Panic Room: recensione del film

Panic Room è un film del 2002 diretto da David Fincher e scritto da David Koepp (un veterano di Hollywood con alle spalle film di un certo peso come Jurassic Park, 1993, e Mission: Impossible, 1996). Fincher stesso veniva da un trittico di film generalmente ben considerati come Seven (1995), The Game (The Game – Nessuna regola, 1997) e Fight Club (1999), e grazie anche ad un cast stellare Panic Room prometteva davvero tanto. E com’è questo Panic Room?

È un thriller relativamente minore in quanto a budget e intenti rispetto ai lavori precedenti del regista di Denver, e si svolge al 99% all’interno di un singolo appartamento. Certo, è anche vero che l’appartamento fu costruito da zero al modico costo di 6 milioni di dollari, tanto per mettere l’accento sul relativamente di cui sopra (si è parlato tanto della casa di Parasite, anch’essa costruita appositamente per il film: Fincher did it first).

Ma insomma, ecco la trama in due parole. La ricca e recentemente separata Meg Altman (Jodie Foster) si trasferisce con la figlia Sarah (Kristen Stewart) in un enorme appartamento di Manhattan che include una cosiddetta panic room, cioè una stanza dove rifugiarsi in caso che dei malintenzionati entrino nella casa aspettando al sicuro l’arrivo della polizia. E proprio durante la prima notte tre malintenzionati entrano nella villa con lo scopo di entrare in quella stanza dove sanno essere custoditi tre milioni di dollari.

A capo dei tre ecco Junior (Jared Leto), nipote del precedente proprietario, che si è portato dietro colui che quella stanza l’ha costruita, Burnham (Forest Whitaker) e il misterioso Raoul (Dwight Yoakam). Ciò che segue è un pericoloso gioco del gatto col topo tesissimo che Fincher sa condurre con maestria dall’inizio… No, non fino alla fine, almeno secondo me. Se infatti si nota la bravura del regista in molti passaggi e nella costruzione di molte scene, secondo me ci sono vari momenti in cui il virtuosismo non aggiunge niente alla narrazione e, anzi, risulta fine a sé stesso e svia l’attenzione dello spettatore facendo perdere parte di quella tensione che è la chiave in un thriller del genere.

Mi riferisco ai fluidi movimenti di camera assolutamente impossibili fisicamente con l’obiettivo che passa attraverso serrature, tubi, ringhiere e chi più ne ha più ne metta, per esempio. Per niente necessari e artefatti, non comunicano niente e danno la sensazione di vedere qualcosa di costruito, facendo perdere le sensazioni di paura e tensione che invece arrivano benissimo nella maggior parte del film.

Personalmente ho trovato anche il finale un po’ debole con il ladro buono che rinuncia a svariati milioni di dollari per salvare persone mai viste prima e con il poliziotto più intelligente del mondo che organizza una retata in piena regola sulla base di un suo personale sospetto (ed è così facile ottenere l’autorizzazione di un giudice per fare un raid negli Stati Uniti?).

Questo non vuol dire che Panic Room sia da buttare via! Tutti gli attori, che alla fine sono solo cinque, offrono delle ottime performance e l’ora e quaranta di film scorre via veloce. Certo, bisogna passare sopra ad alcune scene poco credibili come quella dell’esplosione della bombola del gas e anche a degli evidenti buchi di trama (come è possibile che i ladri non rompano le telecamere con cui la Altman e sua figlia vedono ogni loro mossa?). Ma anche se non è forse tra i migliori film di Fincher, rimane un film che mi sento di consigliare, fosse anche solo per il ribaltamento dei soliti ruoli con dei ladri maschi decisamente incompetenti e una vittima donna assolutamente brillante e capace di cavarsela contro tutto e tutti. Ciao! 



13 risposte a "Panic Room: recensione del film"

  1. E’ tanto che non lo rivedo ma all’epoca mi è piaciuto parecchio. Lo stile di Fincher è particolare e lo apprezzo, era ancora il periodo in cui faceva “volare” ovunque l’obiettivo. Magari se lo rivedessi oggi non mi piacerebbe come quella prima volta, per questo preferisco non rischiare 😛

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  2. Sono anni che non lo rivedo più. Ammetto che la prima volta mi piacque molto perché aveva quella base da home invasion molto interessante con un budget basso ma non misero. Ho trovato molto interessante la recensione e la tua analisi sulla regia. Dovrei rivederlo davvero, forse oggi noterei più elementi interessanti. Ottimo lavoro.

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    1. Grazie mille, sei gentilissimo!

      Probabilmente alla prima visione funziona meglio perché ci si concentra sullo shock value e sulla tensione che comunque costruisce per lo più bene. A visioni successive magari saltano fuori elementi e caratteristiche meno convincenti… almeno per me! :–)

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  3. L’ho visto molto tempo fa e all’epoca la stewart aveva ancora qualche espressione facciale, non quella da pesce addormentato che aveva da twilight in poi.
    Se han speso 6 milioni di dollari per l’appartamente, avran pensato che lo dovevano filmare in tutte le salse, in tutti i buchi e pertugi, fa sempre figo per lo spettatore moderno. Anche a me non sa di niente, è tutto fumo negli occhi

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