Metropolis: recensione del libro

Metropolis è un film del 1927 diretto da Fritz Lang considerato quasi unanimemente un capolavoro del cinema e fonte di ispirazione per la maggior parte della fantascienza apparsa sul grande schermo (vengono spesso citati come film debitori di Metropolis i vari Blade Runner, 1982, Brazil, 1985, e financo Star Wars, Guerre stellari, 1977).

Forse non tutti sanno che la sceneggiatura del film fu scritta a quattro mani proprio da Fritz Lang con la sua moglie di allora, Thea von Harbou, a partire da un libro di quest’ultima. Ed è proprio questo libro che mi sono letto nella sua edizione inglese con una traduzione del 2004 che apparentemente ha migliorato non poco quella circolata in precedenza. Ecco le mie impressioni.

Magari è inutile riassumere la trama del libro, o forse Metropolis è il classico film che tutti conoscono ma che pochi hanno visto (ci sono deviazioni di trama tra libro e film, ma per lo più non troppo significative)! In ogni caso, sarò breve. In un futuro distante 100 anni (ma che ormai è alle porte, visto che il libro fu scritto nel 1925Metropolis è la più grande città mondiale. È governata da una elite (vestita con soffici tessuti bianchi) che sfrutta il lavoro delle masse (in tuta da operaio blu) indaffarate a far funzionare macchinari di ogni genere. Il creatore della città è Joh Frederson, ed è suo figlio Freder a mettere in moto gli eventi del libro dopo essersi innamorato a prima vista della bella Maria, una giovane che predica pace, amore e fratellanza tra tutti gli abitanti della città. Freder, per amore, sperimenta la vita degli oppressi, prova a generare un cambio, e rifiutando suo padre fa sì che quest’ultimo dia il via alla rivoluzione distruggendo la sua creazione (per permettere al figlio di ricostruirla).

Tra i temi trattati dal libro c’è quindi indubbiamente quello dell’amore, tanto è vero che una delle frasi ricorrenti del libro è quella che recita che il mediatore tra la mente e le mani debba essere il cuore. È fortissimo l’amore tra Freder e Maria, ma lo è anche quello di Joh Frederson per sua madre e per la defunta moglie Hel (amata alla follia anche dallo scienziato Rotwang). E poi Maria è un personaggio capace solo di amare, basti pensare al suo enorme atto di coraggio per salvare i figli degli operai dall’inondazione nell’ultimo atto del libro!

Insomma, per la von Harbou, l’amore è certamente l’unica forza capace di cambiare il mondo, anche con cambiamenti gattopardeschi che in realtà non cambiano nulla – ci arrivo in un attimo. Ma mentirei se dicessi che questo sia l’aspetto che più mi ha appassionato del libro. Mi ha fatto pensare molto di più quello legato alla lotta di classe e alla visione della rivoluzione presentata dalla von Harbou… 

Già, perché nel libro è evidente come le masse oppresse siano totalmente incapaci di pensare a qualcosa, tanto i lavoratori sono devastati fisicamente dai lavori che non lasciano loro alcuna energia. E quindi che fanno le masse? Si lasciano abbindolare da chiunque abbia un minimo di carisma! Prima Maria, che predica pace e amore. E poi la Maria creata da Rotwang e manovrata da Joh Frederson, che invece incita alla Danza della morte e alla distruzione dell’ordine costituito. E infine, e questo mi è sembrato il momento più impattante dell’intera lettura, dopo la distruzione le masse stanche, arrabbiate e ferite chiedono a Joh Frederson di guidarli nella rinascita di Meteopolis, proprio lui che li aveva oppressi sin dall’inizio e che ha causato tutta la morte e la distruzione usando il clone di Maria per ingannare tutti! Certo, ci sono Maria e Freder a fare da mediatori (il cuore che media tra il cervello, Joh, e le mani, gli operai), ma è tremendo vedere come i poveri e gli umili, pur in maggioranza, chiedano aiuto a chi li sfrutta e non ha nessun riguardo per le loro vite o la loro felicità. 

