Philadelphia: recensione del film

philadelphia-tom-hanks-lgbt-legacyPhiladelphia l’hanno visto tutti, giusto? È quel film del 1993 diretto da Jonathan Demme con Tom Hanks e Denzel Washington in cui si ascoltò per la prima volta una delle migliori canzoni di Bruce Springsteen (Streets of Philadelphia, ci vinse pure un Oscar) e soprattutto in cui si parla di AIDS e omosessualità. Considerato un classico, lo vidi in TV non so quante volte da adolescente e adesso me lo sono riguardato in Bluray. E quindi mi chiedo: Philadelphia merita la buona considerazione di cui gode?

Credo che sia un film che è giusto che esista, che sia stato fatto, e che la gente veda o riveda ancora oggi. Al tempo fu criticato per essere arrivato fuori tempo massimo, visto che per tutta la seconda metà degli anni Ottanta l’AIDS si fece purtroppo conoscere da tutti e questo film uscì soltanto nel 1993. Naturalmente non fu il primo film hollywoodiano a trattare il tema, ma fu il primo a farlo con un alto budget e con protagonisti famosissimi. E infatti lo videro proprio tutti, complici anche i due Oscar vinti (uno a Springsteen e uno a Tom Hanks, quasi inevitabile visto che l’attore perse 14 kg per interpretare il personaggio e l’Academy premia sempre queste trasformazioni fisiche) e una serie di polemiche che ne accompagnarono l’uscita sia da una parte della barricata che dall’altra.

La comunità LGBT si lamentò del fatto che non venivano mostrati esplicitamente gesti d’amore tra i personaggi omosessuali (il compagno di Hanks è interpretato da un giovane Antonio Banderas), e la comunità conservatrice si lamentò della storia troppo a favore degli omosessuali malati di AIDS. D’altronde è impossibile fare un film su un tema controverso senza attirarsi le ire di qualcuno!

La verità è che il film in alcune sue parti riesce ad andare oltre i cliché e i personaggi bidimensionali, ed in altre invece no. Per esempio, è interessante che Joe (Denzel Washington), che aiuta Andy (Tom Hanks) malato di AIDS, sia un omofobo! D’altra parte, i grandi capi dello studio legale recitano la parte dei cattivoni senza possibilità di redenzione con la loro sete di potere, i loro grossi sigari in bocca, il loro denaro, e la loro eterosessualità dichiarata e ostentata ad ogni occasione (nonostante quei grossi sigari in bocca). Se da una parte questo li rende un po’ monodimensionali, dall’altra è rinfrescante vedere il maschio bianco eterosessuale normalmente protagonista dei film hollywoodiani qui nel ruolo dell’antagonista contro una coppia formata da un bianco omosessuale ed un afroamericano omofobo!

Ugualmente monodimensionali sono i membri della famiglia di Andy, tutti adorabili e impegnati ad appoggiarlo senza se e senza ma, all’opposto della viscida avvocata che difende gli ex-datori di lavoro di Andy interpretata da Mary Steenburgen. Ma d’altronde è del rapporto Andy-Joe che vive il film, ancor più che del processo che, a dir la verità, non è neanche così interessante. E questo Demme sembra saperlo, visto che nonostante assistiamo a molte testimonianze (uno dei testimoni è Roger Corman, chissà perché), non c’è tensione derivante dal mistero sul giudizio: l’esito è noto e quando viene rivelato non è neanche enfatizzato, visto che comunque il finale è riservato tutto a Andy! Ed è un finale strappalacrime che mostra il piccolo Andy (con filmati del piccolo Tom Hanks), una persona che amava la vita, amava il suo lavoro, e non aveva fatto niente di male per meritarsi una fine così dolorosa ed orribile.

Ecco, questo mette in chiaro Demme: che non c’è nessuna differenza tra chi l’AIDS l’ha contratto per una trasfusione sbagliata in ospedale e chi invece l’ha contratto facendo sesso! Questo è uno dei tanti pregiudizi sulla malattia, uno che credo esista ancora, e il film mette bene in chiaro come sia assolutamente inaccettabile. Questo ed altre cose mette in chiaro, come il fatto che l’isolamento sociale che precede la morte dei malati di AIDS sia una punizione ingiusta che la società infligge loro, per esempio. In questo le cose sono un po’ cambiate, visto che più di vent’anni dopo si sono fatti grandi progressi nella lotta contro i sintomi dell’AIDS e ora i malati possono vivere vite quasi normali, se hanno accesso ai giusti farmaci.

