Night on Earth: recensione del film

02_nightonearth.f058b665Night on Earth (in Italia uscito come Taxisti di notte) è il quinto lungometraggio diretto da Jim Jarmusch, uscito nel 1991. Si tratta di un film con cinque episodi slegati l’uno dall’altro e ambientati in varie parti del mondo: Los Angeles, New York, Roma, Parigi e Helsinki. Nel 1991 Jarmusch era ormai un nome abbastanza affermato nel mondo del cinema indipendente e aveva già cominciato a girare i suoi vari Coffee and Cigarettes in bianco e nero che solo anni dopo sarebbero usciti come film (nel frattempo, a volte era possibile vederne qualcuno al cinema prima di altri film, un po’ in stile Pixar coi corti che precedono i film). Insomma, il regista statunitense si stava concentrando su cortometraggi in questo periodo! E come sono quelli di Night on Earth?

Le tematiche sono le stesse di sempre, quelle già esplorate in Permanent Vacation, Stranger Than Paradise, Down by Law e Mystery Train. Raccontare le vite di emarginati, di individui stanchi della vita, disillusi, che vedono solo il lato più brutto e sporco delle città americane e, in questo caso, europee. Per esempio, nell’episodio ambientato a Parigi scordatevi di vedere la Tour Eiffel o Montmartre! È vero che di Roma vediamo il Colosseo per qualche secondo, ma per lo più l’azione si svolge in strade squallide e poco memorabili. E andiamo quindi a parlare dei cinque episodi.

Nel primo, una giovane Winona Ryder guida un taxi scalcinato a Los Angeles fumando una sigaretta dietro l’altra. Grazie al suo dialogo con una talent scout (Gena Rowlands) appena arrivata in città scopriamo che ha le idee molto chiare: il suo sogno è diventare un meccanico! Niente, nemmeno la promessa di lavorare nel cinema, la distoglierà dai suoi piani. Qui Jarmusch gioca con le aspettative dello spettatore che si aspetta un lieto fine con la giovane che entra nel mondo dello spettacolo e invece niente! La Ryder senza troppe cerimonie decide di continuare con la sua vita fregandosene della promessa di una vita di lusso e di una facile fama. Il dialogo finale strappa una risata amara.

Nel secondo episodio, il tedesco Helmut (Armin Mueller-Stahl) guida (male) un altro taxi scalcinato, stavolta a New York. A lui tocca portare, o meglio farsi portare da, Yoyo (Giancarlo Esposito) fino a Brooklyn, un posto dove apparentemente pochi taxisti vogliono andare di notte. Qui fa quasi tenerezza come l’afroamericano, emarginato nella sua stessa città, provi ad aiutare l’immigrato tedesco, un pesce fuor d’acqua a cui piace ancora dimostrare come fosse un buon clown prima di lasciare il suo paese.

Il terzo taxista è un ragazzo della Costa d’Avorio (Isaach De Bankolé) che lavora a Parigi. Dopo una corsa poco felice con dei camerunensi razzisti (Pascal N’Zonzi e Emile Abossolo M’bo), deve portare a casa una giovane ragazza cieca (Béatrice Dalle). La cosa è un pretesto per riflettere sul razzismo, visto che per lei il colore della pelle non ha nessuna importanza, mentre il taxista dà per scontato che per la maggioranza della gente lo sia (e la prima corsa aveva dimostrato come le classi sociali e il denaro fossero come e più importanti del colore della pelle per il razzismo). Per non parlare dei pregiudizi che emergono sulle persone prive della vista! Il delizioso finale non fa che sottolineare quanto avercela, la vista, non sopperisca necessariamente alle carenze dovute alla cecità…

E poi eccoci a Roma, con Benigni taxista! Deliranti i suoi discorsi prima da solo (chiaramente improvvisati dal comico toscano) e poi con un prete dalla salute cagionevole (Paolo Bonacelli): la sua confessione che dovrebbe essere quasi drammatica fa sorridere, e poi si ride proprio di gusto con il finale surreale del prete abbandonato sulla panchina. Si può dire che il tema qui affrontato sia l’amore, anche se declinato in un modo abbasranza grottesco e divertente se vi piace il senso dell’umorismo asciutto di Jim Jarmusch!

Il film si chiude a Helsinki con una storia che sarebbe potuta stare perfettamente in un film di Aki Kaurismaki, che di fatto viene pure omaggiato da Jarmusch coi nomi dei personaggi. Tre ubriachi (Kari Vaananen, Sakari Kuosmanen e Tomi Salmela) salgono sul taxi di Mika (Matti Pellonpaa) e raccontano la storia di uno di loro a cui ne sono capitate di tutti i colori (ma mai quanto al taxista). Il tema in questo caso è la morte e c’è ben poco da ridere…

Il film dura due ore ma scorre che è una meraviglia. Tutto girato in notturna, sono belle sia le scene in macchina (girate mettendo la telecamera al posto del motore e trainando la macchina stessa in giro per la città), sia quelle in esterni, e la colonna sonora dell’amico e ormai quasi collaboratore fisso Tom Waits (tornato anche nel recente The Dead Don’t Die, 2019) è a dir poco splendida. Insomma, Night on Earth è un film che parla della vita, del razzismo, della morte e dell’amore seriamente ma senza dimenticare l’umorismo. Consigliatissimo, per me! Ciao!


Link esterni:


5 risposte a "Night on Earth: recensione del film"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...