La vida era eso: recensione del film

La vida era eso (letteralmente traducibile come La vita era quello) è un film del 2020 scritto e diretto da David Martín de los Santos, vincitrice del Festival del Cine Europeo di Siviglia nel 2020. Il film narra la storia di María (Petra Martínez), un’anziana signora che grazie ad un incontro in ospedale con una giovane (Anna Castillo) dà una scossa alla sua vita grigia e comincia finalmente a provare delle emozioni.

Voglio essere onesto: 109 minuti per raccontare una storia così mi sono sembrati eccessivi, forse perché qualche anno fa ho visto un cortometraggio che la stessa storia riusciva a raccontarla molto meglio e in meno di venti minuti: Un billete a nunca jamás, di Jorge Naranjo (2016), che è pure presente su YouTube. In molti momenti il film di de los Santos mi ha dato l’impressione di non sapere dove andare a parare, di arenarsi, di non avere una reale struttura.

Certo, mi è piaciuto il personaggio interpretato dalla bravissima Petra Martínez, una signora anziana sposata da 48 anni con due figli che vede raramente e con cui non ha fortissimi vincoli affettivi. Niente di esagerato, semplicemente una famiglia un po’ fredda e in cui nessuno pensa di dover dimostrare quotidianamente affetto o amore agli altri.

A farle aprire gli occhi ecco il contatto con Verónica, il personaggio di Anna Castillo, che interpreta sempre la stessa ragazza ribelle e piena di vita, che sia in El olivo (2016), La llamada (2017) o Mediterraneo (2021). La sua esuberanza fa capire all’ultrasettantenne che non c’è ragione per non lasciarsi mai andare, e così comincia un’avventura alla ricerca della famiglia della ragazza (deceduta prematuramente per un problema al cuore).

In questo viaggio in Almería riesce a sentirsi viva grazie allo strambo proprietario di un bar chiamato Luca (Florin Piersic Jr.) e all’ex-ragazzo di Verónica, Juan (Daniel Morilla). Non fa niente di particolarmente folle, ma finalmente la si vede sorridere e uscire dagli schemi logori della sua vita in Belgio con un marito (Ramón Barea) che nemmeno la guarda più e coi figli che si preoccupano per lei se la vedono diversa dal solito, ma che non vanno oltre il minimo sindacale nei rapporti familiari.

Il film ha due problemi principali secondo me. Il primo è che non riesce a creare alcuna empatia per Verónica, cosa abbastanza grave visto che è la sua morte a mettere in moto l’intera vicenda. Io che piango anche guardando la pubblicità dei frollini, sono semplice rimasto incredulo di fronte a questo evento chiave della storia, ma niente di più.

Il secondo è che una volta esaurita la ricerca della madre di Verónica, il film si perde, non sa più cosa raccontare, diventa una successione di scene scollegate tra di loro: María nel bar di Luca, María che va in città cercando un autobus, María da Juan, María di nuovo al bar, María che cammina tra le serre del famoso Mar de plástico

Ammetto di aver perso interesse ben presto, e il ritmo soporifero non mi ha aiutato ad arrivare in fondo al film. Eccetto la bravura dell’eccelsa Petra Martínez, non saprei cos’altro segnalare di meritevole in La vida era eso. Se volete un consiglio, meglio guardare il cortometraggio di cui sopra. Ciao! 


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10 risposte a "La vida era eso: recensione del film"

  1. Eh, quando alle volte si ha una buona idea iniziale ma poi non la si riesce a sostenere fino in fondo. A parte che ho la sensazione generale che sia nei libri che nei film tendano sempre ad allungare il brodo. Troppo poco essenziale e troppo contorno inutile, quasi fosse uno scandalo fare un film di 90 minuti o un libro di sole 200 pagine.

    Forse non è stata data troppa enfasi alla morte di Veronica (ma a che minunto è successo? cioè, quanto tempo è rimasta in scena Veronica? non tanto, mi pare di capire) perché ci si voleva mettere l’accento sulla vecchia e il suo cambio di vita. Cioè, forse l’emozione che doveva arrivare allo spettatore era quella legata al cambio di vita più che al dolore della morte per la giovane. (ipotizzo io, eh)

    Un film che mi era piaciuto moltissimo sul tema della vecchiaia, con tutti i suoi casini, nonché questioni legate ai rapporti familiari è Nebraska. L’ho trovato così realistico nella realizzazione, doloroso ma anche speranzoso. Non so se l’hai visto.

