D.C. Cab: recensione del film

D.C. Cab (letteralmente: Taxi di Washington D.C.) è un film del 1983 scritto e diretto da Joel Schumacher. È una commedia corale con nel cast un sacco di attori, stand up comedians, e qualche comico del giro di National Lampoon. Molti di quei volti sono ignoti a noi italiani, ma io ho riconosciuto almeno Bill Maher (bravo stand up comedian e adesso anche conduttore televisivo), il mitico Gary Busey qui sopra le righe come non mai, e Mr. T, che nello stesso anno cominciò a lavorare anche nell’A-Team.

La trama è la seguente. Il giovane Albert (Adam Baldwin) va a Washington col sogno di diventare taxista e va dal vecchio compagno d’armi di suo padre Harold (Max Gail) che è titolare di una scalcinata compagnia di taxi, la D.C. Cab. Lì Albert conosce i vari sbandati che lavorano per Harold che gli insegnano i trucchi del mestiere, e servirà una piccola avventura per cambiare le loro vite.

Il film è chiaramente diviso in tre atti. Il primo è composto da una serie di sketch che vedono Albert accompagnare prima uno e poi l’altro folle taxista della D.C. Cab. Nel secondo atto sorge la possibilità di migliorare le condizioni di lavoro di tutti quanti grazie al ritrovamento di un prezioso violino ma le cose vanno malissimo, e nel terzo atto tuttl si risolve. È una commedia, dopotutto, quindi non manca il lieto fine!

Il primo atto è quello che mi ha colpito più degli altri, un po’ perché alcune scene fanno effettivamente ridere, e un po’ perché nonostante il tono sia leggero, quasi sembra di vedere un film indipendente che mostra un lato scomodo della capitale degli Stati Uniti (ricordando alla lontana i lavori di Jim Jarmusch o di Ralph Bakshi, per dire).

Invece ho trovato i due mcguffin usati per far andare avanti la trama poco solidi. Passi il violino perduto, ma il rapimento finale che trasforma tutto in un maldestro film d’azione proprio non funziona. Essendo un film di poco più di novanta minuti si lascia comunque guardare, ma secondo me si nota come le idee brillanti siano tutte concentrate all’inizio.

La colonna sonora merita una menzione a parte. Composta da Giorgio Moroder, da sempre apprezzato più all’estero che in patria, grida anni Ottanta con ogni nota e per questo risulta perfetta per accompagnare le azioni di questi taxisti mezzi matti vestiti nei modi più assurdi, ma naturalmente in linea con le mode del tempo. Inoltre nel film appare Irene Cara nei panni di sé stessa che canta la canzone finale (The Dream (Hold On to Your Dream)). Se il suo nome non vi dice molto, sappiate che è la cantante della canzone leggermente famosa Flashdance… What a Feeling, dal film Flashdance sempre del 1983, con musica, ma guarda un po’, di Giorgio Moroder.

Naturalmente il messaggio del film è positivo, totalmente in linea col solito sogno americano che non manca mai in questi feel good movies, specie negli anni Ottanta, ma se preso per quello che è D.C. Cab è un prodotto piacevole, datato ma in senso positivo: la recente ondata di nostalgia per gli anni Ottanta farebbe bene a riscoprire film così invece di inventarsi un’epoca che non è mai esistita! E poi è da tanto che voglio scoprire la filmografia di Joel Schumacher, quindi da qualche parte dovevo pur cominciare… Ciao! 

PS: la battuta più bella è nella scena post credit: “Got any luggage?



4 risposte a "D.C. Cab: recensione del film"

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