Johnny Mnemonic: recensione del film

Johnny Mnemonic è un film del 1995 scritto da William Gibson e diretto da Robert Longo, un artista poliedrico per cui questo rimane il suo unico credito da regista. Leviamoci subito un sassolino dalla scarpa: William Gibson ha detto reiterate volte che nonostante sia accreditato come unico sceneggiatore, il film non ha niente a che vedere con quello che aveva scritto lui. Lo scrivo subito così si capisce che ogni possibile lamentela che possa apparire in questo post non è diretta a quel meraviglioso scrittore di fantascienza che ammiro tantissimo!

Johnny Mnemonic, dicevamo. Il film comincia con delle scritte che ci informano che nel 2021 il mondo è in mano alle multinazionali e che la maggior parte della gente sta male e muore per una pandemia. E fin qui c’ha azzeccato! La pandemia del film però non è il Covid-19, ma la N.A.S. (Nerve Attenuation Syndrome, tradotta in italiano come sindrome da attenuazione del sistema nervoso), e c’è una cura ma una malvagia casa farmaceutica vuole tenerla per sé perché fa più profitti vendendo farmaci che attenuano i sintomi che non eradicando la malattia una volta per tutte.

Inoltre il mondo del film è totalmente cyberpunk, con gente con innesti cibernetici e informazioni che viaggiano in rete e anche fisicamente nei cervelli di alcuni cosiddetti courier (corrieri). Per farla breve, le informazioni relative alla cura vengono caricate nel cervello del corriere Johnny (Keanu Reeves) che improvvisamente diventa il bersaglio di svariati personaggi pittoreschi: la Yakuza guidata da Shinji (Denis Akiyama), Takeshi (Takeshi Kitano) che lavora per la casa farmaceutica, il folle Preacher cibernetico interpretato da Dolph Lundgren, e i ribelli guidati da J-Bone (Ice-T). L’unica persona che prova ad aiutare Johnny invece di farlo fuori è Jane (Dina Meyer), anche se non si capisce bene perché.

Ecco, diciamolo subito: il film è pieno zeppo di difetti. Nessuno dei personaggi ha uno straccio di motivazione, la trama avanza a suon di spiegoni buttati lì per il beneficio del pubblico, quasi tutto viene risolto con espedienti narrativi inspiegabili (come la testa della fondatrice della casa farmaceutica che appare in schermi vari e prova a convincere i personaggi a fare azioni onorevoli), la regia fa venire il mal di mare, la recitazione della maggior parte del cast è da dimenticare (c’è pure Udo Kier!), e gli effetti speciali sono invecchiati malissimo, per non parlare di una visione di Internet che è lontana anni luce dalla realtà che conosciamo oggi. E naturalmente ci sono ancora i fax, che evidentemente andavano ancora per la maggiore (pure Zemeckis nel 1989 li aveva immaginati nel futuro del suo Back to the Future II, Ritorno al futuro 2).

Eppure… eppure si capisce che il film ha il cuore dalla parte giusta. Si notano gli omaggi a film come Blade Runner (1982) e Escape from New York (1997: Fuga da New York, 1981), cosa che forse era nell’aria visto che in quello stesso 1995 uscì anche quel capolavoro di Terry Gilliam dalle atmosfere simili intitolato 12 Monkeys (L’esercito delle 12 scimmie). Tutto è cupo, oscuro, sporco, decadente, tanto che mal si sposa con una storia che non fa altro che introdurre antagonisti da far combattere continuamente, è estenuante questa cosa. Se avessero girato tre combattimenti in meno e avessero approfittato del minutaggio per sviluppare un po’ personaggi e storia sarebbe stato fantastico.

Purtroppo non è andata così, ma qualche idea geniale sparsa qua e là c’è: il delfino mezzo cyborg, la battuta finale sul Preacher che sembra riprendersi, questa ambientazione futura che somiglia in maniera inquietante al nostro presente, la colonna sonora di Brad Fiedel… non abbastanza per salvare il film, ma per me sufficiente a renderlo un guilty pleasure: non posso esimermi dal definirlo un brutto film, eppure non mi dispiace riguardarlo ogni tanto, forse anche perché ho dei ricordi positivi di quando lo vidi da adolescente noleggiandolo in VHS! Quindi non posso che consigliarne la visione, direi. Ciao!

PS: ma l’ho detto che ben 320 Gb di dati riescono a mandare in tilt il cervello del povero Johnny?

PPS: pare che la versione giapponese del film sia più vicina alla visione originale di Gibson, ma non ho modo di vederla, temo.



12 risposte a "Johnny Mnemonic: recensione del film"

  1. Ancora oggi, malgrado sia un film nato vecchio ne vado pazzo, ho un amore viscerale per questo gioiellino tutto storto e con poca memoria, grazie per averne scritto per me sempre un piacere leggere del vecchio Johnny 😉 Cheers

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  2. Giuro che mi sono sforzato di amarlo, questo film, con un grande cast e tante cose che sulla carta potrebbero piacermi, ma niente, mi ha infastidito la prima volta che l’ho visto e quando anni dopo ho provato a rivederlo è stato pure peggiore. Niente, ammetto il mio difetto di non riuscire a capire cosa ci sia di piacevole in quest’opera 😛
    Ci sta che 320 giga fossero ritenuti tanti nel 1995, ma questa cosa del fax è davvero assurda: andiamo, un po’ di fantasia, nel futuro le macchine volano… ma ci sono ancora i fax? 😀

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    1. Secondo me hai ragione te, ma… È per me un guilty pleasure, me lo riguardo volentieri, sicuramente più per un valore affettivo / nostalgico che non per una qualità difendibile in maniera oggettiva! :–D

      (i fax erano il futuro, come abbiamo potuto abbandonarli?)

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