Three Thousand Years of Longing: recensione del film

Three Thousand Years of Longing (Tremila anni di desiderio, credo sia stato tradotto così per l’Italia) è un film del 2022 scritto e diretto da George Miller, ed è tutto tranne che un seguito di Mad Max: Fury Road (2015), anche se ci ritroverete dentro Megan Gale (credo che se potesse Miller la metterebbe anche nel caffè), Melissa Jaffer e varie ragazze sovrappeso tipo quelle che davano il loro latte a Immortan Joe e famiglia.

Sono uscito dal cinema pensando di aver visto il film più vicino ad una libera interpretazione di The Sandman di Neil Gaiman, declinata in una storia d’amore, e più ci penso più credo ci sia dentro anche un bel po’ di Fables, un pizzico di Terry Gilliam e pure qualcosa di Terry Pratchett. D’altronde ho appena riletto Witches Abroad che è una storia sulle storie, proprio come questo film di George Miller. Tra l’altro potrebbe ricordare anche Il racconto dei racconti (2015) di Garrone, volendo!

Sinceramente non vi consiglio di leggere questo post prima di vedere il film, perché inevitabilmente conterrà spoiler. Io sono andato a vedere il film avendo visto soltanto il poster, che suggeriva semplicemente di essere davanti a qualcosa di immaginifico, e mi sono lasciato sorprendere volentieri dalla fantasia di Miller (che ha scritto il tutto insieme a Augusta Core, basandosi su un racconto breve di A.S. Byatt). Cominciamo, quindi.

Alithea (Tilda Swinton) è una filologa inglese di fama mondiale che si trova ad Instanbul per una conferenza. In un bazar compra una bottiglia da cui, una volta pulita, esce un Genio (Idris Elba) capace di esaudire tre suoi desideri per poi poter essere libero. Ma prima le racconta di come sia finito prigioniero già tre volte dopo essere stato alla corte della regina Sheba (Aamito Lagum), a quella di Sulimano il Magnifico (Lachy Ulme), ed infine con la geniale Zefir (Burcu Gölgedar) nel XIX secolo (geniale, sì, ma mi permetto di osservare come arrivasse qualche secolo in ritardo rispetto a Leonardo da Vinci). C’è anche una quarta storia in cui il Genio viene ignorato dal sanguinario Murad IV (Ogulcan Arman Uslu) e da suo fratello Ibrahim (Jack Braddy). Che farà Alithea?

Già con questo dovrebbe essere chiaro il perché di tutti i collegamenti mentali accennati sopra. I personaggi delle fiabe della Mille e una notte sono reali (Fables), il film è una collezione di storie (Il racconto dei racconti), e la storia è una storia sulle storie (Witches Abroad) con Alithea che analizza da filologa ciò che le racconta il Genio. Infine, siamo nel mondo reale ma viene inserito un elemento fantasy inaspettato (alla Neil Gaiman e Terry Gilliam).

E probabilmente qui sta anche la ragione del fallimento totale al botteghino di questo film che con un budget di 60 milioni di dollari per ora non ne ha recuperati nemmeno 10, purtroppo. Il formato è infatti poco cinematografico, climax e anticlimax si inseguono di continuo, non c’è un finale col botto, e non si individuano bene nemmeno i classici tre atti in cui si svolga la storia essendo essa per lo più episodica. Miller ha osato, così come aveva usato con Fury Road, ma stavolta non è stato premiato dal pubblico (e neanche da parecchia critica).

Personalmente mi sono goduto questo giro alle giostre nelle Mille e una notte con una splendida Istanbul (in green screen – causa Covid tutto è stato girato in Australia) e con delle scene fantasy dove la CGI domina tutto (e normalmente non è che la cosa mi faccia impazzire) però con uno stile unico e che, devo ammettere, funziona per la maggior parte del tempo. Mi piace anche come il film si possa leggere come una fantasia di Alithea dall’inizio alla fine, visto che ha delle visioni ben prima di trovare la bottiglietta del Genio, e che quando parla con lui in giardino a Londra le vicine dicono che sta parlando da sola. Le storie del Genio, poi, potrebbe benissimo averle lette, visto che è da quando era piccolina che divorava libri leggendoli a grande velocità (la giovane Alithea è interpretata da Alyla Browne). Certo, Alithea significa sincera in greco antico… 

Poi, come ogni fiaba che si rispetti, ogni sezione del film ha qualcosa da dire su temi come il desiderio, il potere, l’ambizione, e soprattutto l’amore, perché sì, alla fine Three Thousand Years è una dolcissima storia d’amore. E forse è in questo che fallisce parzialmente, perché la coppia Swinton – Elba funziona alla grande come coppia di protagonisti (sono eccezionali), ma in quanto a chimica tra di loro non è che se ne veda molta. Certo, i loro personaggi sono fatti l’uno per l’altra, con lui che racconta storie e lei che di storie si nutre (e questa storia ce la racconta lei, infatti, terminando di scriverla proprio quando finisce il film), e per questo alla fine trovo la loro relazione convincente, almeno dal punto di vista intellettuale.

E ora vediamo che combinerà il giovane Miller (ha solo 77 anni) con l’annunciato Furiosa (con protagonista la solita Anya Taylor-Joy che ormai fa tutti i film lei, che le vuoi dire?). Ciao! 

PS: c’è per qualche ragione Matteo Bocelli nei panni del principe Mustafa, e canta anche una canzone della colonna sonora (ha la voce molto simile a quella del padre Andrea, non lo sapevo). 


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14 risposte a "Three Thousand Years of Longing: recensione del film"

  1. Ecco perché mi sembrava di sentire Bocelli (padre) sui titoli di coda 😉 Ci siamo mancati di un giorno, ho il post programmato per domani e senza metterci d’accordo, cito Sandman e Gilliam. Quindi direi che siamo come sempre allineati 😉 Cheers!

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  2. Accidenti, mi sa che non posso leggere la tua recensione visto che hai detto che ci sono spoiler. Non so quando riuscirò a vedere, ma quando succederà tornerò a leggerti (e nell’introduzione mi hai ancor più incuriosito riguardo Sandman e Terry Gilliam)

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  3. Per citare Django, all’inizio avevi la mia curiosità, con il secondo paragrafo hai avuto la mia attenzione!
    Non ne avevo sentito parlare affatto, da nessuna parte, e mi sembra stranissimo visti i nomi coinvolti. E’ un peccato, mi sembra si sia riproposto ancora una volta il meccanismo che affossa i film di Terry Gilliam per cui abbiamo opere immaginifiche e originali castrate da un marketing e una distribuzione insufficienti e poi ci si stupisce che facciano flop e che tutto il fantasy al cinema sia in mano alla Disney. Ho letto che qui in Italia uscirà il 1 dicembre, farò in modo di andare a vederlo, per quello che può valere.

    E’ vero, Anya Taylor-Joy ormai è dappertutto, però a me piace molto e ha un viso particolarissimo che non mi stanco mai di guardare!

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    1. Anche a me piace la Taylor-Joy, non volevo sembrare negativo, è solo che ora è veramente come il prezzemolo!

      Il film di Miller ha molto in comune con le opere di Gilliam, e per me è solo un complimento (purtroppo, pare, anche la cattiva sorte al box office…)! Aspetterò la tua recensione a dicembre, allora! :–)

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