48 Hrs.: recensione del film

48 Hrs. (48 ore) è un film del 1982 scritto e diretto da Walter Hill (la sceneggiatura è firmata anche da Roger Spottiswoode e Larry Gross) e prodotto da Joel Silver. Il film è comunemente indicato come il primo del filone buddy cop movie che negli anni Ottanta ci ha regalato perle come i Lethal Weapon (Arma letale) di Richard Donner e il primo Die Hard (Trappola di cristallo) di John McTiernan. La coppia protagonista è formata dal poliziotto Jack Cates (Nick Nolte) e dal criminale Reggie Hammond (Eddie Murphy al debutto cinematografico). Sono due persone molto diverse che all’inizio non si sopportano ma che sviluppano una grande amicizia, come abbiamo visto in quasi tutti i film che da questo hanno preso ispirazione.Oggi è venerdì, quindi

La prima scena del film però è tutta per gli antagonisti: un’altra coppia, formata da Ganz (James Remar, che aveva già lavorato con Hill in The Warriors, I guerrieri della strada, 1979, come David Patrick Kelly, anche lui nel cast) e Billy Bear (Sonny Landham, che poi si chiamerà Billy anche in Predator, 1987). La scena in questione è girata da Hill in modo spettacolare,  sembra uscita da un western, e mostra l’evasione di Ganz dai lavori forzati a cui era stato condannato per una rapina. Una volta fuori, quello cerca i suoi ex compagni per avere il denaro della rapina per cui lui fu catturato, e Cates si mette sulle sue tracce con l’aiuto di uno di quei ex compagni che tira fuori dalla galera per 48 ore: Reggie Hammond

Il film ha un montaggio serratissimo che funziona alla grande insieme alla regia di Hill che mette in scena tutto in modo molto dinamico ma che non fa mai perdere di vista cosa sta succedendo. Le musiche di James Horner sono semplicemente la ciliegina sulla torta di un film che nel reparto tecnico non ha alcuna carenza. 

E secondo me non ha carenze in generale,  perché fa tutto secondo gli schemi del genere, ma il genere lo ha creato! E quindi abbiamo criminali che sparano per uccidere tutto il tempo, poliziotti che pure loro non vanno molto per il sottile, un capitano di polizia che urla sempre in faccia ai sottoposti (Frank McRae, che ha rifatto poi quel personaggio in altri tre film diversi), due protagonisti che discutono tutto il tempo anche in situazioni pericolose, tantissime scene d’azione e un finale lieto pur se con altri morti ammazzati (ma una super canzone sui titoli di coda come The Boys Are Back in Town, suonata dalla band che supportava Eddie Murphy nei suoi tour di stand up comedy al tempo)… Ma soprattutto Nolte e Murphy hanno una chimica invidiabile e animano perfettamente il film, o almeno i secondi due terzi di film, visto che Murphy entra in scena (cantando Roxanne dei The Police) al minuto 24 (e il film dura un’ora e mezzo). 

Però, come per tutti questi film, bisognerebbe cominciare il tutto con un disclaimer bello grosso riguardo a battute razziste e omofobe che oggi fanno storcere la bocca ma al tempo erano accettate senza problemi. Per esempio Cates chiama Hammond nigger” per farlo arrabbiare prima di cominciare una scazzottata con lui, e Nolte è sicuramente troppo bianco per usare quella parola (ma sia “nigger” sia “faggot” vengono usate in abbondanza, basta pensare alla fantastica scena nel club di bigotti sudisti razzisti, redneck, che credo nel 2022 non permetterebbero di girare). 

Se riuscite ad andare oltre queste uscite poco politicamente corrette, vi potrete godere un film eccezionale, dove niente è fuori posto. Hill ha sempre puntato a confezionare film da novanta minuti, e questa è una delle sue opere più riuscite, con una trama lineare portata avanti senza fronzoli ma con numerose scene memorabili. 

E fortunatamente Hill non cadde nell’errore di far ripetere a Murphy le sue routine da stand up comedy, ma ne usò il potenziale comico in dialoghi e situazioni create appositamente per il film. Ogni scambio di battute con Nolte sembra finemente cesellato, anche se Nolte ha dichiarato che per la maggior parte lui e Murphy improvvisarono (se è vero, tanto di cappello)! 

Che altro dire? Cates pare abbia ispirato il personaggio di Crockett nella serie Miami Vice di Michael Mann, senza Hammond non ci sarebbe Axel Foley di Beverly Hills Cop (1984), una battuta di Murphy è recitata pari pari da Samuel Jackson nel terzo Die Hard (1995)… l’influenza diretta e indiretta per il cinema action successivo è impossibile da stimare! Ciao! 

PS: non posso non esultare per la presenza di due grandissimi attori caratteristi come Brion James e Jonathan Banks nel cast. C’è pure Denise Crosby, Tasha Yar di Star Trek: The Next Generation (in una scena con Margot Rose, un’altra passata da quella stessa serie)! 



17 risposte a "48 Hrs.: recensione del film"

  1. Senza girarci attorno, per me tutto il cinema giusto che mi piace, inizia con questo film, Walter Hill come ha sempre fatto, ha creato un altro modello che poi, avrebbero imitato tutto, anche i migliori, tu gli hai reso onore con un ottimo post 😉 Cheers

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  2. so che è famoso ma non l’ho mai veramente guardato; mi ricordo qualche scena iniziale

    secondo me il linguaggio dipende sì dall’epoca ma anche dal contesto, un po’ come feci per far capire a mia sorella l’insulto di chiamare qualcuno frocio: c’è differenza se a chiamarla puttana è il fidanzato mentre scopano o qualcuno per strada, conosciuto o sconosciuto che sia

    stessa cosa qui
    c’è differenza se detto per esempio prima di una scazzottata o come parola normale

    per esempio, a me non danno particolarmente fastidio le battute omofobe dei Cinepanettoni o dei Scuola di polizia perke è un’altra epoca e prendevano in giro tutti; peggio per esempio Nightmare 2

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    1. Secondo me più del contesto specifico, è il periodo storico che cambia. Certe cose ora sono inaccettabili, prima non lo erano. Bisogna sempre tentare di calare le cose nel loro contesto, come spettatori, o lettori… Sarebbe come indignarsi adesso perché autori statunitensi del primo Novecento usavano la parola “negro” (in inglese, dico) per definire persone afroamericane. Non avrebbe molto senso…

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