Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story: recensione della serie

Here comes a girl with perfect teeth, I bet she won’t be smiling at me, I know how Jeffrey Dahmer feels: lonely, lonely!
(Trigger Inside, Therapy?, 1994, canzone scritta qualche mese prima della morte di Jeffrey Dahmer).

La suddetta canzone dei Therapy? è il motivo per cui sapevo degli omicidi compiuti da Jeffrey Dahmer, serial killer che fece 17 vittime prima di essere catturato e imprigionato, anche se non scontò granché della sua pena perché dopo meno di tre anni fu ucciso da un sltro detenuto. 

Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story (in italiano, Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer) sembra essere la serie del momento, anzi, è stata la serie del momento per qualche giorno un po’ di tempo fa, e ora probabilmente è già stata dimenticata come succede a questi prodotti Netflix che lasciano il segno sui social per tempi veramente limitati. 

E con questo inizio così spumeggiante, cosa voglio dire di questa serie tanto osannata, creata da Ryan Murphy e Ian Brennan e alla cui regia ha lavorato pure la figlia di David Lynch, Jennifer Lynch

In poche parole, mi è sembrata lunga in un modo estenuante. Davvero c’era bisogno di raccontare la storia di questo pluriomicida in dieci ore? Non ne sarebbero state sufficienti due? Secondo me dilungarsi così tanto non gioca a favore di un prodotto che dovrebbe creare tensione, ma che dopo un po’ produce soltanto noia. Moltissime scene che avrebbero potuto funzionare bene non lo fanno perché inutilmente lunghe, e coi contenuti così annacquati è difficile farsi colpire dalla storia. Già il primo episodio è emblematico, secondo me, perché racconta pochissimo nei suoi 58 minuti, e gli episodi successivi rappresentano soltanto un miglioramento marginale in questo aspetto. Ancora peggio il quinto episodio, che per riempire un’ora mostra amici e famiglia di una delle vittime senza alcun motivo narrativo, se non il bisogno di riempire un’ora di serie. 

Inoltre questa è una storia vera raccontata con una serie di flashback e flash forward, non ci sono grandi colpi di scena da aspettarsi, ed in effetti se fosse stata narrata in modo lineare sarebbe risultata fin troppo banale: bambino strano, adolescente problematico e alcolizzato, primo omicidio (episodio 3: Doin’ a Dahmer), fallimenti nell’educazione e nel lavoro, secondo omicidio (episodio 4: The Good Boy Box), dodicesimo omicidio (episodio 6: Silenced)… fino alla cattura (episodio 1: Bad Meat), l’imprigionamento da superstar (episodio 9: The Boogeyman), e la morte (episodio 10: God of Forgiveness, God of Vengeance). 

E certo, ci sono elementi di interesse nella storia, come l’incompetenza della polizia dovuta anche ad una certa omofobia (episodio 2: Please Don’t Go) e ad un razzismo dilagante (episodio 7: Cassandra), le responsabilità familiari, il fascino dello studio psicologico di un personaggio così negativo, ma non abbastanza da sostenere dieci ore di visione. Grazie a tutto questo tempo incontriamo tante delle vittime, conosciamo i vicini di Dahmer, capiamo il completo fallimento dei suoi genitori (episodio 8: Lionel), conosciamo sua nonna (episodio 6: Blood on Their Hands) tocchiamo con mano tutte le pratiche ignomigniose di Jeff… ma se ne poteva sicuramente fare a meno in una storia raccontata in un modo più conciso e quadrato. Per esempio, un semplice dialogo avrebbe potuto sostituire i quaranta minuti usati per mostrare Jeffrey che viene espulso dall’università e dall’esercito dopo aver imparato ad usare droghe medicinali. 

Dal punto di vista tecnico non ho trovato niente da eccepire, naturalmente. Il protagonista Evan Peters è totalmente in parte (era stato bravo anche in Mare of Easttown), fa venire i brividi, e lavora bene anche il resto del cast (su tutti, il padre, Richard Jenkins, e la nonna interpretata da Michael Learned). Regia, fotografia, montaggio, scenografie… tutto è ben fatto, non ci sente mai spaesati nonostante i salti temporali, e si nota la quantità ingente di soldi impiegata dalla produzione per creare questa serie.

È che la mia critica principale va oltre questi dettagli, perché mi sono abbastanza annoiato durante la visione. Convinto dalla mia dolce metà, ho guardato come ogni nuovo episodio mi rilasciava poche informazioni alla volta, tendenzialmente un nuovo omicidio ogni volta, e poi a scelta qualcosa sulla polizia, o sui genitori di Dahmer, o sui vicini… tutte cose che dopo i primi due o tre episodi erano già superflue. Quindi in tutta onestà non consiglierei la visione di questa serie, se siete curiosi leggetevi la pagina di Wikipedia su Jeffrey Dahmer o guardatevi un documentario, farete sicuramente prima! Ciao! 


7 risposte a "Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story: recensione della serie"

  1. Io conoscevo Dahmer perché appassionata di True Crime. L’avrei vista per Evan Peters, normalmente evito serie o film che parlino di eventi reali troppo contemporanei, ma poi ho iniziato a trovare articoli in cui si avvisava come la serie sia stata girata senza neanche aver avvisato i parenti, che non solo si sono ritrovati rappresentati senza autorizzazione sullo schermo, ma che si sono pure ritrovati i social invasi da meme.
    Sinceramente, non me la sono sentita. Viviano in un mondo dove è più importante far sapere il dissendo sulla Sirenetta nera o la Fata Turchina nera invece che pensare a cosa possa provare una madre, una sorella, un amico davanti a una serie del genere fatta senza neanche avvisare i diretti interessati.

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    1. Capisco le tue remore, non so i dettagli della cosa e mi sono limitato ad un’analisi centrata puramente sul prodotto finale… Non credo che se fossi stato parte della vicenda sarei contento di vederla sullo schermo!

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      1. No, ma tu fai bene. Del resto è, prima di tutto, una serie tv che, per quanto attinente ai fatti realmente accaduti, resta una fiction. Mi stupivo più che altro di come una cosa del genere (non avvisare neanche della messa in onda) sia passato in sordina rispetto alla scelta di un attore di colore in altri film. Sono cosciente che probabilmente a me sono comparse queste notizie causa algoritmo, ma la cosa mi ha lasciata un pochino basita, tutto qui.

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  2. Sono fermo a metà del secondo o forse terzo episodio, non ricordo più, tanto non la riprenderò mai. La noia uccide molto più di Dahmer, e visto che io non so assolutamente nulla su questo assassino, e continuo a non saperne nulla dopo più di due ore di visione, direi che non è neanche utile come “ricostruzione storica”.
    A proposito, in quelle due ore che ho visto tutte le vittime di Dahmer sono morte di freddo: siamo sicuri che le uccideva lui? 😀

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    1. Guarda, non potrei essere più d’accordo, fosse stato per me mi sarei fermato prima del terzo episodio. Dopo ci sono interi episodi che in un film avrebbero meritato una linea di dialogo al massimo, proprio. Uff…

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