Bullitt: recensione del film

Bullitt, film del 1968 diretto da Peter Yates e con protagonista Steve McQueen, si potrebbe definire rivoluzionario. La sua uscita cambiò il modo di fare un certo genere di film, il thriller poliziesco, e sono innumerevoli i film ad esso debitori, da Dirty Harry (Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo, 1971) a The French Connection (Il braccio violento della legge, 1973), fino ai più recenti Drive (2011) e Baby Driver (Baby Driver – Il genio della fuga, 2017).

La storia di Bullitt è quanto di più semplice possibile. San Francisco: al tenente Frank Bullitt (Steve McQueen) viene affidata dal potente politico Chalmers (Robert Vaughn) la protezione di un uomo la cui testimonianza potrebbe essere la chiave per sgominare un’organizzazione criminale di Chicago. Deve arrivare vivo al processo del lunedì, e c’è un fine settimana di mezzo. Le cose vanno malissimo, e Bullitt fa di tutto per scoprire i responsabili.

Che dire di questo film? La prima cosa da notare è che sia girato con un incredibile realismo. Non assistiamo a due ore di azione non stop, ma ad un susseguirsi di eventi che aiuta a rendere memorabili le scene più movimentate. Che alla fine sono solo due, a pensarci bene: il famosissimo inseguimento di dieci minuti tra una Dodge Charger e una Mustang GT per le vie di San Francisco, e il finale nell’aeroporto. L’inseguimento risulta ancora oggi dinamico e modernissimo visto che fu uno dei primi ad essere girato con una telecamera relativamente piccola (per essere precisi, una Arriflex 35 IIC) e quindi capace di stare dentro l’auto insieme all’autista. 

Le due scene d’azione a parte, il resto del film vediamo poliziotti e dottori fare il loro lavoro con dovizia di particolari, e Bullitt alle prese con le difficoltà della vita di coppia (la sua ragazza è la splendida Jacqueline Bisset). Yates si prende il suo tempo per mostrare come la vita di un poliziotto, anche in un weekend frenetico, non sia come quella di Jack Bauer in 24.

Il senso di realismo è accentuato dall’aver girato tutto in luoghi veri, e spesso con molte comparse che lavoravano in quegli stessi luoghi. Le scene nell’ospedale, per esempio, non solo sono girate in un ospedale funzionante, ma dottori ed infermieri… interpretano dottori ed infermieri nel film! Grande merito va anche a McQueen che fece personalmente moltissimi degli stunt che si vedono sullo schermo, sia al volante della Mustang che nell’aeroporto tra i 747 in movimento sulla pista.

Ma oltre a questo aspetto del film, anche la colonna sonora ha fatto scuola, con il suo jazz-rock-prog incalzante nei momenti più adrenalinici e con melodie più soavi nei momenti più calmi.

D’altra parte, bisogna riconoscere che non tutto funziona benissimo. La trama, pur nella sua semplicità, è a tratti poco chiara. Qualche attore non brilla per bravura (su tutti, mi è parso davvero pessimo Simon Oakland nei panni del capitano), e la Bisset è decisamente sottoutilizzata in un film che praticamente non ha spazio per un importante personaggio femminile.

E forse Bullitt non è stato il primo film a fare la seguente cosa, ma certamente salta all’occhio: McQueen interpreta il classico poliziotto duro che va contro tutto e tutti per imporre la (sua) legge. Non proprio contro tutti: il suo capitano lo aiuta tutto il tempo, e anche il suo partner Delgetti (Don Gordon) ha un ruolo rilevante. Però deve scontrarsi con il sistema nella persona di Chalmers, con un po’ di conflitto che aiuta a creare tensione. Praticamente tutti i poliziotti e detective in film d’azione statunitensi post-Bullitt saranno molto simili al personaggio di Steve McQueen… E questo non è che uno dei molteplici motivi per vedere il film! Ciao! 

PS: e che dire di questo Robert Duvall in una particina microscopica? È uno dei suoi primi ruoli fuori dalla gavetta televisiva per lui! 


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