Dead Man: recensione del film

vnyalpckgvuk5e7coxktrwcyyfxr1g_originalA quindici anni dal suo primo film, Permanent Vacation, il Jarmusch che arriva a scrivere e girare il suo primo western, e sesto film in totale, è nel pieno della sua maturità artistica. È un ottimo sceneggiatore, ha uno stile registico ben riconoscibile, e ha la fortuna, meritata, di poter lavorare con degli attori incredibili grazie al nome che si è costruito con anni di cinema indipendente e che non scende a compromessi.

Il cast di Dead Man include Johnny Depp (ancora non diventato la parodia di sé stesso vestito da pirata), Lance Henriksen (perfetto nei panni di un cacciatore di taglie psicopatico), John Hurt (leggendario attore britannico che ha lavorato in film indimenticabili come Alien e The Elephant Man), Robert Mitchum (un’icona del cinema western), Iggy Pop (per continuare con la tradizione di Jarmusch di lavorare con musicisti come John Lurie nei suoi primi tre film, Tom Waits in Down By Law, Night on Earth (alla colonna sonora) e nel recente The Dead Don’t Die (I morti non muoiono), Screamin’ Jay Hawkins e Joe Strummer in Mystery Train, per non parlare di tutti quelli che appaiono in Coffee And Cigarettes), Gabriel Byrne (che nello stesso anno uscì anche in The Usual Suspects, I soliti sospetti, di Bryan Singer), Alfred Molina, Billy Bob Thornton… Insomma, una serie di attori semplicemente incredibile.

E Jarmusch riesce ad usarli alla perfezione per mostrarci ancora una volta gli Stati Uniti violenti, crudi, reali, ma stavolta non contemporanei bensì degli inizi. Dead Man è infatti un western che mostra senza alcun filtro come sono nati gli Stati Uniti, cioè grazie a uomini violenti, razzisti e senza scrupoli e, soprattutto, sul sangue dei nativi americani massacrati senza pietà e con la distruzione pianificata del loro mondo (raggelante la scena dell’uccisione dei bisonti dal treno voluta dal governo statunitense). È anche uno dei pochissimi film western che mostra la cultura dei nativi in maniera realistica ed accurata, dando il ruolo di coprotagonista ad uno di loro, Gary Farmer, il cui personaggio Nobody (Nessuno) veicola molte delle tremende verità su come furono trattati i poveri nativi senza comunque fare dei sermoni o appesantire la narrazione.

La trama è quella di un tipico film western, anche se il tocco di Jarmusch si fa sentire nei dialoghi e nella scrittura dei personaggi. William Blake lascia la città per andare a lavorare come contabile nella fabbrica di John Dickinson (Robert Mitchum), ma arrivando un mese in ritardo rispetto a quanto dovuto, scopre di essere stato rimpiazzato. Senza lavoro e senza molti soldi, la sera conosce la bella Thel (Mili Avital) con cui si accinge a passare la notte. Ma ecco arrivare il suo ex fidanzato Charlie (Gabriel Byrne), figlio del potente Dickinson, che ubriaco la uccide per poi farsi uccidere proprio da Blake.

Nasce così una caccia all’uomo (portata avanti principalmente dai tre cacciatori di taglie interpretati da Henriksen, Eugene Byrd e da quel Michael Wincott che negli anni Novanta lavorava un sacco interpretando sempre personaggi cattivissmi) contro il povero contabile che, ferito, comincerà un viaggio alla scoperta di questi Stati Uniti brutali delle origini. Noi spettatori seguiamo il suo viaggio come filtrato dalla sua percezione fumosa dovuta alla sua ferita, con dialoghi (specialmente quelli con Nobody) molto surreali ma, come spesso accade con Jarmusch, anche profondi ed interessanti. Non mancano neanche varie citazioni delle poesie di William Blake, l’autore inglese omonimo del protagonista, in una sorta di gioco in cui questa coincidenza del nome assume un’importanza notevole nella storia.

Per me questo è uno dei film migliori di Jarmusch. Ha un ritmo implacabile, un’evoluzione notevole del protagonista, un senso di tragedia che va oltre i personaggi e fa pensare a quanto sangue sia stato sparso per costruire l’America di oggi, una colonna sonora splendida improvvisata alla chitarra (e altri strumenti) dal grandissimo Neil Young, una fotografia in bianco e nero affascinante (e qui Jarmusch, come in Stranger Than Paradise, torna a dividere le scene con brevi momenti di schermo totalmente nero), tutti gli attori offrono delle performance brillanti (cosa che non si può dire dei film precedenti del regista!)…

Insomma, Dead Man è davvero un gran film in cui Jarmusch continua a dire le stesse cose che dice sin dal suo primo film, ma qui lo fa adattando il suo stile ad una storia quadrata ed avvincente. Se Down By Law è la sua miglior commedia, questo è probabilmente il suo miglior dramma, almeno per me. Ciao!

PS: in questo film il protagonista non fuma, incredibilmente, però tutti gli chiedono tabacco tutto il tempo!


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14 risposte a "Dead Man: recensione del film"

    1. A me Jarmusch piace praticamente sempre, quindi te li consiglierei tutti! Ogni mese sto postando una recensione nuova (vado in ordine più o meno cronologico: ho già scritto di Permanent Vacation, Stranger Than Paradise, Down By Law, Mystery Train, Dead Man e The Dead Don’t Die), quindi piano piano l’intenzione è di scrivere di tutti i suoi film.

      Se lo conosci poco, Broken Flowers può essere una buona porta di entrata per scoprire il suo senso dell’umorismo “asciutto”, così come Down By Law o Night on Earth. Per il suo lato drammatico, Dead Man è un gran film, secondo me.
      Ultimamente si è dato a cose più esotiche come vampiri (Only Lovers Left Alive) e zombie (The Dead Don’t Die), se sei curioso di vedere la sua produzione più “alternativa”. Comunque “alternativo” è l’aggettivo perfetto per Jarmusch, che ha uno stile unico che, se ti piace, puoi ritrovare in tutte le sue opere!

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      1. Diciamo che lo capisco per motivi anagrafici perché Jarmusch era “fiGo” nei primi anni 90, quando se non lo conoscevi non potevi parlare di cinema. X–D

        Ora rimane un regista che ha dato tanto al cinema indipendente moderno e che continua a fare quello che gli pare in un’industria sempre più serializzata e io lo stimo parecchio. E’ uno che con due lire fa film interessanti con delle musiche sempre apprezzabili per qualche motivo e con cui vogliono lavorare attori cool tipo Bill Murray e Iggy Pop, cosa affatto banale!

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  1. ‘Dead Man’ mi è piaciuto più la seconda volta che l’ho visto. Ho capito più quel senso spettrale del film, il viaggio verso la morte prossimo al acid-western ma sempre collo sguardo personale de Jarmusch. Molto
    suggestivo. I miei preferiti sono ancora ‘Ghost Dog’ e ‘Paterson’, però.

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    1. Anche secondo me Dead Man diventa più bello ed interessante ad ogni visione successiva. E’ un film profondo e riflessivo, non si capisce bene guardandolo una volta sola.

      Di Ghost Dog scriverò a breve (prima ho Night on Earth e Coffee and Cigarettes da scrivere!), e Paterson lo vidi al cinema ma devo ammettere che fu una mezza delusione… dovrei rivederlo!

      Grazie per il commento! :–)

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