Maixabel: recensione del film

La Spagna, come l’Italia, ha avuto una storia recente molto movimentata. Mentre noi subivamo il terrorismo nero e rosso degli anni di piombo, in Spagna era l’ETA dei nazionalisti socialisti baschi a far paura, con una lotta armata che tra il 1975 (morte del dittatore Franco) e il 2011 (annuncio ufficiale della fine delle attività di guerriglia) ha ucciso sulle 800 persone tra civili e dipendenti dello stato.

Icíar Bollaín nel suo ultimo film, Maixabel (2021), ha deciso di affrontare questo scomodo argomento. Il film si apre con l’omicidio del politico del PSOE Juan María Jáuregui nel 2000. Nel 2004 due dei suoi assassini, Luis Carrasco e Ibon Etxezarreta (Urko Olazabal e Luis Tosar), vengono arrestati e sette anni più tardi uno dei due chiede di poter incontrare delle vittime dell’ETA per chiedere perdono. E si trova davanti la moglie di Jáuregui, Maixabel (Blanca Portillo), nel frattempo diventata la direttrice di un’importante associazione di vittime del terrorismo.

Il film, scritto dalla stessa Bollaín insieme a Isa Campo, ci mostra quindi uno scorcio della vita di queste persone e dei loro familiari ed amici. Il quadro che ne esce è a dir poco devastante: le vite di tutti quelli coinvolti in queste storie di violenza sono danneggiate in un modo o nell’altro.

I terroristi che marciscono in carcere hanno vissuto una vita di menzogne e non sono stati che pedine nelle mani di altri che nemmeno sapevano chi fossero. E in questo, va detto, il film non approfondisce quello che sarebbe un tema importante da capire, ma che resta sullo sfondo, misterioso, come se il terrorismo basco fosse una forza ancora incomprensibile e quindi inspiegabile. Peccato. 

Tornando alle vite danneggiate, lo sono quelle dei familiari delle vittime che sono stati colpiti da tragedie immense e né prima né dopo hanno potuto vivere con tranquillità: prima per le costanti minacce, e dopo per le conseguenze di quegli atti di violenza. E anche tutto il contorno della società civile basca e dei semplici concittadini dei protagonisti appare ferito, alterato da quella che per molti è una vera e propria guerra civile che va avanti da decenni. Anche il fatto che un film del genere esca solo ora, a dieci anni dalla fine dell’attività armata, dice molto su come in Spagna sia percepita questa storia recente.

In ogni caso, nel film sono certamente da segnalare i due dialoghi di Maixabel coi due terroristi che le vogliono chiedere perdono: sia la Portillo che Tosar e Olazabal fanno un lavoro tremendo, aiutati anche da una sceneggiatura dove ogni dialogo ne esce come finemente cesellato, realistico e per questo contundente senza risultare melodrammatico. In questo Maixabel funziona alla grande. Secondo me funziona meno nel far capire come abbia funzionato il terrorismo basco, cosa l’abbia scatenato e cosa l’abbia alimentato per così tanti anni.

Ma forse non era questo l’obbiettivo della Bollaín, in fondo il titolo del film è Maixabel. Era la storia personale che interessava alla regista spagnola, non la spiegazione di decadi di violenza. Ciao!

PS: esiste un documentario del 2019 sulla conversazione tra Maixabel e Ibon, si intitola Zubiak, ETA, el final del silencio (Zubiak significa Ponti in basco) ed è girato da Jon Sistiaga e Alfonso Cortés-Cavanillas

PPS: e ora ho cominciato a guardare Patria, miniserie del 2020 sullo stesso argomento basata sull’omonimo romanzo di Fernando Aramburu.


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