Dune Messiah: recensione del libro

Dune Messiah (in italiano, Messia di Dune) è il secondo libro della saga di Dune scritta da Frank Herbert e fu pubblicato per la prima volta nel 1969. La storia comincia circa dodici anni dopo la conclusione del primo libro con il Muad’Dib Paul saldamente a capo di un impero in cui sotto i colori degli Atreides si è combattuta una jihad sanguinosissima condotta dai suoi Fremen (ad un certo punto è lui a prendersi la responsabilità di 61 miliardi di morti).

Ma nonostante le dimensioni epiche di questi fatti, Dune Messiah è un libro più introspettivo e più limitato (anche in quanto a numero di pagine) rispetto al primo libro di Herbert. Si apre con una cospirazione ai danni di Paul da parte della sua sposa Irulan, del Face Dancer chiamato Scytale (facente parte dei Bene Tleilaxu), della deposta Reverend Mother delle Bene Gesserit, e di Edric, un Guildsman. E di fatto si ferma qui l’allargamento dell’universo costruito così bene in Dune: si introducono i Bene Tleilaxu con le loro fantascientifiche tecniche di preservazione della vita, i mutaforma chiamati Face Dancer e si approfondisce il tema della Spacing Guild coi suoi membri che poco hanno di umano e che per muoversi nello spazio usano la prescience (pur se non ai livelli del Muad’Dib).

Per il resto, qui siamo di fronte ad uno studio del potere e del ruolo di religioni e governi, soprattutto quando combinati tra loro (non stupisce scoprire che Herbert avesse lavorato per il Senato statunitense come speechwriter). Da una parte quindi seguiamo il tormentato Paul che, dopo aver tentato invano di evitare la jihad, adesso prova a scegliere un percorso positivo per il suo Impero in un futuro pieno di alternative che farebbero addirittura impallidire la jihad appena successa.

È splendido come lui capisca di dover seguire gli eventi che gli si parano davanti cercando l’azione giusta al momento giusto per manovrare il destino verso un futuro degno di essere vissuto. E così eccolo accettare in dono il ghola di Duncan Idaho nonostante questi ammetta di essere stato creato per distruggerlo, ed entrare in una trappola più che dichiarata ad Arrakeen con conseguenze gravissime per lui e per molti dei suoi uomini più fedeli. Herbert dimostra una certa maestria nel costruire una trama che riesce a risolversi solo nel climax finale dopo aver costruito ad arte una tensione spasmodica per quasi tutto il libro!

Ma Dune Messiah è qualcosa di più di una semplice continuazione della storia di Paul Atreides, Stilgar, Chani, Irulan, e tutti gli altri splendidi personaggi creati in Dune (qui viene anche introdotto il potentissimo personaggio di Alia, sorella di Paul, che vale da sola l’intero libro). Dune Messiah è anche un vero e proprio studio degli effetti del potere sulle persone, e di cosa possa nascere dal fanatismo religioso portato alle estreme conseguenze.

Lasciatemi citare un passaggio del libro per spiegarmi meglio: “Power tends to isolate those who hold too much of it. Eventually, they lose touch with reality… and fall.” (Il potere tende a isolare ciò ne detiene troppo. Alla fine, chi lo ha perde il contatto con la realtà… e cade). Mi vengono in mente i nostri politici che vivono in un mondo talmente diverso dal nostro (in quanto cittadini) che i problemi reali non solo non li sanno affrontare, ma nemmeno li conoscono.

Più in generale, questo non è che uno dei momenti in cui Herbert sembra scrivere un saggio sulla nostra civilizzazione più che un romanzo di speculative fiction. A volte interi capitoli sono dedicati ad analisi del ruolo dei politici, dei capi religiosi, e della guerra come strumento di controllo e di governo. Non che questi elementi fossero del tutto assenti in Dune, ma Dune Messiah mi è sembrato un libro profondamente diverso, eppure allo stesso tempo anche la sua naturale continuazione. Come avrebbe potuto Paul accettare di essere Imperatore di un universo sottoposto ad una jihad crudelissima fatta in suo nome? Il seguito di Dune non poteva non essere un character study di un protagonista devastato alla ricerca di una soluzione, una via d’uscita. E il finale, di cui non rivelerò niente qui, è davvero emozionante e sorprendente, chiudendo alla perfezione un capitolo e aprendone un altro che non vedo l’ora di scoprire cominciando a leggere Children of Dune.

Per concludere, permettetemi di riprendere un altro passaggio del libro: “Production growth and income growth must not get out of step in my Empire. (…) There are to be no balance-of-payment difficulties between the different spheres of influence. (…) My government is the economy.” Qui Herbert non ha paura di usare termini economici e sembra quasi dipingere l’Impero del Muad’Dib come l’Unione Sovietica almeno in tema economico. Eppure, ancora una volta, le idee sviluppate dall’autore non sanno di vecchio, non risentono troppo del mondo anni Sessanta in cui furono generate (se non per il ruolo delle droghe e delle visioni così importanti per i personaggi di Dune). Meravigliano invece per come riuscirono a creare una storia che risulta ancora appassionante e moderna, tanto è vero che è stata riportata al cinema anche di recente… Ciao! 


11 risposte a "Dune Messiah: recensione del libro"

  1. Herbert a questo punto della sua carriera da scrittore era più interessato a narrare delle contradizioni della mente umana che altro, anche l’ecologia di Arrakis che nel primo romanzo aveva una posizione più centrale finisce per arretrare rispetto alle vicissutudini interiori del protagonista.

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    1. Decisamente! La saga si evolve in molteplici modi col proseguire della storia che alla fine pur restando intrigante è più uno strumento che Herbert usa per parlare di politica, società, e di vari aspetti della vita umana tra cui, come hai giustamente osservato, le sue contraddizioni!

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  2. Una storia e un universo sempre più interessanti e profondi! L’ho cominciato anche io, ho letto i primi tre capitoli, ma mi sono dovuto fermare per dare la precedenza ad altre cose di cui parlare nelle prossime settimane. Lo riprenderò sicuramente a Novembre, però, perché voglio assolutamente sapere come andrà avanti!

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      1. Caspita, ben dentro al tunnel!
        In realtà è un pessimo vizio che ho, iniziare le saghe e poi lasciarle lì per leggere dell’altro: è facendo così che ho un sacco di storie in sospeso di cui non ho ancora letto il finale, tipo Queste Oscure Materie o The Witcher!
        Comunque passato Ottobre riprendo sicuramente almeno il secondo libro, mi interessa davvero andare avanti e finirlo.

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      2. Alla fine mi attirano spesso le saghe (Harry Potter, Discworld, Dune…) e ci rimango invischiato. In senso buono!

        Dune poi è un vero e proprio trip, non so più cosa aspettarmi dopo questo quarto libro (sono quasi in fondo) che va oltre… oltre! Semplicemente oltre! o____O

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