The Who: un post musicale

The Who. Chi? I Chi. Ah ah. Se vi piace la musica rock, ci sono zero possibilità che non conosciate questo gruppo inglese il cui primo album risale al 1964 e che è tuttora in attività, tanto che ho pure assistito ad un loro concerto non molti anni fa (ne parlerò).

Alcune canzoni degli Who sono leggendarie, e penso a My Generation, Pinball Wizard, Baba O’Riley (con cui spesso i Pearl Jam chiudevano i loro concerti), Behind Blue Eyes, Who Are You… e pure alcuni album lo sono: Who’s Next su tutti (1971, con quella irriverente copertina in cui i membri del gruppo fanno pipì su un monolite in stile 2001: A Space Odyssey, Odissea nello spazio, 1968), e poi due che sono pure dei film (Tommy e Quadrophenia, del 1969 e 1973).

Insomma, il gruppo di Roger Daltrey (voce), Pete Townshend (chitarra), John Entwistle (basso) e Keith Moon (batteria), si è meritato il suo posto nella storia del rock non solo per aver chiuso una delle serate di Woodstock nel 1969 (hanno fatto pure quello). E per molto di più di avere sfasciato strumenti e palchi interi alla fine di molti loro concerti!

Personalmente mi sono avvicinato alla musica degli Who quando mio fratello comprò Who’s Next in CD allegato a un qualche giornale tipo Repubblica o il Corriere più di venti anni fa. Lo ascoltai infinite volte, e poco a poco mi misi ad esplorare il resto della discografia del gruppo, scoprendo gli esordi molto meno epici e più chiassosi/rivoluzionari, e poi notando anche un certo calo di qualità ed energia, specialmente nei due album che il gruppo fece uscire dopo la morte di Moon (che fece del Live Fast, Die Young la sua filosofia di vita) prima di mettere in pausa la propria attività per qualche anno.

Di conseguenza, se penso agli Who io li associo a composizioni grandiose e progetti mastodontici come Tommy e Quadrophenia, più che alle loro prime canzoni di ribellione giovanile degli anni Sessanta. E penso alla batteria inarrestabile di Keith Moon, al basso energetico di John Entwistle, e alle grida di Roger Daltrey, oltre che alla rumorosa chitarra di Pete Townshend che comunque, personalmente, ho sempre considerato un gradino sotto agli altri grandi chitarristi elettrici della sua generazione come Jimi Hendrix, Jimmy Page, Toni Iommi e Ritchie Blackmore, per nominarne giusto qualcuno.

Il 16 giugno del 2013 finalmente riuscii a vedere gli Who dal vivo, nella O2 Arena di Londra. Se avessi potuto scegliere, sinceramente, non sarei andato al concerto celebrativo del cinquantennale di Quadrophenia (preferisco i due album immediatamente precedenti), ma non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione, visto che al tempo vivevo a Oxford, a due passi dalla capitale britannica.

La setlist (che riporto qui sotto per completezza) naturalmente fu per l’80% fatta dalle canzoni di Quadrophenia, e fu completata da una manciata di grandi successi, il momento per me migliore della serata. Mi dispiace anche non aver visto la formazione con Zak Starkey alla batteria (il figlio di Ringo Starr), che in quell’occasione fu rimpiazzato da Scott Devours, ma naturalmente i membri importanti della band c’erano tutti e due: Roger Daltrey e Pete Townshend! Per Keith Moon e John Entwistle era troppo tardi, ma in video apparvero pure loro in un paio di pezzi. 

Il concerto fu una spettacolare celebrazione del passato fatta da dei musicisti esageratamente bravi e con decenni di palchi sulle spalle, non credo si potesse chiedere di più. Certo, io sono dell’idea che concerti del genere vadano vissuti in piedi, tutti pigiati e sudati, ma questo toccò goderselo a sedere insieme ad altri trentamila rocker che di sicuro volevano pure loro alzarsi in piedi e tirare per aria le sedie… Credo anche durante lo show del gruppo spalla (i Vintage Trouble, di Los Angeles), il cui cantante (Ty Taylor) era una vera e propria bestia da palcoscenico che correva da tutte le parti e sprigionava un’energia pazzesca! 

Insomma, The Who per me sono una delle colonne portanti del genere hard rock che tanto adoro, e li risento come influenze in moltissimi gruppi più moderni dai Rush ai già nominati Pearl Jam, e pure i Jane’s Addiction (per non nominare gruppi punk che magari si vergognerebbero dell’associazione, ma che in realtà sono in debito nei confronti della band londinese). Ciao! 

PS: ecco il mio (orribile) biglietto per il concerto di cui ho parlato e qualche foto di quella stessa serata scattata da Alex Barron-Hough e presa dal sito ufficiale degli Who:

PPS: ecco la setlist, come promesso (con qualche link a video di YouTube della serata in cui ero nel pubblico):


12 risposte a "The Who: un post musicale"

  1. Strano che non abbia detto, come una mia collega: “Ah, quelli delle sigle di CSI?” 🙂
    Mi piacciono gli Who, e a suo modo reputo Pete un grande chitarrista: l’autore non si discute, ma anche lo strumentista, capace come pochi di inventarsi uno stile a cavallo fra ritmico e solista davvero originale. Non gli ho mai perdonato invece di continuare il tour subito dopo la morte di The Ox: show must go on, ok, ma suoni con lui da 40 anni, possibile che non ti venga da dire “stop”? Ma anche gli Stones hanno fatto così con Watts…

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    1. Ammetto di non aver mai visto CSI! O__o

      Townshend è un grandissimo della chitarra, non volevo sminuirlo troppo, e dal vivo era incredibile come potesse fare il solista e il ritmico allo stesso tempo mentre saltava dappertutto e faceva pure i cori alti a Daltrey. Era impressionante, naturalmente, però se penso a dei soli che mi hanno segnato o dei riff che so a memoria, mi vengono in mente quelli di altri di quegli anni lì…

      Poi poteva permettersi di fare tanto ritmo con Entwistle che faceva quelle melodie incredibili al basso, riempiva più lui di due chitarristi aggiunti!

      Sul continuare i tour, i Foo Fighters hanno annullato tutto per la morte di Taylor. Anche a me sembra strano che gli Who non l’abbiano fatto (o gli Stones), ma chissà che gli passava per la testa a ‘sta gente…

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  2. Conosco pochissimo il gruppo, a parte le canzoni più famose, mentre Roger Daltrey mi è capitato diverse volte di apprezzarlo come attore. A parte il suo delizioso ruolo di doppio gemello ne “La commedia degli errori”, uno dei pochi sceneggiati shakespeariani della BBC che mi è piaciuto da ragazzino, negli anni Ottanta, una ventina d’anni fa faceva un piccolo ruolo ricorrente nella serie TV “Rude Awakening”, dove interpretava – indovina un po’? – una rockstar sballata che cercava di smetterla coi vizi 😛

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    1. Poi Eddie è un amicone di Townshend, ha cantato con gli Who un sacco di volte negli ultimi vent’annni! Dice che Townshend lo aiutò anche a superare la tragedia di Roskilde, appoggiandolo perché non lasciasse perdere tutto (lui aveva avuto pensieri simili alla morte di Moon).

      E nemmeno io mi stupisco di questa ennesima affinità musicale. :–D

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