Il buco: recensione del film

Adoro il Festival del Cine Europeo della mia città, che si celebra ogni anno a novembre (sì, sono arrivato un po’ lungo con questo post). Mi piace andare a vedere film a scatola chiusa, ascoltare i dibattiti coi registi dopo la visione, e prendere la pioggia insieme a tanti altri cinefili mentre aspettiamo di entrare (perché tanto piove sempre quando vado al festival). 

Lo scorso novembre sono andato a vedere Il buco, film del 2021 diretto da Michelangelo Frammartino (da non confondere con l’omonimo, almeno in Italia, film spagnolo del 2019). Si tratta di un film storico che mostra un’impresa di un gruppo di speleologi piemontesi che nel 1961 andarono in Calabria e scesero fino al fondo di quella che allora era la terza grotta più profonda del mondo, l’Abisso del Bifurto (673 metri quasi tutti da fare in verticale). Gli speleologi erano persone semplici, tanto che fecero un’impresa fantastica che rimase fondamentalmente segreta, e loro stessi non la celebrarono più di tanto, intento come erano a farne altre una dietro l’altra. 

Il film gioca molto su contrasti e paralleli abbastanza elementari. Il primo, chiarissimo, è quello di un Nord in cui il progresso sta facendo passi da gigante (vedasi il programma TV con la salita verso la cima del Pirellone a Milano) e un Sud rurale arretrato (in cui si scende nelle profondità della Terra). È evidente poi come la storia del contadino calabrese in fin di vita si leghi alla discesa degli speleologi verso il fondo della grotta. L’arrivo dei secondi segna la morte del primo, come se un intero mondo semplice e rurale si spegnesse per far posto al futuro portato dagli scienziati piemontesi. 

Ci sono poi moltissime idee cinematografiche che Frammartino ha voluto sviluppare. Nella discussione in sala ha menzionato come una grotta buia sia uno dei pochi posti dove lo sguardo della telecamera (cioè del regista) sia meno importante dello sguardo dei personaggi che con le luci dei loro caschi inquadrano quello che guardano loro. 

Pare poi che ci sia stato molto lavoro per trovare il nero perfetto (in digitale), nero che solitamente un direttore della fotografia prova ad evitare ma che qui era essenziale per la buona riuscita del film. 

Il buco non è stato semplice da realizzare, con sei settimane di rodaggio, ore ed ore impiegate per scendere nelle location della grotta scelte per le varie scene, mettere la fibra, girare, tornare su (senza attrezzature perché l’umidità del 100% le poteva danneggiare entrando e uscendo dalla grotta)… Davvero impressionante. 

E a chi mi chiede come sia Il buco, infatti, rispondo che ci sono tante idee ma non c’è il film. Forse ci sono un paio di documentari, uno sulla Calabria rurale e uno sulla discesa degli speleologi, ma non c’è trama, non ci sono personaggi, non ci sono dialoghi, non c’è colonna sonora… E sarà un caso ma tre delle sei persone con cui sono andato a vederlo si sono fatte un pisolino durante la visione (e non si sono perse niente, perché non c’era molto da perdere). 

Il film finisce come inizia, e volendo si potrebbe cambiare l’ordine delle scene senza che nessuno se ne accorga. Ci sono delle belle immagini, questo sì, ma se voglio vedere un film con una grotta mi guardo The Descent (2005), anche se è girato in studio e non in una vera grotta. Ciao! 



4 risposte a "Il buco: recensione del film"

  1. Frammartino è stato un mio insegnante all’università, ci insegnava Videoarte e installazioni audiovisive! Il corso non mi piaceva (è stato interessante, ma non amo la videoarte), ma per l’esame abbiamo fatto un ben progetto in realtà aumentata e quello è stato molto divertente.

    Da come ne parli sembra che anche Il Buco (che all’inizio anche io avevo confuso con l’altro Il Buco) sembra più vicino alla videoarte che al cinema; a lezione ci aveva fatto vedere alcuni brano di un altro suo film che aveva più o meno lo stesso stile, per cui immagino che sia il suo modo di raccontare e fare cinema.

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    1. Wow, fantastico il tuo commento! Mi è sembrato una persona interessante nell’incontro al festival, e le tue parole mi fanno mettere in prospettiva questo suo film che effettivamente sembra essere altro, non un documentario, non un film… Forse è video arte! :–)

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      1. E’ molto interessante, e riusciva a rendere tale anche le lezioni: sebbene la videoarte non sia un argomento o una forma espressiva che mi parli granché ricordo il suo corso con molto affetto e anche preparare l’esame è stato molto divertente.
        Certo è uno stile espressivo che deve piacere, io non so se reggerei un lungometraggio intero e probabilmente finirei come le persone in sala con te!

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        1. La videoarte non ha mai convinto molto nemmeno me, ora che ci penso avrò visto decine di installazioni di videoarte in giro per musei vari in questi ultimi anni, ma nessuna mi è rimasta particolarmente impressa…

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