E qui forse sarebbe giusto aprire una riflessione sul fatto che la maggioranza dei malati si trova nei paesi a basso reddito mentre la maggioranza dei farmaci nei paesi ad alto reddito. Se qui da noi dell’AIDS non si parla quasi più, in moltissimi paesi africani e di altre zone del Mondo è ancora una malattia devastante ed incurabile! Ma mi limiterò a scrivere di Philadelphia. E concludo dicendo che vale la pena vederlo, pur con tutti i suoi difetti e i suoi limiti, per non dimenticare né l’esistenza dell’AIDS, né di come sia stato vissuto nei paesi cosiddetti sviluppati per i primi quindici, vent’anni dalla sua apparizione. Ciao!


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12 risposte a "Philadelphia: recensione del film"

    1. In effetti capisco da quello che mi scrivete te e Nick che forse negli anni Novanta lo avevamo visto tutti, ma adesso mica tanto… dell’AIDS non si parla più, e probabilmente anche questo film è finito (ingiustamente) nel dimenticatoio…

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  1. Nei ultimi anni ’90 (riferimento vaghissimo perché è un qualcosa successo probabilmente tra il 1997 e il 1999) io ero molto pedante nel parlare di “grandi capolavori del cinema”, ma non avevo ancora mai visto «Philadelphia», nonostante il successo planetario: dei suoi passaggi TV (che non erano stati tanti allora, ma me ne ricordo uno perfino su Rete4, ma potrei sbagliarmi) mi ero “goduto” solo pochi minuti… tutto intero non lo avevo ancora mai visto…
    Consapevole di questo, una mia compagna di classe mi disse «ti atteggi a esperto di cinema, ma non hai ancora mai visto “Philadelphia”!»…
    Ripensandoci oggi, quell’affermazione eternizzava «Philadelphia» come un classicissimo del cinema, metonimia del cinema stesso… è una condizione “antonomasica” che non è toccata a pochi film (praticamente è toccata a tutti i blockbuster, perfino a quelli di Zack Snyder, con un inasprimento successivo al ’96 di «Indipendence Day» e al ’97 di «Titanic»), e ha trasceso qualsiasi connotazione di “qualità”… Guardando indietro è però confortante che, per un attimo, sia toccata a un film effettivamente valido…
    In tempi di America in fiamme, forse, i compianti Jonathan Demme e Curtis Hanson, anche se mai davvero costanti nelle loro riflessioni e fin troppo coi fianchi aperti alla minchiata, avrebbero trovato qualcosa di intelligente da dire sulla polizia assassina, sul presidente cretino, sulla guerriglia tra razze sempiterna…
    almeno avrebbero cercato di parlarne…
    mentre oggi, imperando Marvel e DC, il disastro razziale odierno non lascerà traccia nei film…
    nei film si parlerà solo di innocenti fiabette fatte solo di «buoni e cattivi», in cui forse qualcuno maleducato vedrà perfino metafore di suprematismo e si ispirerà a loro nel voler sterminare appunto i «cattivi» (che purtroppo, non sono stati compresi come “inconsci”, ma come effettivi! e non credo che i cattivi saranno considerati i ricchi bianchi che nei prodotti delle major americane sono pressoché esclusivi ed eternamente eroici [e c’è già chi si strappa le vesti della purezza se mettono un attore coreano in «Thor» o se fanno impersonare a un nero un personaggio di Stephen King; quando, poco tempo fa, Whedon parlò di un reboot di «Buffy» con un’attrice di colore, c’è chi ha minacciato di gettare le molotov sulla CW; ciò succede anche in altri ambiti “discriminati”: le critiche al non esaltante reboot di «Ghostbusters» di Paul Feig sono state raramente motivate da ragioni “critiche” ma puramente da ragioni maschiliste])
    Mah, boh, vedremo…
    Magari ha ragione Bettelheim davvero e chi ha vissuto con le fiabe sa davvero distinguere il “male inconscio” dal “male effettivo”…
    Speriamo davvero… ma non ci scommetterei granché…

    In una vacanza a Norimberga ho visto uno splendido monumento di commemorazione delle vittime dell’AIDS: i nomi delle vittime, solo i nomi, centinaia, erano incisi sui sampietrini di una intera piazza con al centro una lapide di spiegazione, con su il Red Ribbon…

