Season of the Witch: recensione del film

seasonwitch3La stagione della strega (Season of the Witch) è il terzo film di George Romero ed è abbastanza diverso dal suo esordio. Uscito nel 1972, qualche anno dopo La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead, 1967), si tratta di un film drammatico con poco o niente di horror. Quello che i due film hanno in comune è, e non potrebbe essere altrimenti, il forte tema di denuncia sociale che caratterizza quasi tutte le opere di Romero.

In La stagione della strega, Joan (Jan White) è (in)felicemente sposata con Jack (Bill Thunhurst) ed ha una figlia sui vent’anni, Nikki (Joedda McClain). Il marito la tratta come se fosse un’inserviente e volte alza anche le mani su di lei, e con la figlia non ci sono che frizioni e contrasti. Insomma, una normale famiglia americana medio-borghese dell’inizio degli anni settanta! Il film di fatto apre con un sogno di Joan in cui segue il marito in un parco con lui che non la considera, non la vede bella (nonostante lei indubbiamente lo sia), la ferisce involontariamente, e alla fine le mette un guinzaglio e la chiude in una gabbia per animali. Così, per mettere bene in chiaro sin da subito il tema del film!

Grazie al suo circolo di amiche, che vediamo in riunioni che qualcosa di horror a dir la verità hanno, Joan conosce Marion (Virginia Greenwald) che sostiene essere una strega: per Joan è l’occasione di dare una scossa alla sua vita. Si butta su un rito dietro l’altro e i risultati… sono significativi, diciamo. Di mezzo ci vanno sua figlia, il suo giovane professore Gregg (Raymond Laine), e soprattutto il marito in un finale che non svelerò.

Che dire del film? Le tematiche sono molto interessanti, anche se non tutte sono sviluppate a dovere. Romero stesso, apparentemente, avrebbe voluto fare un remake del film per analizzarne meglio le idee con attori migliori e un budget più alto. Il film stesso ebbe un po’ di problemi distributivi: inizialmente venduto come un porno soft intitolato Hungry Wives (Mogli affamate), fu poi reintitolato Jack’s Wife e infine, con l’aggiunta di 6 minuti di girato (di qualità molto inferiore in quanto a video e audio, almeno nel mio DVD), Season of the Witch, proprio come la canzone di Donovan presente in una lunga sequenza circa a metà del film.

Alcune parti del film sono brillanti: i riti magici presi da un reale libro sulla stregoneria, i numerosi simbolismi usati da Romero per veicolare certi messaggi (i gatti/famigli, il toro, l’uomo dalla maschera verde…), il dialogo in cui un’inorridita Joan si scandalizza di Gregg che sostiene di fare sesso senza amore senza rendersi conto di essere un’ipocrita visto che di amore nel suo matrimonio non ce n’è traccia, e la relazione madre figlia nella prima parte, per esempio.

Però non si può negare che al film manchi un certo ritmo, e che alcune delle linee di trama non arrivino ad una risoluzione soddisfacente (per esempio la relazione con la figlia). Inoltre purtroppo qui Romero paga il budget davvero risicato e il dover lavorare con attori e attrici non di prima categoria. Rimane in ogni caso un film da vedere, un bello spaccato al femminile sulla media borghesia statunitense dei primi anni settanta che fa certamente riflettere. Ciao!


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6 risposte a "Season of the Witch: recensione del film"

  1. Rivedendolo per la mia rubrica su Romero, ho ritrovato un film che ogni volta mi piace sempre di più, e che oggi potrebbe essere molto più al passo con i tempi, dimostrazione di quanto Romero fosse, boh illuminato? Democratico? Geniale? Io su zio George “Amore” Romero ho terminato gli aggettivi superlativi. Cheers!

    Piace a 1 persona

    1. Mi ero perso la tua recensione! Credo anche di averla cercata nel tuo elenco di film recensiti, ma forse lì non c’è? In ogni caso ho rimediato, ho aggiunto il link e me la sono appena letta! :–)

      Anche io per Romero non ho che aggettivi superlativi positivi da usare, e questo film lo conoscono davvero in pochi quindi mi faceva piacere scriverne!

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    1. Era davvero avanti coi tempi, purtroppo non gli è mai stato permesso di lavorare in condizioni ottimali a Hollywood, era una persona troppo intelligente e di conseguenza faceva film troppo intelligenti che non piacevano molto all’establishment…

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