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    1. Non conosco Nebraska ma me lo appunto, vedo che c’è pure l’ottimo Bruce Dern: grazie!

      Ho sempre più spesso quella sensazione pure io. Quando guardo film degli anni Settanta o Ottanta molto spesso stanno sui 90 minuti e di solito riescono a raccontare bene quello che vogliono raccontare, non capisco il bisogno di allungare il formato film per forza ai 120 o 150 minuti (l’ultimo film di Del Toro ne è un drammatico esempio).

      Bello il mio Philip K. Dick che aveva il dono della sintesi, non come Frank Herbert che invece aveva il dono opposto, per dirne uno!

      (sul film: la morte di Veronica arriva abbastanza presto, tanto che tutta la parte dell’anziana che vaga a caso in Spagna e incontra gente a caso si fa veramente lunga)

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      1. Mi unisco al consiglio di Kukuviza: “Nebraska” l’ho adorato anch’io. All’inizio è strano, sembra tutt’altro tipo di film, ma d’un tratto ti conquista e non ti molla più.

        Herbert mi ha sempre tenuto lontano proprio perché anche in narrativa non mi attira la prolissità, però ho scoperto che esistono gli audiolibri italiani di “Dune”, ed ora che sono drogato perso di audiolibri non è escluso che finalmente affronti quei “mattoni” ^_^
        In effetti i romanzi che ho letto di Dick erano abbastanza “asciutti”, privi di inutili lungaggini, ma erano opere “giovani”: tutt’altro discorso per “Noi marziani”, che è un sassolino che si comporta da montagna…

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        1. Ricevuto su Nebraska! :–D

          Su Herbert, io consiglio i primi due, al massimo i primi tre. Ma God Emperor of Dune non lo consiglierei nemmeno al mio peggior nemico, e Heretics of Dune non mi ha fatto cambiare idea. Appena ho il coraggio di leggere Chapterhouse: Dune aggiornerò (o no) il mio giudizio!

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  2. Quando un regista non riesce a far commuovere lo spettatore dalla morte di un personaggio, è chiaro che sta sbagliando qualcosa. Anch’io sono fan della brevità, nel senso che di solito una storia di questo genere non ha così tanti argomenti da riempire al lunga durata, quindi è meglio andare al succo ed evitare lungaggini, che non fanno che peggiorare la situazione.
    Sono per la formula televisiva: 80-85 minuti, che sia thriller, drammatico, romantico o natalizio, non importa l’argomento, tutto si può raccontare a dovere in quel minutaggio che non lascia spazio alla noia 😉

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    1. D’accordo su tutto, e se non riesce a commuovere me che mi commuovo ai trailer prima dei film, siamo messi veramente male. In questo caso per un po’ non avevo nemmeno capito che il personaggio fosse morto…

      La durata di 90 minuti o meno pure per me è ideale, penso agli Evil Dead di Raimi, Duel di Spielberg, Stand By Me, Paths of Glory di Kubrick… ci sono così tanti esempi perfetti!

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  3. Aunque encuentro la película un poco imperfecta, sobre todo en el tramo central, veo que a mí me enganchó más que a ti. Yo la encuentro una ópera prima sencilla pero llena de luz. Me gustó su mensaje y la manera de mostrarlo. Y esa inmensa Petra Martínez. Quizá esperaba menos y me acabó enganchando.
    Un abrazo:
    Felipe.

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    1. Hola! Gracias por tu comentario! Has visto el cortometraje que he mencionado en el artículo? Creo que te podría gustar! :–)

      PS: No sé si has leido en italiano o en español con Google translate, no debería hacer un mal trabajo… creo!

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      1. No he visto el cortometraje, pero lo apunto.
        Respecto al idioma, lo he leído en italiano, como la de Del Toro, y ningún problema. Muy parecido al español aunque me salte alguna duda. A partir de ahora te leeré el italiano.
        Un abrazo:
        Felipe

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