    Una allusione all’AIDS meravigliosa è in «The Company» di Robert Altman: è una sola battuta in cui Malcom McDowell (impersonante Gerald Arpino, capo del Joffrey Ballet di Chicago) fa un accenno a quanti ballerini morirono di AIDS negli anni ’80… Una battuta quasi più efficace delle 6 ore intere di «Angels in America», comunque raggelante nel documentare quanto, già negli anni ’80, i medicinali fossero “imprigionati” nel prezzo, introvabili e accumulati solo dai ricconi…
    …eh oh… 😦

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    1. Sui capolavori io mi allineo a William Friedkin: se sono film che hanno resistito dopo 50, 60 anni, e sono ancora considerati meravigliosi e sono ancora omaggiati e copiati da tutti, allora si tratta di capolavori. 2001, Citizen Kane… per quel genere di film è “facile” categorizzare i capolavori. Però è praticamente impossibile farlo per film recenti, o relativamente recenti! Figuriamoci riconoscere i capolavori nella stessa decade in cui sono usciti, assolutamente impossibile!

      Di Philadelphia io so solo che dice un sacco di cose meritevoli e condivisibili e che i due protagonisti sono molto interessanti e interpretati da due attori che al tempo erano al top della forma, e mi basta! :–)

      E purtroppo hai ragione al 100% sulla povertà del cinema di oggi, o non manda messaggi o manda messaggi sbagliati. Il monopolio Marvel DC poi è proprio dannoso, visto che filmacci ridicoli con trame ridicole vengono pure presi seriamente, vedi Black Panther, e una roba devastante come BlacKkKlansman passa quasi inosservata. La gente si stancherà di vedere gente in tutina che prende a pugni costrutti in CGI per ore filate prima o poi, no?

      Forse no…

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  2. Ho visto Philadelphia davvero molto tempo fa e non lo ricordo benissimo, segno che non mi ha colpito particolarmente… ricordo che mi era sembrato un po’ troppo costruito e melenso, nonostante il tema importante e il bel cast. L’unica cosa che mi è davvero rimasta è appunto la canzone di Springsteen…

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  3. È uno di quei film che ci facevano vedere durante l’ora di religione a scuola (in due parti, perché avevamo un’ora sola a settimana). L’ho sempre percepito come istituzionale e rifiutato “a pelle”, senza un vero motivo e senza averlo poi veramente visto. L’altro film che ci facevano vedere era il San Francesco di Liliana Cavani, con Mickey Rourke, e mi ricordo che proprio Rourke e Banderas erano l’argomento di discussione preferito dalla “prof” dopo la visione. Qualche anno fa c’era Dallas buyers club candidato agli Oscar, segno che qualcuno ancora c’è che non ha dimenticato l’AIDS, ma mi sembra che il cinema americano ne sappia parlare sempre un po’ così, come di una malattia quasi mitologica ed associata ad un passato di emarginazione e discriminazione che ci siamo definitivamente lasciati alle spalle (vedi anche Bohemian Rhapsody). A me sembra sempre che si confondano la malattia col sintomo, per rovesciare un gioco di parole che ci sta bene, nel senso che è la malattia vera e propria a non fare più paura come negli anni ‘80, mentre il contorno di stigma ed emarginazione verso gli “untori” ce lo teniamo sempre a portata di mano, come dimostrato ad esempio dall’asiaticofobia nel primo periodo di questo coronavirus.

    Piace a 1 persona

    1. Hai ragione su Dallas Buyers Club, però era ambientato in un passato lontanissimo (gli anni 80) con McConaughey coi baffoni che fa i rodeo, effettivamente quasi mitologico, come hai giustamente scritto!

      Da Bohemian Rhapsody mi sono tenuto alla larga come fosse la peste, ma a quanto ne so praticamente non tocca l’argomento omosessualità / AIDS, no?

      E purtroppo credo che l’umanità non si libererà mai di questo istinto di sopravvivenza (sarà un istinto o un costrutto della nostra società che tende a infilarci in caselle: nazionalità, altezza, colore della pelle, ricchezza…) che ci porta a odiare tutto ciò che sia percepito come diverso, che siano i malati di AIDS, o gli omosessuali, o gli immigrati…

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