The Green Mile: recensione del film

21 settembre 2022: Stephen King compie 75 anni. E così vengonofuoridallefottutepareti lo festeggia adeguatamente (si fa per dire) insieme a Lucius de Il Zinefilo e Cassidy de La bara volante!

The Green Mile (Il miglio verde) è un film del 1999 scritto e diretto da Frank Darabont basato sull’omonimo romanzo di Stephen King. Nel cast ci sono praticamente soltanto volti noti del cinema, la colonna sonora è del veterano Thomas Newman, e ogni volta che lo riguardo ci piango come un disperato. Ma partiamo dalla trama.

L’anziano Paul Edgecombe (Dabs Greer) sta in una residenza dove racconta all’amica Elaine (Eve Brent) una storia incredibile che gli successe quando aveva una quarantina d’anni e lavorava nel braccio della morte di una prigione in Louisiana (e aveva le fattezze di Tom Hanks). È lì che conobbe John Coffey (Michael Clarke Duncan), una persona dai poteri straordinari ingiustamente condannata a morte per un duplice omicidio, che gli cambiò la vita per sempre…

Non voglio rivelare altro per non rovinare la visione a chi non abbia visto il film, che secondo me merita senz’altro di essere guardato (e riguardato). È un film di cui riconosco i difetti ma che su di me esercita un fascino irresistibile. Sarà la ricostruzione storica degli Stati Uniti degli anni Trenta, sarà il chiarissimo messaggio contro la pena di morte veicolato narrando la storia di una tremenda ingiustizia, saranno le performance eccezionali di tutti gli attori e le attrici che appaiono sullo schermo… e sarà che ogni volta immancabilmente il finale riesce a commuovermi, come già detto.

Darabont è uno che ha diretto pochi film, ma che ha tentato ogni volta di lasciare il segno. Basti pensare a The Shawshank Redemption (Le ali della libertà, 1994), altra storia ambientata per lo più in un carcere e tratta da uno scritto di Stephen King (lui e Darabont sono amici)! Qui secondo me è riuscito a tirare fuori il meglio dal suo ottimo cast, con un Tom Hanks convincente come non mai. Ma sono bravissimi tutti gli interpreti delle guardie, ovvero Jeffrey DeMunn, David Morse, Barry Pepper e il crudele Doug Hutchison (perfetto in questo ruolo così come lo fu in quello di Eugene Victor Tooms in The X-Files), e anche quelli dei condannati: l’immenso (ma non così immenso: in realtà era alto come David Morse, più o meno) Michael Clarke Duncan, Michael Jeter (purtroppo morto giovane ma apparso in ruoli minori in tanti splendidi film come The Fisher King, La leggenda del re pescatore, 1991, o The Gift, 2000), e un Sam Rockwell che fa sempre la sua porca figura nei panni del redneck razzista (vedasi Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, 2016). E c’è pure James Cromwell a fare il direttore del carcere, così, per non farsi mancare nulla!

La storia poi, che King considera il singolo miglior adattamento cinematografico di un suo scritto, è meravigliosa, toccante, e bisogna dare atto a Darabont di aver saputo creare un’atmosfera unica che rende credibili fatto che in un altro contesto risulterebbero ridicoli.

Ma ho menzionato dei difetti, e non si può non notare la durata eccessiva (tre ore) e personaggi poco sfaccettati: i buoni sono buonissimi (qualcuno può credere davvero che John sia colpevole, anche solo per un momento?), i due cattivi (una guardia e un prigioniero) sono cattivissimi, e nessuno ha una vera evoluzione… E davvero crediamo a queste guardie sempre posate, sempre positive, sempre disposte a scherzare e a ridere insieme ai condannati a morte? Tutto è un po’ troppo perfettamente costruito per massimizzare l’impatto emozionale della storia, cosa in cui, ripeto, io casco ogni singola volta con questo film. 

Allo stesso tempo, tutti i personaggi hanno il pregio di restare impressi nella memoria. E a me non pesa neanche la durata del film, anzi mi piace che si prenda il suo tempo per costruire il mondo e far interagire chi ci vive dentro. Insomma, The Green Mile io lo riguardo sempre volentieri, e faccio parte di quella minoranza di persone a cui piace di più dell’altro film di Darabont su una prigione statunitense negli anni Trenta tratto da un libro di King. Ciao! 



