Franco Battiato: un post musicale

Franco Battiato è stato secondo me uno dei più grandi musicisti italiani del Novecento ed è stato un giorno triste quello in cui ha lasciato prima le scene e poi questo mondo ad inizio maggio del 2021. Scrivo questo breve post omaggio dopo aver recentemente letto uno speciale (vedasi foto qui sopra) su uno dei suoi album più famosi, La voce del padrone, uscito esattamente quaranta anni fa nel 1981 (ed era già al suo undicesimo album da studio della carriera, avendo cominciato nel 1972 con Fetus).

Nonostante la mia ammirazione per la musica di Battiato, non l’ho mai visto dal vivo. Ci sono solo andato vicino quando l’ho ascoltato mentre suonava con l’Orchestra Toscana il 5 agosto del 2006 a Piombino, visto che suonava in piazza Bovio, all’aperto, e io mi trovavo nei paraggi.

Eppure la sua musica mi accompagna da sempre, o almeno da quando cominciano i miei ricordi. È come se alcune sue canzoni facciano parte del mio DNA (e sicuramente anche di quello di moltissime altre persone)! Inutile stare ad elencare le varie Centro di gravità permanente, Voglio vederti danzare, La cura… Sono tantissime, ognuna memorabile.

L’intera discografia di Battiato è un viaggio attraverso i generi più disparati. Gli esordi furono totalmente sperimentali, sia da cantautore che da produttore (in questa veste ci ha regalato un Juri Camisasca in gran forma, per esempio), poi passò ad una musica più orecchiabile (a partire da L’era del cinghiale bianco, 1979) ma non per questo meno studiata o interessante. Con più di trenta album all’attivo, ebbe modo di suonare con orchestre, rielaborare brani di altri che adorava (si vedano i tre Fleurs, usciti rispettivamente nel 1999, 2002 e 2008), passare da techno e hard rock (ricordo benissimo quando uscì il suo ottimo Gommalacca nel 1998 trainato dal singolo Shock in my Town)…

Di lui ho anche un ricordo non musicale di quando partecipò alla trasmissione Turisti per caso con Siusy Blady e Patrizio Roversi in un viaggio in Nepal nel 1999 ed evitò di uscire dall’albergo un giorno di festa in cui gli appartenenti ad una certa religione avrebbero sgozzato animali per strada per festeggiare una loro ricorrenza. Battiato era vegetariano da molto tempo ed evidentemente voleva evitare di vedere cose che non lo aggradavano particolarmente. 

Battiato è stato un artista poliedrico in tutto e per tutto: ha spaziato in ogni genere musicale, ha cantato in italiano, napoletano, siciliano, inglese, francese, spagnolo, ha suonato gli strumenti più disparati, ha collaborato con chiunque, si è autoprodotto e poi è arrivato farsi produrre dalle major, ha fatto musica di protesta, musica frivola e musica colta… impossibile sostenere che non abbia lasciato il segno.

E soprattutto è difficile che almeno qualcosa della sua sterminata produzione non vi piaccia. La sua voce particolarissima insieme al suo innegabile talento lo hanno reso unico nel vasto panorama cantautoriale italiano e la sua perdita è di quelle che non può lasciare indifferenti. Concludo dicendo che i suoi testi, spesso criptici, non sono mai da prendere alla leggera, visto che anche quando sembrano innocui è facile che nascondano profondi riferimenti letterari o storici. Ciao! 


17 risposte a "Franco Battiato: un post musicale"

  1. Io invece ho visto 3 concerti di Franco Battiato. Gli piaceva farli in mezzo ai prati, e questo talvolta causava degli inconvenienti non da poco.
    Ad esempio, al primo dei 3 concerti aveva piovuto a dirotto dalla mattina fino a un’ora prima dell’inizio, e quindi per raggiungere il mio posto a sedere dovetti avanzare nel fango che mi arrivava fino alle caviglie.
    Tuttavia, fare i concerti in un contesto agreste ha anche dei lati positivi: ad esempio, al secondo e al terzo concerto eravamo in piena Primavera, e quindi l’aria era carica di tutti gli odori naturali della terra, sembrava di essere nel giardino dell’Eden.
    Al primo concerto Battiato fece un’entrata in scena spettacolare: arrivò in macchina, fece fermare l’autista a poca distanza dagli ultimi posti a sedere e poi percorse a piedi il tragitto da lì al palco. Anche lui si sarà riempito le scarpe di fango, ora che ci penso.
    Il pubblico fu molto disciplinato: invece di sporgersi in avanti per toccarlo, si alzò in piedi e lo applaudì a scena aperta. Lo facemmo perché avevamo capito il senso profondo di quella scelta: Battiato voleva esprimere vicinanza al suo pubblico non con un sorriso finto, non con un ringraziamento stereotipato, ma con il gesto simbolico di camminare in mezzo a noi. Ci commosse senza bisogno di dire una parola.
    Il terzo concerto fu il più bello in assoluto, perché lui nell’ultima mezz’ora ci chiamò tutti sotto il palco e fece canzoni a richiesta finché non gli andò via la voce.
    Quella sera stessa capii che non l’avrei più visto in concerto, perché era meglio chiudere così, avevo già toccato l’apice.

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    1. Splendido questo tuo commento, ti ringrazio tantissimo! Sono queste storie che ci portiamo dietro grazie alla partecipazione ai concerti dal vivo, che mi hanno sempre appassionato sin da giovanissimo. Purtroppo non ho visto il maestro Battiato, ma almeno ho potuto immaginare le sensazioni che hai provato grazie alla descrizione di queste tue esperienze e sono sicuro che quel bis improvvisato fu veramente da brividi, così come la standing ovation in onore dell’entrata in scena nell’occasione dell’altro concerto… Grazie davvero!

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