V for Vendetta: recensione del film

V for Vendetta è prima di tutto una graphic novel di Alan Moore illustrata da David Lloyd che non esito nemmeno per un secondo a definire un capolavoro. Nel 2005 è stata portata sullo schermo da James McTeigue, un regista con un curriculum dove spiccano questo film e l’aver diretto la seconda unità in The Matrix (1999), e non a caso il film V for Vendetta (in Italia è V per Vendetta) è un progetto delle sorelle Wachowski che ne firmano la sceneggiatura. Alan Moore naturalmente non ha voluto che il suo nome apparisse nemmeno per sbaglio in questo prodotto, che è quindi ufficialmente basato sulla graphic novel disegnata da Lloyd (e scritta da… nessuno!).

Ha fatto bene Moore a dissociarsi dal film? È un lavoro così tremendo, a livello di The League of Extraordinary Gentlemen (La leggenda degli uomini straordinari, 2003)? Come risposta alla prima domanda, non possiamo far altro che rispettare la volontà di Moore e accettare la sua decisione. La risposta alla seconda domanda è un deciso no, V for Vendetta non arriva al livello del materiale originale, ma è comunque un film dignitoso, a tratti brillante, e che inevitabilmente semplifica molti dei temi e dei concetti affrontati da Moore. Personalmente, me lo riguardo sempre molto volentieri.

La trama è la seguente. In un futuro distopico, l’Inghilterra è sotto il giogo del dittatore Adam Sutler (John Hurt), che prese il potere in un momento di caos causato da un attacco terroristico tremendo ai danni della popolazione civile. Un cinque di novembre (giorno della festa di Guy Fawkes, la Bonfire Night: Remember, remember the fifth of November, gunpowder, treason and plot… ), un rivoluzionario che si nasconde dietro una maschera di Guy Fawkes e che si fa chiamare col nome V (Hugo Weaving), fa saltare in aria l’Old Bailey (la Corte di Giustizia) cominciando una vera e propria rivoluzione. La storia la vediamo attraverso gli occhi di Evey (Natalie Portman) che conosce V perché viene salvata da quest’ultimo da degli aggressori nelle strade di una Londra deserta a causa del coprifuoco imposto dal governo.

Diciamolo subito: il film si ispira ad una graphic novel che parla di oppressione fascista e anarchia e porta il tutto su un terreno molto più elementare, e cioè quello di una rivoluzione del popolo contro un dittatore malvagio. Si perde tutta la complessità di una contrapposizione tra due estremi, il fascismo e l’anarchia, perché questo secondo tema il film lo evita completamente. Immagino che un blockbuster da 50 milioni di dollari (più marketing) non potesse permettersi di essere considerato troppo polemico, controverso o provocatorio…

Il prezzo da pagare è una storia che quando si discosta dall’originale, e lo fa in più punti, zoppica un po’. Nonostante questo, secondo me il film funziona abbastanza bene, ha delle scene ben costruite, alcuni dialoghi memorabili (Voilà! In view, a humble vaudevillian veteran… e, soprattutto, la mitica People should not be afraid of their governments: governments should be afraid of their people, che in realtà viene da un aforisma attribuito a Thomas Jefferson: “Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli“), gli omicidi di V sono tutti ben costruiti (specialmente quando non sono troppo diversi da quelli del fumetto), il finale è emozionante, anche se fin troppo ottimista, e gli attori e le attrici 100% British (eccetto la Portman) sono una gioia da ascoltare (nel cast c’è anche il grandissimo Stephen Fry!)…

E poi non si può negare che il film sia entrato nell’immaginario collettivo mondiale, con la maschera di Guy Fawkes che è diventato simbolo di ribellione di fronte al potere in più ambiti dal 2005 in poi. Questo semplifica di molto il ruolo del V della graphic novel, ma evidenzia come il messaggio semplificato del film abbia fatto breccia nelle masse.

Insomma, pur comprendendo l’arrabbiatura di Alan Moore e vedendo tutti i difetti di un film che si ispira ad un’opera grandiosa omaggiandola ma allo stesso tempo svilendola, questo è un altro di quei film che riguardo sempre volentieri. Sarà l’accento British che mi conquista ogni volta? Non lo so, ma in ogni caso il mio consiglio è di leggere l’opera di Moore, se non l’avete già fatto, spero di essere stato chiaro. E poi magari guardare anche il film, ma sapendo a cosa andate incontro! Ciao! 



33 risposte a "V for Vendetta: recensione del film"

  1. Ci sono venuto a patti con difficoltà negli anni, ha ancora ottimi momenti al netto di passaggi che dopo questi anni di pandemia globale, lo rendono un film invecchiato male, continuo a preferirgli il fumetto di gran lunga, grazie per l’ottimo post 😉 Cheers

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      1. Concordo al cento per cento (e ovviamente anch’io vengo da quella graphic novel che, credo, non sarebbe stata facilissima da trasporre su grande schermo alla lettera) 😉

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          1. Io rivedo sempre con piacere anche Men in Black. E poi naturalmente i classici della commedia all’italiana: Il ciclone, Ovosodo, Un sacco bello, Acqua e sapone… un vero peccato che poi tutti i registi di questi capolavori non abbiano saputo mantenere le premesse iniziali della loro carriera. Grazie per la risposta! 🙂

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            1. Men in Black è divertente, aggiungo Tremors, Halloween, Big Trouble in Little China, Raiders of the Lost Ark… Film italiani? Mediterraneo, sicuramente, e Bianco Rosso e Verdone! :–)

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                1. Zio John è il mio regista preferito, ho visto tutto di lui, l’ho visto suonare dal vivo, e sul blog ho scritto di quasi tutti i suoi film! Con me sfondi una porta aperta! :–)

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  2. Bel pezzo. Personalmente preferisco il film al fumetto ma devo ammettere che sarebbe il caso di rileggerlo, altra età, altra testa, oggi potrei apprezzarlo di più. Vorrei rileggere un po’ tutto di Moore ma già mi manca il tempo di leggere in generale.

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  3. Ciao Sam, io sono molto affezionata a questo film, anche se ha sicuramente dei difetti l’ho rivisto tante volte e continuo ad apprezzarlo. Il cast è eccezionale (forse mi basta che ci sia Stephen Fry per sciogliermi, sarà quello) e, come dici tu, ha sicuramente fatto scuola, non solo al cinema.

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