Se lo chiedete a me, questa visione della rivoluzione è abbastanza vicina a cosa ci ha insegnato la storia. Quando mai le masse povere si sono organizzate e hanno soverchiato il potere autonomamente? La risposta è mai, temo. Delle elite organizzate hanno sempre preso l’iniziativa e poi hanno preso il potere una volta vinta la propria rivoluzione, le masse sono sempre state usate per gli scopi di pochi! E non tiratemi fuori la famosa Primavera araba spacciata per il popolo che si ribella perché basta dare un’occhiata all’attuale situazione nel Nord Africa per tirare qualche chiara conclusione… purtroppo! 

Tornando a Metropolis, il finale apre alla speranza grazie all’amore (Maria e Freder), ma forse per il mio pessimismo io non ho potuto non notare il ruolo sottomesso della classe povera / operaia.

Altro tema di interesse del libro è la religione, che appare molto spesso. Un luogo fondamentale per lo sviluppo della storia è infatti la cattedrale gotica del monaco Desertus, nemico giurato di Joh Fredersen, ma che non sa fare altro che unirsi alla rivoluzione orchestrata da quest’ultimo praticamente a giochi fatti. E poi sono numerose le divinità menzionate nel libro e comparate alle macchine di Metropolis, non ultimo quel Moloch che tanta importanza ha nel film di Fritz Lang (ma che qui è solo uno dei tanti nomi che evocano la potenza delle macchine nel sottomettere la classe operaia insieme a Baal, Huitzilopochtli e Durgha). 

La prosa di Thea von Harbou è prolissa barocca e ripetitiva (non ho letto l’originale in tedesco, ma assumo che la traduzione dia ben fatta) e ben si sposa con la ridondanza distopica del libro, quindi non stucca affatto, anzi aiuta ad entrare nella testa di questi personaggi costretti a ripetere azioni spossanti e che vivono in una realtà distopica che nella prima parte del libro viene dipinta in un modo davvero spettacolare.

Per concludere, sono felicissimo di aver colmato questa mia lacuna letteraria perché Metropolis è un libro che mi ha dato molto sia per i temi toccati che per l’atmosfera in cui mi ha fatto sprofondare nelle ore che ho dedicato alla sua lettura. Sono tantissime le scene che mi sono immaginato in modo vivido (la discesa nelle catacombe, l’esplorazione della casa di Rotwang, il combattimento sul tetto della cattedrale, l’inondazione della città…)!

E poi mi sono documentato un po’ sull’autrice e non mi sono del tutto sorpreso quando ho scoperto che, dopo essersi lasciata da un Fritz Lang in fuga dal nazionalsocialismo, la von Harbou aderì al regime e lavorò non poco nella Germania governata da Adolf Hitler. Alla fine, quella di quest’ultimo fu infatti l’ennesima rivoluzione orchestrata da una piccola elite, proprio come succede in Metropolis (e sappiamo tutti a che conseguenze catastrofiche portò…). Ciao! 

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7 risposte a "Metropolis: recensione del libro"

  1. Dimenticata l’antica edizione italiana, per fortuna negli anni Novanta una serie di libri da edicola ha ristampato vecchi titoli a poco prezzo e così “Metropolis” della Von Harbou è tornato alla luce, a due spicci in edicola! Mi è molto piaciuto il libro principalmente perché approfondiva quello che Lang non aveva mezzi per portare su schermo, quindi i caratteri dei personaggi e le dinamiche di scene grandiose visivamente ma per forza di cose troppo veloci nell’approfondimento.
    Non va poi dimenticato che la Von Harbou è fra le rarissime donne ad aver scritto di una ginoide, le donne artificiali difatti da duecento anni sono prerogativa assoluta di scrittori uomini, quindi il libro per me ha un valore aggiunto 😉

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    1. E la ginoide ha un ruolo fondamentale nella storia! Davvero un libro splendido, ho la sensazione che mentre il film rimane e rimarrà indelebile nella storia del cinema, la sua controparte letteraria sia un po’ dimenticata, ingiustamente. Il fatto che anche l’editoria italiana non le abbia fatto giustizia conferma questo sospetto, purtroppo!

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