Jethro Tull: un post musicale

Jethro Tull apparentemente era il nome di un agronomo inglese vissuto a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. Ed è anche il nome di un gruppo musicale che mi accompagna praticamente da quando ascolto la musica in maniera attiva: l’audiocassetta di Aqualung credo di averla fusa ai tempi delle medie e per sempre nella mia testa sarà sinonimo del ciclo della Fondazione di Asimov che lessi ascoltandola a ripetizione.

Aqualung, quindi: uscito nel 1971, rappresenta per me uno dei pochissimi album perfetti insieme a, per dirne un altro paio, Lateralus dei Tool e Pawn Hearts dei Van der Graaf Generator. Aqualung è un disco rock acidissimo, dove ogni pezzo ha qualcosa da dire, con un missaggio strepitoso che ti fa sentire chiaramente la chitarra di Martin Barre, il basso di Jeffrey Hammond, la batteria di Clive Bunker, le tastiere di John Evan e, soprattutto, il flauto traverso e la voce sporca di Ian Anderson. Tutti questi musicisti erano all’apice della loro forma e della loro ispirazione e si capisce già dal primo ascolto: non c’è una nota fuori posto, l’album sprigiona un’energia incredibile, e tra la title track, Locomotive Breath, My God, Cross-Eyed Mary… non si sa quale sia la migliore!

Solo successivamente ho scoperto gli album precedenti dei Jethro Tull: l’onesto album blues This Was del 1968, il fantastico Stand Up del 1969, e il meno bello Benefit del 1970. E poi ho esplorato anche gli album successivi, in cui spicca l’unica vera opera di rock progressivo della band, Thick as a Brick (1972), e che poi si possono definire come parte di una parabola discendente che da A Passion Play del 1973 arriva inesorabilmente agli inascoltabili J-Tull Dot Com del 1999 e The Jethro Tull Christmas Album del 2003.

Non voglio dire che non ci siano ottime canzoni negli album successivi a Thick as a Brick (penso a Skating Away in War Child del 1974, o Songs from the Wood dall’omonimo album del 1977, per esempio), ma alle mie orecchie è evidente un certo declino nell’inventività e nell’energia e, diciamolo, nel cantato di Ian Anderson. È lui l’unico musicista che è sempre stato presente nella storia dei Jethro Tull, un gruppo i cui cambi di formazione sono stati troppi per enumerarli, anche nei primissimi anni di vita (nel 1968 addirittura Tony Iommi dei Black Sabbath fu il chitarrista per qualche tempo).

Anderson è da sempre la mente del gruppo e da una ventina d’anni fa tour col nome Jethro Tull noncurante di essere l’unico membro storico (si è anche disfatto del compagno di almeno quattro decadi, Martin Barre, che continua a suonare dal vivo proponendo canzoni dei Tull). Il flauto traverso suonato su una gamba sola mentre muove ritmicamente l’altra in su e giù è iconico, e l’unica critica che mi sento di muovergli è che già da tempo avrebbe dovuto prendere un cantante perché lui la voce l’ha persa da un pezzo… Ma di questo lasciatemene parlare in relazione ai concerti a cui ho assistito.

Vidi i Jethro Tull per la prima volta nel 1999 al Pistoia Blues Festival. Fu praticamente il mio secondo vero concerto (dopo quello di Daniele Silvestri un paio d’anni prima), arrivammo nel tardo pomeriggio e tutti i concerti ce li godemmo lontani dal palco, purtroppo. E dire che dopo Zachary Richard suonò una leggenda come Dr. John, che suonò anche a Woodstock nel 1969! I Jethro Tull fecero un concerto spettacolare! La formazione, pur coi soli Anderson e Barre tra i membri storici, era molto affiatata, e proposero molte canzoni tantissime canzoni da Stand Up, album che adoro, pur aprendo con la recentissima (allora) Spiral, un pezzo rock di tutto rispetto. Ricordo che Anderson presentava quasi ogni pezzo con qualche aneddoto. Per esempio, quando prese il mandolino per Fat Man disse: “This is my mandulin. I love my mandulin. It’s so fucking easy to play!“, aggiungendo anche che coi tempi che correvano un testo così poco politically correct adesso non sarebbe più ammesso. E poi ogni finale di canzone lasciava spazio a stop e ripartenze a non finire, a strappare applausi su applausi da una piazza che dimostrò tutto il suo amore per il gruppo inglese. L’unica cosa a funzionare meno era la voce di Anderson, priva di quell’energia che aveva trent’anni prima, ma gli anni passano per tutti…

Quattro anni dopo tornai a vederli sempre al Pistoia Blues Festival e stavolta andai quasi in prima fila. Il concerto fu strepitoso, con Ricordo la sensazione di un’atmosfera unica e il mio amore per la musica dei Jethro Tull ne uscì rinforzato. Stavolta l’album più rappresentato fu Songs from the Wood, e nel bis non mi feci distrarre da due mega-palloncini lanciati ad intrattenere il pubblico sulle note di Locomotive Breath e mi godetti ogni singola nota del finale del concerto.

Poi, nel 2011, andai a vederli nel tour per il quarantennale di Aqualung a Boretto. Ho ancora la splendida maglietta comprata per ricordare un concerto ancora una volta bellissimo (purtroppo da sentire seduti) aperto da Living in the Past (ecco il video di quella versione, non fatto da me), continuato con una versione corta di Thick as a Brick, e poi sviluppato con ben sette canzoni di Aqualung oltre alla Bourée (da Stand Up) suonata con l’astronauta Cady Coleman sul palco con la sua tuta spaziale (presentata dal collega Paolo Nespoli)! 

Il 2 dicembre 2012 li vidi (ma senza Martin Barre alla chitarra) al Teatro del Giglio di Lucca per un altro quarantennale, quello di Thick as a Brick. Ian Anderson ebbe l’infausta idea di pubblicare un album seguito del capolavoro del 1972, e poi la buona idea di portarlo in tour e suonarlo dopo aver suonato l’originale nella sua interezza. Risultato: una prima metà del concerto strepitosa! Per l’occasione, Anderson si fece affiancare da un cantante. Ottima idea, no? Teoricamente si, ma: 1. Anderson cantò comunque la maggior parte del tempo, e 2. Il giovane cantante aveva un background da musical, niente affatto rock. Thick as a Brick cantato pulito, senza graffiare… non aveva senso. Peccato.

Se non si fosse capito, considero i Jethro Tull indispensabili, pur apprezzandone realmente “solo” i primi sette o otto album, e scusate se sono pochi! Rock, rock progressivo, folk rock, hard rock… chiamatelo come vi pare, se vi piace il rock ve li consiglio senza ombra di dubbio! E questo post lo aggiornerò dopo essere andato al concerto di Ian Anderson a Siviglia previsto per giugno 2022, che ho già il biglietto… Ciao! 

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