Copycat: recensione del film

Copycat (con aggiunto Omicidi in serie per l’Italia) è un thriller del 1995 scritto da Ann Biderman e David Madsen e diretto da Jon Amiel. Forse mi sbaglio, ma almeno in Italia mi sa che è stato abbastanza dimenticato, ingiustamente, secondo me. Io me lo sono trovato a un euro in DVD nel mio negozio di fiducia e sono proprio contento di essermelo guardato.

Di che tratta Copycat, e perché secondo me non merita di essere dimenticato nel mucchio di thriller anni Novanta che infestavano la TV del tempo? La famosa psicologa Helen Hudson (Sigourney Weaver), specializzata in serial killer, viene presa di mira da uno di essi, Daryll Lee Cullum (Harry Connick Jr.). Si salva per miracolo, ma ne esce traumatizzata, rinchiusa in casa ed agorafobica. Qualche tempo dopo, decide di provare ad aiutare la polizia alle prese con un nuovo serial killer che pare rimettere in scena omicidi precedenti e fatti da altri assassini in serie.

Le indagini sono in mano all’ispettrice (o ispettore?) Monahan (Holly Hunter), aiutata dal suo partner Ruben Goetz (Dermot Mulroney).

Prima di tutto, rispetto a molti dei film dello stesso genere del periodo, Copycat fa una scelta coraggiosa: quella di mostrare il criminale quasi sin dall’inizio, non puntando così sulla classica rivelazione a sorpresa nel finale. In questo, è più vicino a The Silence of the Lambs (Il silenzio degli innocenti, 1991) che non a The Usual Suspects (I soliti sospetti, 1995), per dirne uno. In realtà i punti di contatto col primo film sono molteplici, dalla protagonista femminile (anzi, le protagoniste), fino al doppio killer, uno in carcere e uno fuori (il già citato Connick Jr. e William McNamara).

In ogni caso, Copycat risulta avvincente e con molte cose fatte bene, dalla caratterizzazione dei personaggi principali fino ad un cattivissimo finale che lascia senza fiato, e su cui giustamente il regista indugia per parte dei titoli di coda…

Sigourney Weaver interpreta molto bene la psicologa agorafobica, si nota come avesse studiato quella malattia a fondo, ma anche la Hunter, nonostante la sua taglia, è del tutto credibile come detective decisa e competente. I serial killer, poi, fanno paura per davvero! Purtroppo, va detto che il resto dei personaggi secondari non è minimamente all’altezza di questi quattro (ok, la Weaver è una spanna sopra, bisogna dirlo), e forse è qui che si nota di più il basso budget

E la mancanza di risorse il film la paga anche con un montaggio che ha vari problemi, tra scene che risultano mozze, o finite in modo frettoloso, e alcuni tagli che disorientano senza che quello sia l’intento del regista (si notano proprio degli errori in alcuni campi e controcampi). 

Però alla fine, forse grazie alle protagoniste e agli antagonisti così avvincenti, Copycat si fa guardare proprio volentieri, e si riesce pure a passar sopra una trama che avanza in modo non del tutto lineare in alcuni passaggi. Per esempio (spoiler alert), l’uscita di scena del compagno della Hunter, e quindi anche del collega ed ex-marito (J.E. Freeman), arriva dal nulla e non porta a nulla: se ne sarebbe potuto fare a meno e il film non ne avrebbe risentito, anzi, forse ne avrebbe giadagnato. Capisco che serva a riallacciare l’introduzione del personaggio della Hunter con la sua scena finale, ma sinceramente si sarebbe potuto fare di meglio. Di fatto, funziona meglio a livello di trama la morte dell’amico omosessuale della psicologa (John Rothman), pur apparendo soltanto in pochissime scene! 

E poi il finale è veramente devastante, mi ha sorpreso molto una tale cattiveria in un film hollywoodiano, pur se a tema serial killer. Ben dopo la fine dei titoli di coda rimane una grande tristezza per la nostra protagonista, e una mancanza totale di tranquillità. Come dormire sonni tranquilli, con quel personaggio che passa il tempo a creare discepoli capaci di azioni degne di lui stesso? Brr… Insomma, se lo chiedete a me, il consiglio è di recuperare Copycat, merita la visione ben più di altri thriller più blasonati o ricordati. Ciao! 


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15 risposte a "Copycat: recensione del film"

  1. All’epoca ero un fresco “fan alieno” quindi Sigourney Weaver era la mia paladina: scoperto che usciva in sala un suo film ero già davanti al cinema coi pop-corn ^_^

    All’epoca fu molto pompato, ci hanno speso dei soldi nella campagna pubblicitaria e ogni rivista, non solo di cinema, ne annunciava l’uscita, anche perché le due attrici protagoniste erano le più “bollenti” del momento: Siggy era la più pagata di Hollywood e Holly era fresca di Premio Oscar, quindi il film prometteva di essere una bomba.
    Invece poi in sala la bomba non c’è stata, la qualità era buona ma all’epoca TUTTI i film in sala avevano una qualità altissima, rispetto ad oggi, quindi “Copycat” addirittura sembrava un titolo minore, quasi a risparmio con il suo svolgersi in pratica quasi tutto in una stanza.
    Rivisto recentemente, mi sembra invece un capolavoro, perché nel frattempo neanche i film di serie A hanno la sua qualità tecnica.

    Sappi che ti invidio la tua copia DVD e stanotte verrò a rubartela 😀

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    1. Ma non devi rubarla, se passi da Siviglia te la regalo volentieri e si esce a fare due chiacchiere con una birra, pure! :–)

      La mia spiegazione del fenomeno che hai descritto sul livello medio dei film è che prima esistevano film a basso, medio e alto budget. Adesso il medio budget è scomparso, e quindi o becchiamo le bombe da duecento milioni di dollari fatte secondo le indagini di mercato che devono piacere a tutti o i film a basso budget spesso mediocri.

      E poi le manovalanze prima erano mediamente molto più brave, era un’altra storia girare su pellicola e von effetti speciali pratici, oggi col digitale son tutti registi e i risultati si vedono…

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      1. Considera poi che anche i filmoni miliardari sono fatti in modo che sembrino degli screensaver: dov’è finita la fotografia? Il chiaro-scuro? La profondità di campo? Sembrano tutti dei videogiochi, tutti illuminati piatti. Negli anni Novanta invece anche i film molto meno ambiziosi avevano caratteristiche tecniche al bacio 😉

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