19 risposte a "The Green Mile: recensione del film"

  1. Quando abbiamo visto il secondino bastardo Doug Hutchison abbiamo pensato TUTTI a Tooms 😉 Gran film, per certi versi mi piace anche più del libro, un bizzarro tentativo di King di fare uscire un suo romanzo a puntate, almeno nella primissima edizione, poi vabbè, a Frankuzzo Darabont si vuole sempre un sacco di bene, ha votato la sua filmografia a King senza perdere il suo tratto da vero regista, un grande! 😉 Cheers

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  2. Grandissimo, un film stupendo di cui non si parla mai abbastanza! Qualche giorno fa sono stato molto orgoglioso perché in classe mi serviva un film per illustrare un argomento e un ragazzo ha proposto proprio Il Miglio Verde; poi non ho potuto usarlo perché non lo ricordavo abbastanza nei dettagli, però mi ha riempito di gioia.
    E’ una storia difficilissima ma che è stata trattata, secondo me, in maniera eccellente, un po’ come Stephen King sa fare quando flette i muscoli; tra l’altro è una delle storie perfette per far conoscere King a chi non ama l’horror, per cui lo consiglio sempre a 360°.
    Secondo me i difetti che citi potrebbero essere disinnescati dal fatto che si tratta di un racconto fatto dal protagonista, che di conseguenza potrebbe essere un narratore inaffidabile: noi sappiamo quello che lui ci racconta, per cui può essere che abbia ripulito la storia, messo sé stesso e i suoi colleghi in una luce migliore, e che la netta divisione tra buoni e cattivi dipenda da come lui ricordi la vicenda o da come gli è rimasta impressa.
    Può anche essere solo che cerchi a tutti i costi di giustificare un film e un libro che amo tantissimo, sicuramente tra i miei preferiti nella produzione di Stephen King. Tra l’altro, una volta lo stavo leggendo in treno e una carogna, dopo aver visto di cosa si trattava, ha attaccato bottone e mi ha detto che alla fine Coffey sarebbe morto; per fortuna non era la prima volta che lo leggevo, e avevo già visto anche il film, ma è stato davvero un colpo basso, per gente così deve esistere un girone apposta all’inferno!

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    1. Assolutamente sì, chi fa spoiler non richiesti non si merita niente di buono! X–D

      Hai ragionissima sulla possibile interpretazione della storia come soggettiva in quanto narrata da una delle guradie. Una mela marcia, ma tutto il sistema visto come positivo: potrebbe benissimo essere la sua visione annacquata dalla nostalgia e dai ricordi… te la compro questa interpretazione! :–)

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      1. Io te ne aggiungo un’altra: si dice che il diavolo stia nei dettagli… Non è forse vero che Morse e Hanks, per calmare i bollenti spiriti del crudele Hutchison nonché la sua minaccia di ricorrere a conoscenze in alto loco, rispondono a tono dicendo di avere a loro volta le conoscenze giuste, nello specifico quelle che potrebbero fargli fisicamente assai male? Quindi il sistema, in certi casi, lo sottintendeva eccome l’uso di metodi poco ortodossi per risolvere le controversie (solo una piccola incrinatura in quella visione positiva globale, d’accordo, ma comunque è presente) 😉
        Ah, e se parliamo di impatto emozionale ci casco anch’io ogni singola volta…

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        1. Beh si, ma è una violenza contro il cattivo, quindi in quegli anni lì e in un ambiente così è praticamente giustificata… In ogni caso per me gran film, ho voluto provare a menzionare qualche difetto più per completezza che non perché mi diano fastidio, io sto film me lo godo ogni volta e emozionalmente mi devasta sempre… :–)

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  3. Anche io preferisco questo a Le ali della libertà, per la storia, gli attori e le interpretazioni. Forse anche perché Robbins, a pelle, non mi è molto simpatico. L’ho apprezzato davvero solo in Mystic River.

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  4. Non ho letto il libro di King ma questa secca dicotomia tra buoni e cattivi forse deriva da lì, è una cosa che si trova a volte nelle sue opere. In ogni caso sono d’accordo con te su tutto, film che ha dei difetti ma che resta molto ben fatto e merita la sua fama. Anche io mi sono molto commossa (e senza dubbio il film non risparmia niente per tirare fuori le lacrime allo spettatore) e ho amato questo “realismo magico” nel raccontare l’America. Molto bravo Darabont, Shawshank Redemption è il mio preferito tra i suoi film.

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    1. Darabont ci ha lasciato poco da regista (assumendo che ormai si stia godendo la pensione), ed è secondo me un peccato, però evidentemente ha voluto fare anche altro nella sua carriera…

      E adoro anche io il realismo magico di questo King (come quello di Neil Gaiman e di molti altri)! :–)

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