Child’s Play: recensione del film

childsplay04Child’s Play (La bambola assassina in Italia), l’originale del 1988, è un onesto film horror con una prima parte molto tesa e ben costruita e una seconda parte che, pur se inferiore alla prima, risulta tuttora divertente e, a tratti, spaventosa se si investe un po’ nella storia e il suo vodoo. In altre parole, il film non aveva assolutamente bisogno di un ennesimo remake, ma siamo in tempi poco originali a Hollywood e remake, reboot e sequel la fanno da padrone, si sa. Ed io, che gli odierni remake e compagnia li evito come la peste, oggi scrivo del Child’s Play di Tom Holland, quello uscito 32 anni fa.

Il film comincia con una violenta sparatoria tra un criminale interpretato dal mitico Brad Dourif (recentemente da me visto in un paio di ottimi episodi di Star Trek: Voyager) e un detective interpretato da Chris Sarandon, cioè il principe Humpdink di The Princess Bride (La storia fantastica, uscito l’anno precedente). Prima di morire per le ferite da arma da fuoco in un negozio di giocattoli in cui si era rifugiato, il criminale riesce a completare un rito vodoo e a trasferire la sua coscienza/anima in un orribile pupazzone molto di moda tra i bambini sui sei anni di età nella Chicago buia, umida e fredda del film. Uno di questi è Andy (Alex Vincent) a cui la madre (Catherine Hicks, che, per continuare con i riferimenti a Star Trek, era la ricercatrice oceanografica in Star Trek IV: The Voyage Home, 1986) in ristrettezze economiche compra proprio il bambolotto posseduto da un senzatetto che aveva ripulito le rovine del negozio andato in fiamme a causa del suddetto rito.

Da lì in poi la storia è lineare: il pericoloso criminale prima ucciderà un’amica della madre di Andy (Dinah Manoff), poi si vendicherà del compagno che lo aveva abbandonato (Neil Giuntoli), poi tenterà di uccidere il detective e infine di entrare nel corpo del povero bimbo che avrà incubi per tutta la vita, come si capisce dal fotogramma finale del film. La prima parte funziona a meraviglia: non vediamo molto di Chucky, il bambolotto, e quasi abbiamo il dubbio pure noi se Andy si stia inventando tutto oppure no. La polizia naturalmente sospetta del bambino, che tra l’altro è molto educato e particolarmente ingelligente per la sua età, e la mamma a malincuore accetta di avere un figlio problematico da mandare ad un istituto di sanità mentale specializzato. Ma poi le cose si ribaltano in fretta per i nostri protagonisti visto che la madre scopre la verità su Chucky e il detective sopravvive ad un tentativo di omicidio da parte proprio del pupazzo. Come finirà la cosa?

Non lo rivelerò, ma non essendoci John Carpenter dietro la macchina da presa ma Tom Holland, non aspettatevi un finale particolarmente sorprendente o intelligente. In ogni caso, l’ora e mezzo scarsa di film vola via che è una meraviglia e c’è pure tempo per delle citazioni a metà tra Psycho (1960) e The Shining (1980)!

Sarà difficile che la seconda parte del film faccia paura, mentre la prima che almeno inizialmente gioca la carta del mistero sui reali poteri di Chucky qualche salto sulla sedia lo può anche far fare. A sentire Don Mancini, lo sceneggiatore principale, la storia era stata pensata come più ambigua e con significati profondi da legare alla solitudine del bambino protagonista orfano di padre e con una madre costretta a lavorare con lunghi turni in un grande magazzino. Come è facile intuire, il prodotto finale perse ogni velleità di denuncia sociale ma rimane un buon prodotto di intrattenimento. Gli effetti speciali totalmente analogici sono da incorniciare, gli attori fanno un lavoro onesto, la fotografia ben si confa all’atmosfera cupa del film… Insomma, un buon prodotto del genere horror anni Ottanta. Fu un buon successo al botteghino incassando più di quattro volte il suo budget di dieci milioni di dollari e generò infiniti seguiti di dubbia qualità e, nel 2019, pure un remake che non ho visto né ho intenzione di vedere. Ciao!


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