A Farewell to Arms: recensione del film

A Farewell to Arms (Addio alle armi, 1932) è un film di Frank Borzage basato sull’omonimo romanzo di Ernest Hemingway pubblicato due anni prima. Chiariamo subito che ho visto la versione di 89 minuti che sembrava essere perduta ma che fu ritrovata e pubblicata in DVD nel 1999 grazie ad una pellicola trovata nella collezione privata di David O. Selznick, e non la versione più corta e giudicata confusionaria che circolò dal 1938 in poi. 

Italia del nord, Prima Guerra Mondiale. Frederic Henry (Gary Cooper) è uno statunitense autista di ambulanze che arriva in un paese dove trova il suo grande amico il capitano Rinaldi, un dottore italiano (Adolphe Menjou, che parla con un passabile accento italiano). Subito gli ruba la ragazza di cui è innamorato, l’infermiera Catherine Barkley (Helen Hayes), che amico! E immediatamente dopo disubbidisce ad un ordine diretto per stare con lei, che soldato! Lei le dà una medaglietta di Sant Antonio per proteggerlo e quello viene ferito appena arriva al fronte, che santino! E poi Ronaldi fa di tutto per separare Frederic e Catherine che si amano, che amico (e due)! Ma l’amore tra i due è più forte di tutto, anche della guerra. 

C’è da dire che questo amore non si sa da dove nasca, visto che i due a malapena parlano tra di loro per cinque minuti prima di trovarsi follemente innamorati l’uno dell’altra, ma all’epoca era sufficiente mettere insieme due stelle del cinema nel cast per far assumere agli spettatori che non potessero far altro che essere degli innamorati. 

Insomma, nonostante l’ambientazione, A Farewell to Arms è un film romantico, non di guerra, visto che quest’ultima quasi non si vede, o almeno non si vedono battaglie e si resta quasi tutto il tempo negli ospedali pieni di soldati feriti o in città lontane dal fronte. Gli orrori della guerra sono lasciati ad un montaggio nella parte finale del film sottolineato da una musica epica e drammatica in cui Frederic sfugge alla morte per un pelo. 

È infatti l’amore tra lui e Catherine al centro di tutto, tanto che lei scappa in Svizzera appena lui viene mandato al fronte, e lui diserta per cercarla quando non riesce a comunicare con lei via posta. E il finale tragicissimo mostra sì la fine della guerra che viene festeggiata da tutti, ma si sofferma su un Frederic devastato che tiene tra le sue braccia il corpo senza vita di Catherine, dopo aver saputo che il loro figlio era uscito morto dal grembo di lei. Sussurra senza forza “Peace, peace…” (Pace, pace…). Tremendo, e non mi sorprende che nel 1938 si fosse optato per tagliare questa ultima scena lasciando una speranza sulla possibilità che Catherine potesse sopravvivere. 

Temi e trama a parte, ho trovato vari motivi di interesse in questo film. Per esempio, è splendida la lunghissima soggettiva di Frederic all’arrivo all’ospedale di Milano, coi vari personaggi che quando parlano con lui fissano direttamente la telecamera. Divertente poi il tempo che passa mostrato didascalicamente con i nomi dei mesi che si susseguono come fossero marionette per poi sfumare in un reale spettacolo di marionette visto da Frederic e Catherine

E funziona benissimo anche la scena in cui Catherine descrive una stanza da sogno in Svizzera mentre la telecamera ci mostra la realtà ben più squallida. Infine, bello il montaggio che fa un parallelo tra le mani di Frederic che rema per raggiungere Catherine, quelle di lei senza forza sul letto di ospedale durante il parto, e quelle dei dottori che provano ad aiutarla. 

Inoltre, il film è accurato dal punto di vista storico quando menziona la vittoria sul Piave dell’esercito italiano contro gli austriaci (la cosiddetta battaglia del solstizio) e le sue conseguenze sulla fine del conflitto. D’altronde Hemingway, allora diciottenne, era proprio lì a lavorare su un’ambulanza! 

Infine, mi ha fatto sorridere come l’unico personaggio italiano sia fortemente negativo (eppure nel 1932 non ci eravamo ancora messi a fare la guerra contro gli Stati Uniti!). Rinaldi è infatti uno spregevole, non solo per come si comporta con i due amanti, ma anche perché censura tutta la posta in arrivo per i soldati senza nemmeno aprirla. Meno male che ha almeno un momento di redenzione quando aiuta Frederic ad andare in Svizzera

Concludo qui, consigliando certamente la visione di un film datato, certo (son passati novant’anni!), ma che offre molti motivi di interesse (non ho scritto che sia Gary Cooper che Helen Hayes sono bravissimi) per una visione ancora oggi. E che dimostra, come se ce ne fosse bisogno, quanto la guerra sia la cosa più orrenda che si possa immaginare, e in tempi come questi pare che qualcuno se lo sia dimenticato. Ciao! 



6 risposte a "A Farewell to Arms: recensione del film"

  1. Questo mi manca, e mi intriga molto il fatto che la pellicola sia stata ritrovata in tempi così recenti.
    Gli italiani sono sempre state infidi, anche prima della guerra: mi sono capitati film degli anni Trenta dove non ci facciamo una bella figura, e in seguito sarà una moda purtroppo dura a morire, fra mafia e mandolino 😛

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  2. Non l’ho visto, ma ho letto il libro che mi è piaciuto tantissimo! Anche lì la storia d’amore arriva quasi calata dal cielo, loro passano più tempo insieme di quanto facciano nel film, mi sembra, però lei è talmente idealizzata che non si capisce bene come una persona possa veramente provare qualcosa per lei.

    Piace a 1 persona

    1. Ammetto che Hemingway come scrittore non mi abbia mai fatto impazzire… però non ho letto questo suo libro e prendo per buono il tuo giudizio! Nel film comunque mi sembra che abbiano fatto pochi sforzi per migliorare l’aspetto della storia d’amore…

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