El buen patrón: recensione del film

El buen patrón (letteralmente, Il buon padrone) è un film del 2021 scritto e diretto da Fernando León de Aranoa. Si tratta di una commedia drammatica protagonizzata da Javier Bardem in cui l’attore è presente praticamente in ogni fotogramma, domina ogni dialogo, sta al film come Toni Servillo sta a Il divo (2008), o a quasi ogni altro film di Sorrentino, se è per questo.

Bardem interpreta divinamente il padrone di una fabbrica di bilance, il signor Blanco, che si presenta come un capitalista illuminato che vuole solo il bene dei suoi impiegati che dice di considerare come la propria famiglia. In realtà fa i propri interessi, è un disonesto e mente giornalmente a quasi tutti coloro con cui è in contatto. Insomma, incarna un’idea abbastanza comune di impresario ricco e avventuriero che ha ereditato una fortuna di famiglia ed è abbastanza abile da destreggiarsi nel sistema per mantenerla in maniera dignitosa senza grossi problemi (tranne quelli che si crea da solo col proprio comportamento non certo irreprensibile).

León de Aranoa non è andato per il sottile con la sceneggiatura. Si parla apertamente di (mancanza di) giustizia sin dal simbolo dell’impresa Blanco, visto che è la giustizia bendata a tenere in mano una bilancia e lo stesso Blanco spesso gioca con quest’immagine (chiudendo gli occhi e soppesando due cose diverse nelle sue mani). Naturalmente, la bilancia di Blanco è truccata, proprio come quella all’entrata della fabbrica, e lui stesso cambia costantemente le carte in tavola per far uscire il risultato che più gli risulta comodo.

Il film non va per il sottile nemmeno quando  il capitalista, per il suo tornaconto personale, mette uno contro l’altro due poveracci con esiti drammatici (il lavoratore licenziato José, Óscar De la Fuente, e il figlio spiantato di un umile operaio, Martín Páez).

È quindi un film satirico esplicito forse anche eccessivamente, El buen patrón, ma è anche una commedia in cui si ride parecchio. La sceneggiatura da questo punto di vista è brillante, e probabilmente è più riuscita che nella sua parte drammatica che invece non ha la stessa forza.

Lavorano bene tutti gli attori e le attrici che fanno da contorno all’immenso Bardem: l’annoiata moglie di Blanco (Sonia Almarcha), la giovane arrivista senza scrupoli Liliana (Almudena Amor), l’impiegato con problemi Miralles (Manolo Solo) e la guardia (Fernando Albizu) col solo ruolo di spalla comica. Ed essendo un film di León de Aranoa, non manca nemmeno il solito Celso Bugallo!

Alla fine del film è impossibile non disprezzare il personaggio di Bardem, ma anche in un certo modo capirlo: fa quello che fa per mantenere un equilibrio mentale difficile data la responsabilità di portare avanti una realtà economica problematica come la sua azienda, che alla fine conosce bene e sa far funzionare (infatti alla fine promuove Khaled, Tarik Rmili, visto che sa fare il suo lavoro). È un infame e un bugiardo, e ormai vive in un mondo di bugie in cui crede addirittura lui stesso. È una distorsione creata dal sistema capitalista assurdo in cui viviamo e più che essere il vero problema, ne è un suo sintomo.

Concludo consigliando la visione di questo film che, pur essendo a tratti fin troppo didascalico, ha cose da dire e lo fa in maniera divertente. E Bardem è stratosferico, ma questo si sapeva già! Ciao! 


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