Village of the Damned: recensione del film

village-of-the-damned-1995-5Nel 1995 uscì il secondo remake girato da John Carpenter, Village of the Damned (Villaggio dei dannati), tredici anni dopo l’uscita di The Thing (La cosa, 1982). Ma se The Thing rimane uno dei migliori film del regista statunitense, lo stesso non si può dire di Village of the Damned, nonostante un cast imponente e una buona colonna sonora firmata, come da tradizione, dal regista stesso. E perché? Di che tratta il film?

L’inizio è a dir poco brillante. Nella piccola cittadina di Midwich per motivi misteriosi tutti gli abitanti perdono coscienza per qualche ora. Quando si riprendono, e soprattutto quando si scopre che durante l’episodio molte donne (alcune vergini!) sono rimaste incinta, il governo offre incentivi monetari affinché le gravidanze vengano portate a termine. Gli incentivi funzionano e questi figli nascono (tutti tranne uno) e lì cominciano i problemi visto che questi bambini sono tutt’altro che normali…

Mi sono avvicinato a questo film senza alcun pregiudizio negativo: amando profondamente John Carpenter, qualcosa di buono me lo aspetto sempre! E naturalmente l’ho trovato, ma ammetto che comunque la visione mi ha lasciato un po’ freddo. Ho notato molte somiglianze tra questo film e The Fog, film del 1980 sempre di Carpenter:

  • in entrambi la storia si svolge in un piccolo villaggio che sta organizzando una festa;
  • ci sono molti personaggi che interagiscono tra loro senza che emerga un vero e proprio protagonista: il dottore (Christopher Reeve, al suo ultimo film prima di restare paralizzato), la direttrice della scuola (Linda Kozlowski, vista nei primi due Crocodile Dundee), un’immunologa (Kirstie Alley), un pastore protestante (Mark Hamill), e altri;
  • un gruppo di essere sovrannaturali perseguita gli abitanti della città;
  • John Carpenter fa un cameo in entrambi i film, qui parlando al telefono;
  • all’inizio del film, un’ombra arriva sul villaggio un po’ come la nebbia in The Fog;
  • c’è George ‘Buck’ Flower che beve alcool e muore orrendamente dopo poco.

Credo però che tra i due film ci sia una notevole differenza qualitativa. Mentre in The Fog i personaggi erano tutti ben delineati e le loro azioni erano tutte ben inquadrate all’interno della storia, in Village of the Damned ho l’impressione che nessuno dei personaggi sia stato scritto con molta attenzione. L’unica di cui ho capito le motivazioni è la dottoressa interpretata da Kirstie Alley, quella in possesso di più informazioni sugli strani bambini. Il resto degli abitanti rimane soltanto abbozzato e serve soltanto a fornire vittime ai bambini che grazie ai loro poteri telepatici fanno di loro quello che vogliono.

Anche il ritmo della storia lascia un po’ a desiderare. In The Fog tutto succedeva nell’arco di 24 ore, dando alla storia un senso di urgenza unico. Qui invece la storia si sviluppa nel corso di vari anni con salti temporali tra l’altro abbastanza mal delineati. Questo rende l’incedere della trama soporifero e toglie forza alle reazioni dei personaggi che, nonostante abbiano capito che ci sono molte cose che non vanno, non fanno niente per provare a risolvere il problema.

Detto questo, c’è anche molto da apprezzare nel film. Carpenter come al solito gira ogni scena con grande maestria, le sue musiche stavolta non sono memorabili ma il tema finale è comunque orecchiabile, gli effetti speciali sono ottimi, il budget è decente e si nota, e i bambini sono davvero inquietanti. Interessante anche la tematica del film, anche se qui il merito va al film originale del 1960 e al libro di John Wyndham su cui era basato: non si vedono tutti i giorni dei bambini malvagissimi che alla fine vanno fatti saltare col tritolo per salvare l’umanità (per un altro esempio rivolgersi a Narciso Ibáñez Serrador e al suo Quién puede matar a un niño? del 1976)!

Insomma, questo è per me un film da vedere, un film che un amante di Carpenter può sicuramente apprezzare (e in cui può ritrovare i temi a lui cari, come per esempio la sfiducia nelle autorità) ma in cui un qualunque amante del cinema potrà trovare almeno una manciata di elementi di interesse. Si dice che Carpenter non fosse entusiasta del progetto e che accettò di lavorarci solo per obbligazione contrattuale (cosa che il finale assolutamente non carpenteriano sembra suggerire). Forse è così, ma essendo un regista incapace di lavorare male, Village of the Damned rimane un film dignitoso, pur se non strepitoso. Ciao!


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6 risposte a "Village of the Damned: recensione del film"

  1. Il film originale di Wolf Rilla è già così Carpenteriano, che fare di più sarebbe stato difficile. Siamo dalle parti dei film minori del Maestro, ma l’immagine del bambino rimasto solo, che si allontana dallo schema e contribuisce ad infrangerlo per me è potentissima, ci sono un paio di scene che sono zampate del Maestro micidiali, insomma un film minore di Carpenter è meglio di tanta altra roba in circolazione… Grazie per la citazione! 😉 Cheers

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  2. Zio John rimane sempre un solido professionista capace di lasciare il segno, anche al servizio di progetti che non sente completamente suoi (come in questo caso): il fatto è, semplicemente, che il classico originale di Rilla non necessitava di alcun remake…

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    1. Ammetto la mia ignoranza: l’originale non l’ho visto! Rimedierò al più presto, promesso.

      Sono d’accordissimo sul Maestro, che qualunque cosa faccia non può farla male e anche qui si vede il suo tocco pur se da director for hire!

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