The Visit: recensione del film

tn-gnp-film-review-m-night-shyamalan-returns-to-his-senses-with-the-visit-20150912The Visit (2015) ha rappresentato un ritorno sotto i riflettori per M. Night Shyamalan che dopo una serie di passi falsi (su tutti, After Earth con Will Smith e figlio nel 2013) aveva visto calare l’interesse di critica e pubblico verso i suoi lavori. Personalmente mi fa abbastanza simpatia che questo suo ritorno ad un cinema di qualità coincida con un piccolo progetto a basso budget, un thriller/horror con un’idea ben chiara sviluppata senza perdersi in frizzi e lazzi. Tra l’altro si tratta di un cosiddetto found footage movie, ovvero un film che si suppone essere interamente girato dai protagonisti dello stesso film (in stile [Rec] di Balagueró e Plaza del 2007). La cosa non è facile da tenere in piedi per l’intera durata del film, ma Shyamalan qui secondo me ci riesce bene, a testimonianza proprio della buona sceneggiatura e della solida idea di fondo della pellicola. Di che tratta The Visit?

Becca (Olivia DeJonge) e Tyler (Ed Oxenbould) sono i figli di una madre single (Kathryn Hahn) che da tempo ha tagliato i ponti coi suoi genitori dopo essere andata via di casa in maniera piuttosto violenta. Dopo tanti anni, però, concede ai figli di andare una settimana dai nonni, cosa desiderata sia da Becca e Tyler che dai nonni stessi, mentre lei si va a godere una crociera. Becca, aspirante regista, decide di girare un documentario su questa esperienza, così ecco una scusa credibile per costruire un found footage movie!

Dopo un viaggio in treno in cui scopriamo la passione per la musica (e il rap in particolare) di Tyler, eccoci dai nonni, interpretati da Deanna Dunagan e Peter McRobbie. I due adorabili vecchietti accolgono i nipoti a braccia aperte e le cose sembrano funzionare alla grande. Poi però, poco a poco, si capisce che qualcosa non va nella casa, specialmente perché di notte la nonna si comporta in modo un po’ strano… E qui mi fermo, non troverete spoiler in questa recensione!

Diciamo che se accettate la premessa di una mamma che manda i suoi figli per una settimana a stare coi nonni che non hanno mai visto e con cui non hanno mai parlato, allora il film potrà funzionare per voi. Se invece trovate la cosa assurda e non credibile, è possibile che per voi la trama non funzioni. Personalmente, credo che la cosa regga eccome, anche perché essendo una storia semplice, Shyamalan è riuscito a renderla abbastanza quadrata (pur con una madre poco prudente, diciamo così). Molti hanno trovato il colpo di scena (si, c’è un colpo di scena) prevedibile, ma sinceramente se anche così fosse non vedo come questo dovrebbe diminuire la forza del film.

Per me The Visit è un buon thriller a basso budget, un ottimo esempio di found footage movie (e di buoni film così ce ne sono pochi : il già citato [Rec], Diary of the Dead di Romero del 2007 e poco altro), ed è anche l’occasione per dare il bentornato ad un regista che forse si era perso un po’ ma che qui offre un’ottima prova senza volerla infarcire di messaggi profondi o suppostamente tali. Avanti così, M. Night, magari prima o poi riuscirò a finire di vedere la trilogia cominciata con Unbreakable (2000) e continuata con Split (2016) e Glass (2019) che ancora non ho visto! Ciao!


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9 risposte a "The Visit: recensione del film"

  1. Personalmente uno dei pochi mockumentary che mi sia veramente piaciuto. Ottimi attori, un senso di inquietudine che aleggia per tutto il film e il classico colpo di scena alla Shyamalan che riesce a sorprendere lo spettatore per davvero. Questo l’ho veramente apprezzato.

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  2. Discreto e simpatico, ma ai tempi sentii esagerati elogi su ‘sto film, a mio avviso da 6, 6 e mezzo… — non ho ancora visto neanche io Split e Glass, ma tutte le volte mi stupisco che Shyamalan riesca a trovare persone che si fidano di lui visto che il massimo che sa fare è questo “The Visit”, e cioè una buona prova di serie B…

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    1. Beh, qui le persone che so fidavano erano parecchie meno dopo una serie di insuccessi… A Shyamalan è andata bene che dopo The Sixth Sense lo hanno salutato tutti come il nuovo Spielberg! Poi gradualmente ha dimostrato di non esserlo ma ora di nuovo viene osannato! Misterioso questo fenomeno. Un po’ tipo i/le Wachowski che riescono ancora a trovare produttori e distributori nonostante un flop dietro l’altro (e infatti ora fanno un altro sequel del loro unico successo, The Matrix)!

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      1. Sì, infatti: forse sono persone massimamente simpatiche che sanno vendersi bene, riescono a imbucarsi negli ambienti giusti, e che, tra una risata e l’altra, ottengono contratti!
        oppure non si spiega!
        gente con molto più talento non riesce a ottenere la metà di quello che ottengono loro, e dopo un solo insuccesso spariscono… invece Wachowski e Shyamalan, tra quello e quell’altro, sono 20 anni che lavorano…
        boh…
        beati loro!
        [magari, forse, hanno solo agenti più bravi di quelli degli altri…]

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      2. In effetti beati loro, qualche dote ce l’avranno! Oh, in effetti io ci vedo meglio Shyamalan (che si presta a fare After Earth) ad ottenere contratti rispetto a un Gilliam o un Carpenter che non vogliono compromessi sulla loro visione artistica!

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      3. Poi dé, gente come Carpenter, Gilliam o Landis deve essere anche gente arguta, simpatica, colta, e dall’ironia difficile da carpire per un executive hollywoodiano, degli 1970s come di oggi…

        su YouTube c’è questa vecchia intervista (https://youtu.be/9nkzUwLmbW4?t=744), che mi ha fatto pensare a un immaginario dialogo di Carpenter con un executive:
        E: «bene, vogliamo ingaggiarla per un film di zombie»
        C: «ok… lo facciamo in stile Hawks»
        E: «Hawks? il giocatore dei Lakers?»
        C: «No, intendevo Hawks il regista…»
        E: «Uh, non lo conosco: deve lavorare per la Warner, con Snyder…»
        C: «beh, no, è morto nel 1977»
        E: «ah, allora no, decisamente non lo conosco…»
        C: «capisco… e senta, mi diceva il film di zombie…»
        E: «sì, un classico film di zombie»
        C: «è ambientato alla Casa Bianca?»
        E: «no, perché dovremmo ambientarlo là…?»
        C: «conosce uno zombie più zombie del presidente?»
        E: «non capisco cosa vuole dire…»
        C: «senta… non credo che potrò fare il suo film di zombie»
        E: «mi dispiace… potrebbe almeno fare il suono, così posso pubblicizzarlo con lei nel poster…»
        C: «come vuole… per quello voglio 35 mila dollari…»
        E: «andata!»

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      4. Ahahahah! Quell’intervista è splendida, lui era veramente un pazzo a parlare così e in effetti l’ha fatto tutta la sua vita (e in termini di possibilità di lavoro l’ha pagato parecchio caro)!

        Il dialogo che hai immaginato è decisamente realistico, soprattutto perché comunque se gli danno i soldi Carpenter dice si a tutto (remake orribili dei suoi film, riutilizzi della sua musica…)!

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