      2. Si, poi la moda dei reboot e remake è davvero disgustosa. La cosa brutta è che alcuni sono anche dei successi spropositati al botteghino, come per esempio The Lion King! Altri invece si dimenticano ancor prima che escano, tipo Conan the Barbarian o Total Recall… Che senso ha rifare film già splendidi? I remake non possono che essere inferiori agli originali!

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  2. Questo è un horror con i controfiocchi. Lo metto sul gradino più basso del podio dei migliori film mai fatti da Vincent Price, dietro a L’abominevole dottor Phibes e Oscar insanguinato. Edward mani di forbice chiaramente non lo conto, perché è molto bello ma la parte di Vincent Price è praticamente un cameo.

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    1. È davvero bello! E sì , quello in Edward Scissorhands è un giusto omaggio di Tim Burton ad uno deii suoi idoli, uno splendido cameo!

      Grazie per essere passato e aver lasciato un commento! :–)

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